Laura
Venturini
Laura Venturini è imprenditrice, filologa e consulente SEO italiana, attiva nel campo del digital marketing e della strategia dei contenuti. Con una formazione umanistica solida, ha costruito il proprio percorso professionale coniugando competenze linguistiche, analisi testuale e ottimizzazione per i motori di ricerca. Fondatrice di Quindo, oggi Laura è impegnata in una nuova sfida in BIP. È vicepresidente di Terziario Donna, Milano, e sostiene attivamente l’imprenditoria femminile, promuovendo talenti e idee innovative.
Quindo nasce nel 2014 come realtà specializzata in SEO strategica e content marketing, con un posizionamento distintivo nel panorama italiano: integrare competenze umanistiche avanzate, analisi semantica e progettazione editoriale orientata ai dati. L’agenzia si è caratterizzata fin dall’inizio per un approccio non meramente tecnico alla SEO. Altro carattere unico è il suo orientamento alla valorizzazione del talento femminile in un settore ancora molto maschile, grazie ad un modello organizzativo basato su flessibilità e corresponsabilità.
Da filologa a imprenditrice
Io nasco filologa. Ho seguito gli studi classici e ho sempre sognato di diventare “da grande” una nuova Virginia Woolf. Non sognavo di fare impresa, bensì la scrittrice.
Dopo la Laurea triennale in Organizzazione e Gestione delle imprese culturali, ho continuato con la specialistica in Filologia Moderna, con una tesi sui generi letterari. Ero molto interessata a quell’ambito e avevo il mio romanzo nel cassetto. Mi dicevo: “Ma come faccio a pubblicare, visto che non ho conoscenze nell’editoria?” Siamo agli inizi del 2000, il tempo dei primi blog on-line. Così penso di mettere il mio romanzo online, capitolo per capitolo, un po’ come si faceva nell’Ottocento con i romanzi a puntate.
L’idea funziona. Ho molti lettori e molte lettrici, e mi appassiono. Inizio a curare il sito, migliorandolo e personalizzando. Voglio avere la chaise longue di Le Corbusier sull’header del sito, ma non sapendo come fare, mi metto a studiare l’html.
Da sempre ho una grandissima passione per gli animali, per i cani, in particolare. Conoscevo un giro di volontari che si occupava di far adottare animali abbandonati. Mi chiedono di dare loro una mano per distribuire dei volantini in università. Allora abitavo a Roma e gli spostamenti per attraversare la città erano dispendiosi. Nuovamente penso di mettere tutto online e vedere cosa succede. Non esisteva ancora Facebook. Non c’era nessun tipo di social network. Solo Internet. Anche qui, mi metto a studiare come funzionano i motori di ricerca. L’idea ha successo: in meno di un anno riesco a far adottare quasi un migliaio tra cani e gatti.
Grazie a questa risonanza, alcune aziende iniziano a contattarmi. Mi chiedono se sono interessata a lavorare per loro. Frequento ancora l’università e non mi interessa particolarmente questa prospettiva. Come molti studenti, faccio i soliti lavoretti, però mi dico: “Ma perché non ci provo?” Così inizio una collaborazione con una Web Travel Agency nella quale passo da stagista a responsabile nell’arco di sei mesi.
Non voglio più soldi, ma flessibilità
Dopo la laurea, mi pongo l’obiettivo di entrare in una casa editrice. Sul fronte digitale, intanto, le cose crescono. Le aziende iniziano a conoscermi e a contattarmi, anche tramite il mio capo di allora che, riconoscendo il mio valore, ad un certo punto mi invita a guardarmi attorno. Così prendono avvio altre collaborazioni nel campo informatico e io acquisisco nuove conoscenze, in particolare nel campo della sicurezza, il che significava allora lavorare per l’ambito governativo.
All’epoca, il SEO (Search Engine Optimization) era – e per molti aspetti lo è ancora oggi – una figura professionale molto fumosa. Io sono proprio una delle pochissime persone che svolge questo lavoro. Un giorno il mio capo mi dice: “Adoro lavorare con te, ma qui sei sprecata. Perché non apri la partita IVA?” Il suo rilancio mi stuzzica, ma alla fine, preferisco passare ad un’altra azienda, una grande web agency romana. Ma sorge un problema: non mi trovo bene con il nuovo capo appena più giovane di me. Inoltre, la richiesta di lavoro è impegnativa perché ogni giorno, per andare a lavorare, devo affrontare 30 km di raccordo anulare, un autentico girone dantesco! Così avanzo la richiesta di una timbratura del cartellino un po’ più flessibile, ma il mio capo la rifiuta. Ricordo ancora la scena: io che ritorno alla scrivania e scrivo di getto, a mano, le mie dimissioni. Torno nel suo ufficio e dico: “Non siamo compatibili rispetto all’idea di come si trattano le persone in un’azienda. Io dirigo tante persone. Ho grandi clienti. Porto bei risultati e non ho mai chiesto niente. Non ti domando più soldi, solo più flessibilità.”
La prima azienda completamente in smart working
Il giorno dopo apro la partita IVA e inizio a lavorare sul mio posizionamento, cioè su come le persone possono cercarmi in rete. Divento una consulente SEO. Era un lavoro di nicchia allora! Quando ho iniziato, le ricerche sul web erano qualche centinaio al mese, adesso sono migliaia. Un salto quantico.
I miei primi clienti sono e-commerce molto interessanti. In pochissimo tempo colleziono così tanti clienti, che dopo un anno di partita IVA ho necessità di assumere collaboratori per gestire un capitale di oltre 1 milione di euro.
Il 14 aprile 2014 decido di aprire un’azienda completamente in smart working, qualcosa che all’epoca non esisteva. I miei colleghi imprenditori mi dicono: “È una scelta folle! Non sarai mai in grado di gestire le persone!”. Invece l’impresa parte e va benissimo. Ci posizioniamo prima agenzia SEO in Italia.
Inizialmente ho anche collaboratori uomini, ma poi, nell’arco degli anni, in modo del tutto naturale, inizio a lavorare solo con donne. Assumo a tempo indeterminato solo donne.
Non ho mai obbligato nessuno a lavorare otto ore
Ho lavorato con donne che vivevano in Spagna, in Calabria, in Veneto, in Toscana. Ovunque. A me non importava nulla dove avessero deciso di vivere. Mi interessava che fossero molto brave in quello che facevamo e soprattutto che avessero capacità di focus. Non ho mai obbligato nessuno a lavorare otto ore. Quello che chiedevo erano sei ore giornaliere, e, in verità, neanche quelle, nel senso che ho sempre lavorato per obiettivi: dobbiamo gestire dieci clienti e questi sono i loro obiettivi; se li raggiungi, poi vai a passeggiare con il cane o con tua figlia; vai al supermercato a fare la spesa. Libertà totale.
Che senso ha la mia competenza?
Negli anni ho ricevuto grandi manifestazioni di interesse all’acquisto da parte di grandi aziende. Ho sempre rifiutato, fino all’anno scorso, quando ha bussato alla mia porta BIP (Business Integration Partners), grande realtà di consulenza italiana. Da settembre dello scorso anno, sono confluita nel gruppo con tutto il mio staff e oggi sono la direttrice della Business Unit legata alle ricerche e alla reputazione digitale del gruppo.
Io posseggo quest’anima da imprenditrice molto spiccata. Anche per questo ho negoziato – prima del mio ingresso in BIP – la possibilità di mantenere la mia holding che utilizzo per fare molte cose, tra queste investire in imprese di giovani donne che hanno bisogno di supporto sia dal punto di vista del mentoring e della rete di contatti, sia di finanziamenti. Finanzio giovani imprenditrici, ma anche progetti che mi piacciono particolarmente.
Nello scrivere un libro sull’intelligenza artificiale ho scoperto come vengono addestrati i dati nella sanità. Le donne non sono considerate, o lo sono in un campione statistico talmente piccolo che i nostri problemi al fegato non vengono valutati correttamente. E parliamo del fegato, un organo che abbiamo tutti, uomini e donne! Ho scoperto che le donne hanno una diagnosi molto più tardiva perché ci sono molti meno dati a disposizione. Per non parlare delle donne di altre etnie, altro fattore che causa ritardi nelle loro diagnosi. Questo mi ha acceso una lampadina in testa. Mi sono detta: “Che senso ha tutta questa mia competenza sull’intelligenza artificiale, se non la metto al servizio di qualcosa di veramente utile per le persone?” Così ho deciso di fondare la prima clinica di medicina di genere a Milano, dove sono una delle socie di maggioranza, con un team di dottoresse e specialisti in ambito medico.
Sono anche attiva nel ruolo di vicepresidente in Terziario Donna, nell’ecosistema di Confcommercio. Cerco attivamente di rendermi disponibile per le altre persone, per le altre donne, in particolare, e supportarle nel fare impresa. Partecipo anche in SheTech e in tante altre organizzazioni di donne. Dove posso dare il mio contributo e mettere a disposizione anche il mio network che è piuttosto vasto, io ci sono.
Essere donna giovane è stato un ostacolo
Sono nata a Torino, ma ho vissuto in molte città diverse. Vengo da una famiglia molto normale, il classico ceto medio di una volta, non da un’esperienza imprenditoriale di famiglia. Mia mamma fa la commessa e tra poco andrà in pensione. Mio papà era un funzionario presso Cassa edile, l’INPS dei muratori. Sono la prima laureata della mia famiglia e inizialmente anche la decisione di studiare lettere e non giurisprudenza non è stata molto capita: “Oddio, ma farai l’insegnante tutta la vita?” Direi che il primo ostacolo al mio essere imprenditrice è stato un po’ interno alla mia famiglia, anche se devo dire la verità, i miei genitori sono stati molto supportivi. Per mia madre sono un genio qualsiasi cosa io faccia! Nella vita per me questo è stato un grande plus, perché mi ha aiutato ad avere una visione di me anche sovradimensionata.
A volte lo dichiaro: se sono un po’ megalomane è colpa o merito di mia madre! Dall’altra parte, nel mondo reale, ho trovato grandi difficoltà perfino nel reperire informazioni.
Certo, parliamo di tanti anni fa, ormai, ma per me è stato complesso capire come si accedeva al credito. Oggi ho 41 anni e sembro più giovane delle mie coetanee. Figuratevi quando ne avevo 22! Sembrava fossi uscita dal liceo un secondo prima! In più non corrispondo neppure allo stereotipo della donna classica.
È stato complesso trovare la mia posizione nel mondo; andare dai clienti; far capire che nonostante fossi una donna giovanissima, avevo comunque delle competenze; ma in qualche modo ho superato l’ostacolo. Il che non è banalissimo per le donne e la questione resta un tema. Insomma, tante piccole cose messe insieme creavano una sorta di frizione. Ovviamente con le persone ci parlavo, ma tutto era sempre una piccola conquista.
Non vi nego che aprire un’azienda è una cosa ipercomplessa per cui non sei preparato: nessuno ti insegna come si fa a fare un’impresa, a gestire il denaro. Io penso che a scuola dovrebbero insegnare come si gestiscono le finanze e come fare impresa, cosa molto complessa, in Italia. Io ho avuto all’epoca la grande fortuna di incontrare a Roma una commercialista che mi ha molto aiutato a comprendere queste cose. E poi – devo dire la verità su questo – me lo riconosco: sono stata molto brava nel costruire delle relazioni di valore con altre persone che mi hanno supportato.
Stiamo costruendo un network di valore
Oggi sono più grande, più matura. Qualcosa è cambiato anche dal mio trasferimento a Milano avvenuto circa sei anni fa. Una scelta che si è rivelata molto intelligente. Abitavo in Toscana, a Lucca, che è un posto meraviglioso, ma come potete immaginare, fare business a Lucca, non è come farlo a Milano. Scegliere di spostarmi ha accelerato tutta una serie di possibilità, tra cui anche quella di fare networking. Negli ultimi anni sono stata supportata da Cristina Spagna, che ha un’azienda di HR molto internazionale.
Lei è diventata il mio punto di riferimento. È una donna che ha grande successo ed è molto brava nel costruire relazioni. In qualche modo ci contaminiamo molto perché venendo da mondi diversi mettiamo in relazione le nostre conoscenze. Stiamo costruendo insieme un network di valore e molto variegato.
Inoltre, occupandomi anche io di un tema molto delicato che è il diritto all’oblio, ho incontrato nella mia carriera professionale anche persone molto importanti che essendo molto soddisfatte del mio lavoro, mi hanno supportato in tanti modi, ad esempio indirizzandomi verso nuovi clienti, agevolandomi nelle connessioni eccetera.
Il contesto pesa
Certo che il contesto pesa! Da Torino mi sono trasferita a Lucca dove ho frequentato le scuole medie e il liceo classico. Da lì a Roma, poi a Crotone, per ritornare alla fine in Toscana. Ho viaggiato molto e per sei mesi ho vissuto in Olanda dove volevo conseguire un dottorato in linguistica di genere, tanto il lavoro io lo facevo al computer, mi dicevo. Poi ho scoperto che le due cose erano oggettivamente incompatibili… Questo per dire che il dove sei conta nel fare business. Diverso è essere a Lucca, città comunque fiorente e ricca, o a Crotone. Ma anche è diverso essere a Milano, una città che toglie ma anche dà molto perché ha un tessuto che aiuta.
Io dico sempre che se fossi nata in una famiglia diversa, probabilmente di aziende ne avrei già 500, non 5. E probabilmente avrei così tante lauree e parlerei così tante lingue che sarei una persona super! Però, purtroppo o per fortuna la mia storia è stata differente.
Gli altri costruiscono il tuo modo di pensare
In realtà, qualcosa di imprenditoriale nella mia storia familiare c’è, perché mio nonno materno è stato Cavaliere del Lavoro, quando ancora significava qualcosa. Al termine della guerra, lui ha aperto un forno per far lavorare i partigiani amputati e le persone con problemi. È riuscito ad aprire una serie di forni e dare un’occupazione a molti. Purtroppo, non ho mai goduto della fortuna della mia famiglia: mio nonno si è ammalato negli anni ’80 di una malattia molto grave. Buona parte del suo patrimonio è stato impiegato per sostenere le sue cure negli Stati Uniti e le sue imprese sono state vendute.
Però me lo ricordo benissimo. Da bambina io trascorrevo molto tempo con lui. I miei genitori avevano divorziato e ricordo che con lui giocavo al commercio. Mi ha anche insegnato molto presto a giocare a carte. Sono convinta che lui mi abbia aiutato a sviluppare il pensiero logico, la capacità di trattativa.
Anche i miei nonni non avevano studiato, però in casa c’era sempre la settimana enigmistica, i romanzi di mia nonna… Sono stata molto stimolata da questo punto di vista. Magari lì per lì non te ne rendi conto, ma invece costruiscono anche il tuo modo poi di pensare, di relazionarti, no?
L’accesso al credito
Ritornando alla relazione donna e intrapresa, ci sono due grandi temi secondo me. Il primo: è più complesso per le donne accedere al credito.
Spesso sono giovani donne che non hanno una rete anche di competenza o conoscenza tale da poter sapere dove chiedere; non conoscono la possibilità di accedere a bandi. La prima cosa da fare è creare un canale istituzionale per rendere comprensibili ed accessibili i bandi europei in un unico repository in cui trovare con un filtro semplice tutte le opportunità disponibili.
La questione culturale
In generale, poi, c’è un retaggio culturale in Italia ancora ben radicato. Sei una donna, quindi hai il carico della cura. In qualche modo si pensa che tu non possa focalizzarti su qualcosa d’altro. È molto difficile conciliare. Lo vedo nelle mie colleghe: per il fatto di riuscire a far convivere impresa e maternità vengono viste come supereroine! Se sei padre, questo tema non ce l’hai. Nessuno ti chiede nulla.
Viviamo in una cultura che su alcune cose ha fatto dei passi avanti, ma su altre ne ha fatti molto grandi indietro. Ad esempio, sul tema carriera, come una donna raggiunge gli obiettivi. Ci sono cose che ad un uomo non chiederesti mai. Delle donne non parliamo mai di quanto professionalmente valgano. Piuttosto, si racconta di quanto siano fisicamente piacevoli o come si vestono. Lo vedo spesso tra le colleghe e mi impressiona moltissimo. Non si discute mai se il collega ha la camicia stirata, ma di quanto è corta la gonna di una donna. Io lo trovo veramente folle. Siamo nel 2026, eppure è ancora un tema, ancora se ne parla ed è qualcosa che appartiene alla nostra vita.
Tempo fa, ho fatto una ricerca proprio per capire come in Italia le persone presentino informazioni su di loro. Pensate che il termine “ginecologo”, una professione sanitaria, viene cercata centinaia di migliaia di volte al mese, mentre il femminile “ginecologa” solo qualche migliaia. È evidente che abbiamo un problema perché nel nostro Paese, la maggior parte dei profili sotto i 50 anni che svolgono questa professione sono donne.
Cosa voglio dire? Che nell’immaginario delle persone la relazione “donna e lavoro” è ancora piena di stereotipi. Ed i motori di ricerca restituiscono effettivamente quello che le persone cercano. Non sono opinioni, sono dati.
Digitale e STEM
Fino a qualche anno fa il digitale è stato un campo prevalentemente maschile, tant’è che nel mio settore, in particolare, quello dei motori di ricerca, eravamo in pochissime, probabilmente in due. Io ero l’unica ad avere una società guidata da una donna che facesse solo quello. Solitamente, le donne nel digitale si occupano di social network o della comunicazione. Non fanno mai cose tecniche. Non fanno mai la SEO. Anche se poi, in realtà, di donne ce ne sono tantissime. Ma ancora l’immaginario prevalente è un altro.
Perché noi donne ci esponiamo di meno? Intanto non veniamo invitate agli eventi. Io ho 20 anni di esperienza e per me è più frequente, ma ci sono tantissime giovani professioniste molto in gamba che non vengono mai chiamate. Se è vero che le donne si espongono di meno, sopravvive un bullismo importante da parte dei colleghi, anche sui social network.
Poi c’è la questione materie STEM. Samantha Cristoforetti ci insegna che, per quanto tu possa arrivare dall’altra parte dell’universo, comunque, in quanto donna ti chiederanno dove hai lasciato i figli.
A proposito di AI
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, mi pare ci siano due temi importanti che dobbiamo tener presente. Partiamo dagli speaker vocali. Pensiamo a come hanno cambiato anche la gestione domestica. Le voci erano sempre femminili, perché l’assistente, nell’immaginario, è femmina. Quindi anche la voce che ti assiste lo è.
Aver introdotto le voci maschili è una cosa tutto sommato recente. Il punto è: chi sviluppa l’IA e porta la tecnologia nella vita quotidiana si pone questa domanda? Io credo di no. Spesso è una cosa che arriva dopo. Spesso viene imposta. Oggi studiosi, e grandi istituzioni come l’UNESCO si interrogano sul come rendere inclusivi tutti questi nuovi strumenti. E il tema dell’inclusione andrebbe letto da molti punti di vista. Mi colpisce moltissimo, ad esempio, che quando tu chiedi all’intelligenza artificiale di darti delle istruzioni, queste sono sempre visive. Clicca qui, guarda il bottone blu. E se io sono una persona cieca? Ci sono bias così tanto stratificati negli esseri umani! Purtroppo, fino ad oggi, le IA sono state sviluppate principalmente da uomini bianchi anglofoni, portatori di una certa visione del mondo occidentale e ricca. Io mi sono occupata dei dati sanitari, ma vale lo stesso per i dati biometrici. Basti pensare alle persone fermate in aeroporto negli Stati Uniti. Quante donne vengono fermate perché non riconosciute?
L’intelligenza artificiale non risolve il problema, ma pone l’accento. La mia sensibilità mi dice che, da quando ci sono questi strumenti, quantomeno se ne parla un po’ di più. Il grande gap esistente è stato evidenziato e si prova a colmarlo. Non sarà così semplice, perché vi sono grandi interessi economici in gioco. Quello che mi auguro è che l’attenzione possa in qualche modo supportare l’azione.
Anche il fatto che oggi ci siano sempre più donne che studiano informatica aiuta. Potranno dare il loro contributo. E anche persone non occidentali. Vorrei che tutte le persone, a prescindere da dove abitano, abbiano la possibilità di addestrare questi strumenti, per apportare più punti di vista. Non arriveremo mai alla soluzione perfetta, perché comunque le macchine simulano quello che facciamo noi. Ma credo che piano piano possiamo arrivare a un qualcosa che sia un buon equilibrio.
Le donne pensano di non avere competenza
Spesso le donne hanno idee molto brillanti, ma hanno paura nella messa a terra, cioè pensano di non avere la competenza. Lo vedo anche quando si candidano per posizioni di lavoro qualificate: se non rispettano tutti i bullet point neanche ti mandano il CV. Gli uomini magari fanno il panettiere, però si candidano per fare ingegneri aerospaziali. E questo è proprio un divario incredibile in termini di self confidence. Fa tantissimo riflettere, no? E nell’impresa è uguale.
Semplificare i processi di avvio dell’impresa
Vorrei farvi vedere come si apre un’azienda in Inghilterra! Stiamo parlando dell’Europa non degli Stati Uniti! Con un click e poche sterline è possibile avviare un’impresa. In Italia, invece, è tutta una burocrazia… c’è un costo iniziale, c’è il notaio, devi essere corazzato o quantomeno conoscere. Servirebbe semplificare, soprattutto quando si tratta di un micro-capitale sociale, quando addirittura c’è solo un’idea. Si potrebbe incoraggiare i ragazzi: “Bene, aprite una piccola impresa con partita IVA, così da aprire un conto bancario e accedere al microcredito. Poi ci sarà anche la soglia del notaio ma in seguito!”
Start up e costo del lavoro
Altro grande tema è avere dipendenti. L’Italia è un Paese che in teoria offre tanti servizi alle persone. Siamo sostenuti. E va benissimo. Io pago le tasse e ci tengo molto a supportare il nostro Paese, ma il contributo deve essere commisurato. È molto diverso essere un’azienda strutturata o una startup. Una startup fa fatica a pagare i dipendenti e non creerà neanche tessuto economico reale a sostegno del Paese. Quindi aiutiamo le giovani imprenditrici e i giovani piccoli imprenditori a creare startup con basi solide in grado di assumere persone strategiche ad un costo accessibile. Non dico che non dovrebbero pagare le tasse, ma almeno arrivare ad un meccanismo di proporzionalità che favorisca lo sviluppo del business.
Partire dalla scuola
E poi bisognerebbe agevolare la cultura della parità, aiutando le bambine fin dalla scuola a capire che possono fare quello che vogliono. Anche per questo io spesso vado nelle scuole a raccontare la mia storia.
Nella vita devi seguire la tua passione che cresce con te perché noi siamo in continuo divenire. Avere dubbi, porsi domande è segno di intelligenza. Per questo dico: partiamo dalla scuola. Ma lasciamo il latino, perché ti aiuta a ragionare e a capire il mondo. Devi anche sapere fare i conti e capire come funziona nel piccolo la gestione finanziaria. Infine, devi avere il coraggio di raccontare chi sei.
Insegniamo allora a fare dibattiti a scuola. Insegniamo a negoziare. Insegniamo a portare avanti un’idea sviluppando il pensiero critico e a prendere decisioni, mettendo anche in discussione quelli che sono i tuoi punti di vista. Tutto questo ti aiuterà a fare impresa.
Sono curiosa degli insuccessi
Sono molto curiosa degli insuccessi. Forse perché ne ho avuti tanti. Ho avuto aziende fallite, andate malissimo, ma anche persone con cui non mi sono trovata a lavorare.
Per me la cosa importante sulla quale costruisco la base di tutti i rapporti è la comunicazione. Come diceva anche Zygmunt Bauman, il fallimento di una relazione è sempre un fallimento di comunicazione. Per questa ragione ho sempre cercato di aiutare le persone ad essere aperte. Mi è capitato di avere persone con una visione diversa dalla mia, e mi è capitato di averne che volessero fare impresa e che avrei preferito trattenere. In entrambi i casi ho cercato di non trasformare la separazione in una rottura. Nel tempo questo ha costruito una rete: ho clienti che vengono da relazioni nate dieci anni fa.
In Quindo, cosa molto insolita nel digitale, perché questo settore è famoso per avere un turnover incredibile di persone, le mie persone sono con me da moltissimi anni. Se mi è possibile, e se mi viene espresso questo desiderio, o se lo colgo nelle persone, cerco di moltiplicare le loro conoscenze. Sempre, cerco di mettere in relazione le persone tra loro.
C’è fermento nel Paese
Sicuramente c’è grande fermento nel nostro Paese. Vedo tante persone giovani interessate a fare impresa e alle nuove tecnologie. Vedo anche molta più attenzione al modo in cui educhiamo le persone e questo è importante perché, secondo me, la persona che guida un’azienda – e dunque altre persone – deve saper lavorare su sé stessa e sapersi mettere in discussione. E se io fin da piccolo ti insegno che non c’è la punizione, ma la riflessione e la discussione su cosa hai fatto, questo aiuta a crescere persone, imprenditori, imprenditrici, molto più consapevoli anche degli altri.
Oggi nelle aziende vedo molta più attenzione alle persone. È una cosa bellissima, perché l’impresa è il luogo in cui dobbiamo, possiamo anche imparare a costruire relazioni, a crescere insieme alle persone. Sicuramente questo non c’era 15 anni fa.
Probabilmente oggi io non mollerei l’azienda perché probabilmente con il mio capo potrei negoziare e trovare la comprensione della mezz’ora in più che mi serve per entrare in ufficio. Questo è un grande passo avanti. Le imprese che hanno questa visione riusciranno ad attirare i talenti e a trattenerli.
Poi vedo la nascita di reti anche all’interno di piccole città. Le ho viste molto sviluppate al Nord, ma sto vedendo molta attenzione anche in alcune regioni del Sud, ed in Puglia, in particolare. Ci sono anche episodi virtuosi a Catania. Ci sono piccole realtà che in qualche modo aiutano i territori a permettere alle persone di restare dove sono nate. E quindi di lavorare dove vogliono. Dall’altra parte, c’è più attenzione anche a supportare le donne.
È ancora frammentato. Ma la frammentazione è anche una fase: esistono già reti nei territori, attenzione che cinque anni fa non c’era. Il problema è che restano isolate, e l’isolamento disperde energia.



















