Alessandra

Tore

Alessandra Tore è co-fondatrice della Cooperativa Gea Ambiente e Turismo e con il progetto Med Experience è anima del progetto MuMA Hostel. Appassionata di cooperazione, da anni coniuga sensibilità ambientale, visione culturale e capacità imprenditoriale, promuovendo un modello di ospitalità sostenibile radicato nel territorio e orientato alla responsabilità sociale.

La coop Gea Ambiente e Turismo, fondatrice dell’Ecoistituto Mediterraneo, è una realtà nata a Capoterra, in provincia di Cagliari con l’obiettivo di promuovere cultura, tutela del territorio e pratiche di turismo responsabile nel contesto mediterraneo. Opera come spazio di ricerca, formazione e attivazione civica, con un’attenzione particolare all’educazione ambientale rivolta a scuole, giovani e comunità locali. Al centro della sua azione vi è la valorizzazione del paesaggio costiero e urbano sardo, inteso come bene comune da conoscere e custodire. In sinergia con il MuMA Hostel di Sant’Antioco – struttura ricettiva che integra ostello e museo – l’Ecoistituto sperimenta un modello innovativo di ospitalità culturale, dove l’accoglienza diventa occasione di apprendimento e consapevolezza. Il museo diffuso racconta la storia del territorio, del mare e delle tradizioni locali, mentre l’ostello ospita viaggiatori attenti alla sostenibilità. Attraverso laboratori, mostre, percorsi didattici ed eventi pubblici, l’ente promuove una cittadinanza ecologica attiva, intrecciando educazione, cultura e impresa sociale per generare valore relazionale, ambientale e culturale.

Quel mondo mi ha salvato la vita

Proprio questa mattina ho fatto un po’ di colloqui per la ricerca di nuovo personale perché da quest’anno abbiamo anche il ristorante. L’idea è costruire una squadra collaborativa che corrisponda al nostro modello di impresa sociale.

Vogliamo che le persone che lavorano con noi siano consapevoli del loro ruolo, dello spazio in cui si muovono e dell’importanza che rivestono in un progetto che si colloca dentro una cooperativa. Un ragazzo molto giovane che entrerà nella nostra squadra come aiuto cuoco mi ha detto: “A 16 anni ho lasciato la scuola. Non volevo più studiare. Poi mio padre mi ha costretto ad andare a lavorare. A 19 anni ho iniziato come lavapiatti in un ristorante. Non ci volevo andare, poi ho scoperto un mondo che mi ha salvato la vita: la ristorazione, soprattutto la cucina, mi hanno dato un modello di vita.”

Il suo percorso mi ha fatto ricordare come sono arrivata qui.

Mi hanno insegnato cose che non ho più dimenticato

Terminato il liceo linguistico mi sono iscritta alla facoltà di Lingue e letteratura inglese, ma mi annoiavo da morire. Trovavo insensato il metodo di insegnamento dove lingua e letteratura restavano cose morte. Poi da grande scopri che la letteratura è un modello di riferimento per la vita, ma quando hai 19 anni e ti viene insegnata in quel modo, non funziona.

Capita che una mia compagna di università mi propone un lavoretto estivo al Forte Village, all’epoca uno degli alberghi più lussuosi del Mediterraneo, a due passi da Cagliari. Mi presento al colloquio e rimango folgorata: dalle persone, dallo scambio, da quel luogo! Mi propongono di trasferirmi da loro per un mese e io accetto. Lì mi sono state insegnate cose che non ho più dimenticato. È così che mi sono innamorata del mondo dell’hôtellerie e ho abbandonato l’università.

Scopro però che presso l’Università per Stranieri di Perugia esiste un corso di Economia e gestione alberghiera. Mi iscrivo e grazie ad una borsa di studio trascorro tre anni bellissimi alla sede distaccata di Assisi, dove vivo con altri cento colleghi, molti dei quali provenienti da famiglie proprietarie di alberghi e ristoranti, soprattutto nell’area riminese.

La nascita del sistema B&B in Sardegna

Durante il mio periodo ad Assisi, in occasione del Giubileo a Roma, il bisogno di posti letto porta alla nascita del Bed & Breakfast. Attraverso i miei docenti seguo lo sviluppo di questa nuova formula e appena rientro a casa mi attivo perché anche in Sardegna si metta a sistema il concetto. Sollecito due tecnici della Regione affinché venga scritta una normativa ad hoc, e mentre sono in dolce attesa della mia prima figlia partecipo a un progetto regionale ricevendo un finanziamento per aprire il primo centro prenotazioni B&B della Regione Sardegna.

Nel giro di un anno e mezzo affilio 1500 famiglie. Nessuno allora sapeva cosa fosse un B&B, ma io giro tutti i paesi e racconto l’idea partendo da una tradizione molto forte in Sardegna: se per molti aspetti è stata anche relegata al focolare, in Sardegna la donna era colei che gestiva la famiglia e la sua economia, e lo fa tutt’oggi. Era alla moglie che il marito consegnava i guadagni ed era lei a decidere cosa farne. Per questo mi sono detta: Se voglio assicurarmi che il progetto funzioni, devo partire dalle donne”. Nasce così “Sardegna B & B Reservation”, un’esperienza che è durata dieci anni ed è stata finanziata dalla Regione.

Una certa idea di turismo

All’epoca, in Sardegna, non c’era nulla nell’ambito extra-alberghiero. Io continuavo a seguire il commerciale di grandi alberghi, ma parallelamente coltivavo un mio piccolo sogno nel cassetto: dedicarmi completamente alla progettazione turistica, legando l’idea di sviluppo territoriale al concetto di capacità di carico. Per noi si trattava di accompagnare il passaggio da una comunità agropastorale ad una comunità aperta al mondo. Ogni sindaco vede il turismo come la panacea di tutti i mali. In realtà, quando non è organizzato seriamente, il turismo può stravolgere culture, economie, società.

Un’isola nell’isola per sperimentare “molta umanità”

Il punto di svolta arriva 12 anni fa, quando incontro Giovanna, Carlo, Ottavia, Carla, coloro che sono diventati i miei colleghi e le mie colleghe. Venivano da mondi diversi dai miei – le donne sono biologhe, naturaliste, chimiche – ma ci raccontiamo e iniziamo a immaginare quali progetti condividere. Io ho sempre coltivato l’idea di aprire una struttura ricettiva dove poter sperimentare “molta umanità”. Loro vogliono dedicarsi a centri di educazione ambientale, a spazi formativi per bambini e adulti. Così pensiamo di unire queste due anime.

In quello stesso periodo, mentre insegno a Cagliari in un corso di Alta formazione per laureati, incrocio un bando del Comune di Sant’Antioco che riguarda la gestione dell’ostello. Penso di farne un case history per i miei studenti e vado a vedere. Al mio arrivo, trovo una struttura completamente abbandonata in un luogo meraviglioso. Un’isola nell’isola. Anche a Cagliari c’è il mare, eppure dopo dieci anni ho ancora la sensazione di arrivare in un altro mondo. Sant’Antioco è un posto veramente magico, dove tu lasci le porte aperte, e quando vai per strada, la gente ti saluta. A me piace lavorare, ma soprattutto amo stare con le persone. Di questo spazio incredibile di incontro, io mi innamoro.

Tornata a Cagliari, ne parlo agli altri e insieme scriviamo il progetto che vincerà il bando. Ma a quel punto sorge il problema delle risorse. Così ci interfacciamo con una struttura regionale che finanzia le imprese e scopriamo che ci sono bandi per prestiti a cooperative. Raccontato loro il nostro progetto e riceviamo un finanziamento che permette a noi – che non eravamo bancabili – di godere anche di altre linee di credito. È così che siamo riusciti a portare avanti questo progetto fino ad oggi.

Paghiamo il prezzo della nostra libertà

La nostra è una cooperativa molto al femminile. Abbiamo un unico socio maschio che è anche l’unico profilo che lavora a partita IVA.

Altra caratteristica: siamo sempre in evoluzione. Ottavia, una delle socie, sta seguendo in questi giorni un corso sull’intelligenza artificiale. Ci chiama per aggiornarci su cosa sta scoprendo. Fondamentalmente siamo un gruppo di donne che crede nella crescita quotidiana da condividere costantemente con le altre.

In questi anni io sono diventata brava, perché sono bravi gli altri che stanno con me. È un dare e avere. È una comunità di persone che si siedono ad un tavolo e tutti i giorni pianificano, organizzano. Questo è il motto della mia presidente Carla che abbiamo fatto nostro: “Paghiamo il prezzo della nostra libertà.” Sappiamo che ognuna di noi potrebbe, lavorando altrove, portarsi a casa uno stipendio più gratificante economicamente, oltre che più sicuro. Ma non avremmo la libertà di essere in qualche modo “generativi”; di poter incontrare altre storie e altri percorsi, come stiamo facendo con la rete Contagiamoci che coinvolge centinaia di realtà sociali in giro per l’Italia. Grazie a questi contatti, non siamo solo parte di quest’isola, ma anche sempre aperti verso l’esterno.

L’imprenditore non è un nemico

La nostra cooperativa si differenzia dal classico modello di imprenditoria. Banalmente, i ragazzi che stiamo assumendo restano sorpresi quando dico loro che anche ad agosto avranno il giorno libero. È un lavoro, mica una cayenna! Noi ragioniamo in termini di benessere di persone, contesti, luoghi e nel dialogo con le amministrazioni pubbliche, ricordiamo loro quanto la responsabilità sociale delle imprese costituisca un elemento fondamentale per la crescita di un territorio.

Ho incrociato un bando dell’Assessorato all’Industria che finanzia la transizione energetica. Leggo e scopro che i codici Ateco indicati per partecipare non prevedono gli ostelli, ma solo gli alberghi. Cerco di approfondirne il motivo con gli uffici, ma non ricevo risposte convincenti. Allora contatto il direttore in Confcooperative, realtà in cui sono dirigente: “Carissimo, tu sai che gli ostelli sono beni pubblici che le cooperative prendono in gestione? E che le risorse regionali, se andassero ad una cooperativa, sarebbero investiti nel bene comune perché andrebbero alle persone che ci lavorano e alla struttura fisica di proprietà di un’amministrazione comunale?” Insieme ieri sera abbiamo scritto una PEC. So che già questa mattina l’Assessore era al lavoro per rivedere il bando. Sto dicendo che è un impegno civile proprio del fare impresa stimolare anche la pubblica amministrazione a non vedere più l’imprenditore come un nemico, ma un soggetto fondamentale nella crescita di un territorio.

I due cappelli delle donne

Come donna che lavora mi sono dovuta assumere molte responsabilità. Noi donne spesso portiamo due cappelli, quello della famiglia e quello professionale.
Non è banale. Dobbiamo farlo, ma possiamo chiedere aiuto. Se torno a casa stanca morta e trovo il caos posso dire: “Ragazzi, io non ce la posso fare, fate voi.”
Io non ricordo di essere dovuta partire e aver dovuto preparare le lasagne per una settimana per la mia famiglia, come invece ho sentito raccontare da molte colleghe. Forse perché mio marito, quando ho partorito e la mattina alle 7 dovevo alzarmi perché avevo partita IVA e il lavoro chiamava, c’era. Io la sera tiravo il latte, la notte dormivo, e si alzava lui a dare da mangiare ai bambini, se serviva. Queste cose bisogna farle per raggiungere quella parità di genere che tanto ci raccontiamo.

Noi donne non ci appropriamo della nostra parità

Abbiamo tante leggi che raccontano la parità, ma talvolta siamo noi donne le prime che non ce ne appropriamo. Forse perché ci sembra di togliere qualcosa a nostro figlio se non ce ne prendiamo cura, come magari hanno fatto i nostri bisnonni. Sarà che io vengo da una famiglia progressista, in cui le donne hanno sempre lavorato. Mia nonna faceva l’infermiera. Mia mamma era un’insegnante e tornava a casa alle 5 del pomeriggio. Mio padre, invece, era segretario in una scuola. Alle due faceva il giro a raccogliere i figli. Era lui a fare la spesa e a cucinare. Ho vissuto in una famiglia in cui, in maniera assolutamente paritaria, si stiravano le camicie e questo non costituiva un problema. Credo che tutto ciò mi abbia reso più indipendente. Forse anche nella ricerca di un marito ho cercato qualcuno con cui condividere. Ancora oggi sento donne splendide dire: “Mi sento in colpa, se non ho preparato quello che serve a mio figlio.”

Trovo una certa deresponsabilizzazione che poi noi riscontriamo quando assumiamo un laureato o una laureata. In persone di 23 anni ti aspetteresti una qualche capacità anche organizzativa, anche piccolina, in più.

Gli ingredienti dell’impresa: coraggio, intrapresa e denaro

Per avviare un’impresa serve anzitutto coraggio. Poi, occorre avere molte più competenze trasversali di un tempo. Tra queste, saper dialogare e gestire la burocrazia. Perché la prima cosa che combini, sei morto! Paradossalmente, la piccola imprenditoria ha per molti aspetti gli stessi gravosi oneri di una grande impresa. Banalmente, se apri un laboratorio artigianale da settembre 2025 devi pagare l’assicurazione obbligatoria per i rischi catastrofali.

Quindi, la liquidità. Non basta il coraggio, non basta l’intraprendere: servono i soldi.

Da ultimo, serve un tutoraggio: oggi per avviare un’impresa devi aver seguito un corso, o aver avuto qualcuno accanto che ti ha spiegato le regole del gioco.

Ho due figli che sono nell’età di potenziale imprenditoria. E ci hanno anche pensato, soprattutto la grande. Quando ci siamo seduti al tavolo per parlarne, si è resa conto della complessità da affrontare e mi ha detto: “Mamma, non ce la farò mai!”

Mia figlia fa la ricamatrice e non può pensare di operare per il suo quartiere. Perché ogni quartiere si affaccia su Amazon, e nessuno ti vede più, neppure se esponi un’insegna gigantesca!

La cooperazione, come una famiglia

Nella mia vita ho sperimentato diversi modelli di impresa e non ho dubbi: tutta la vita la cooperazione. Da alcuni anni sono dirigente di Federcultura Turismo, realtà che riunisce tante cooperative legate al mondo dello spettacolo. Ho avuto l’occasione di conoscere ragazze incredibili, con capacità sorprendenti. Durante il Covid, ho visto con quanta difficoltà le imprese culturali sono sopravvissute. Tante esperienze di donne in cooperazione ce l’hanno fatta chiedendo aiuto. Una caratteristica molto femminile. Per le donne, la cooperativa diventa un po’ come una famiglia e sappiamo che quando la famiglia è in difficoltà, noi diventiamo più creative. Così come una madre non lascia il figlio senza cibo, allo stesso modo ho visto la tenacia e l’innovatività delle donne del mondo cooperativo nel trovare nuove modalità per andare avanti.

I tempi della politica non sono fatti per le donne

Oggi, in politica, abbiamo donne in posti di rilievo. Nonostante questo, non credo che una legislatura possa cambiare il sistema. I politici possono anche avere una visione, ma se la burocrazia non è pronta a cambiare, potrà esserci addirittura uno scontro. Il processo è lento. Una cosa che un governante donna potrebbe provare a modificare è il modello di governance. Perché tante donne non entrano in politica? Perché non sono i tempi delle donne. Se indiciamo i consigli comunali dopo le 20, la sera, come gestisci i bambini piccoli? Una donna preferisce stare con i suoi figli, dopo avere lavorato tutto il giorno. Per un uomo mi pare sia ancora molto diverso: può permettersi di fare altre cose, tanto ha la moglie a casa.
Le quote rosa non servono, se continuiamo ad avere tempi che non consentono alle donne di esserci. Dobbiamo cambiare questo sistema. Auspico che la nostra Presidente del Consiglio favorisca questo tipo di trasformazioni. La partecipazione alla vita politica delle donne deve passare attraverso strumenti nuovi, che non siano solo attenti alle disponibilità degli uomini. Tra l’altro, sono modalità che sempre più vanno bene a tutti.

Anche la donna deve poter avere una sua visione del futuro

Rispetto alla crescita della partecipazione delle donne, ci sono diversi temi da considerare. Non solo la difficoltà di entrata nel mondo del lavoro, ma anche la sua permanenza, perché ancora oggi non posso pensare che una donna rinunci al suo ruolo lavorativo quando ha un figlio. La famiglia è un elemento fondamentale in Italia, ma noi non abbiamo uno strumento sociale che supporti e dia concretezza a questa affermazione. Non c’è allineamento, non c’è dialogo. Abbiamo orari scolastici che non coincidono con gli orari lavorativi e dunque, quale donna con un’occupazione normale può portare un figlio a scuola alle 8:30; tornare a prenderlo alle 12:30 e stare a casa con lui nel pomeriggio? Molti vedono una soluzione nel part-time di quattro ore. Bene, ma dobbiamo chiederci: a chi serve? Se voglio portarmi a casa un vero stipendio, devo lavorare otto ore, ma per poterlo fare devo avere strumenti e supporti, soprattutto quando i bambini sono piccolissimi. Purtroppo, gli asili nido sono pochissimi; non sono equamente distribuiti, e costano moltissimo. Conosco donne che rinunciano al lavoro, perché, quando si deve affrontare il costo di due posti all’asilo per i figli, alla fine si è quasi superato il totale del loro stipendio. Non capisco. D’altronde, la donna può e deve avere una propria visione del futuro.

Una consapevolezza mia, di donna, come persona di valore

Anche io ho avuto gli stessi problemi. Io e mio marito ci siamo seduti, abbiamo ragionato e considerato che io avrei continuato a lavorare, intanto perché i nostri figli sarebbero cresciuti, e poi perché la mia realizzazione come mamma passava anche dalla mia realizzazione come donna e come professionista.

E poi, perché avrei dovuto essere io a rinunciare?

C’è stata una consapevolezza mia di donna, di persona che ha un valore e che vuole poter dire la sua; che vuole partecipare alla società come madre e moglie, ma anche come lavoratrice. Tuttavia, per realizzare questo obiettivo serve una collaborazione attiva e costante a tanti livelli.

Servono politiche a lungo raggio, non iniziative sporadiche

Oggi servono politiche attive, a lungo raggio, non iniziative sporadiche che oggi metto in finanziaria, ma poi? I 10 milioni di euro per finanziare il bonus pannolini non servono a niente e a nessuno. È come mettere ogni tanto un po’ di cemento per riempire un buco in una strada totalmente distrutta. Non porta a nulla e non fa crescere nulla. Oggi non c’è una politica seria per la tutela della maternità, elemento cruciale su cui dobbiamo discutere seriamente, perché è evidente che noi non avremo un futuro. Chi ci pagherà le pensioni? Chi ci pagherà la sanità? Bisogna avere il coraggio di dire questo con serenità.

Siamo sopravvissuti grazie a persone con una certa testa

Oggi l’assistenza dei ragazzi e degli anziani è delegata tutta al Terzo settore, completamente. Quando io avevo i bambini piccoli, abbiamo creato reti di supporto volontarie tra genitori. Una sera alla settimana io stavo a casa e gli altri genitori mi portavano i loro figli. Si creavano gruppi di dieci bambini che ognuno di noi, a turno, si gestiva. Siamo sopravvissuti con quello che si chiama in sardo “s’agiudu torrau” (aiuto restituito), cioè “Io ti do una mano oggi, e tu la dai a me domani”. Per fortuna questa esperienza ha creato reti e comunità di amicizie di cui i ragazzi ancora oggi sono felici. Ma questo è stato possibile perché abbiamo trovato intorno a noi un gruppo di persone con una certa testa, e forse, come noi, con un certo bisogno di sopravvivenza.

Maria Chiara Barabino

Stefania Brancaccio

Francesca Failoni

Sabrina Florio

Elena Goitini

Aurora Maggio

Elena Dominique Midolo

Lella Miccolis

Ketty Panni

Valentina Pellegrini

Evelyn Isabel Pereira

Lara Ponti

Stefania Rinaldi

Alessandra Tore

Laura Venturini