LA COLONNA INVISIBILE
Perché le donne sono importanti
e perché contano ancora troppo poco
2025
Mercato del lavoro e retribuzioni
Europa
L’Italia si colloca all’ultimo posto tra i paesi considerati per tasso di occupazione femminile (53,3%), con un valore nettamente inferiore alla media UE (66,2%), da cui dista quasi 13 punti percentuali. Su livelli progressivamente più elevati si posizionano Romania (55,3%), Spagna (61,6%) e Francia (66,4%), mentre i valori più alti si registrano in Polonia (67,2%), Germania (74,1%) e Svezia (75,2%). Nel confronto con il tasso di occupazione maschile, l’Italia presenta il divario di genere più ampio tra i paesi considerati (17,8 p.p.), a fronte di un tasso maschile (71,1%) che risulta comunque tra i più bassi e inferiore alla media UE (75,3%). Nei restanti paesi il gap è più contenuto, con valori minimi in Svezia (2,9 p.p.) e Francia (5,2 p.p.) e livelli intermedi negli altri contesti europei.
L’indicatore rileva, per ciascun Paese, i tassi di disoccupazione della popolazione nativa e straniera, distinguendo tra provenienza europea e non europea e considerando separatamente uomini e donne. L’obiettivo è evidenziare le differenze di inserimento nel mercato del lavoro tra popolazione autoctona e immigrata, mettendo in rilievo i divari associati sia all’origine geografica sia al genere.
Per quanto riguarda l’Italia, il tasso di disoccupazione delle donne straniere provenienti da paesi extra-europei (12,2%) risulta inferiore alla media UE (14,5%), mentre quello delle donne provenienti da paesi europei (12,1%), sostanzialmente allineato al dato delle extra UE, si colloca oltre 4 punti percentuali sopra la media UE (8%).
A differenza degli altri paesi considerati, dove il tasso di disoccupazione delle donne europee è generalmente prossimo a quello delle donne native e nettamente inferiore rispetto alle donne extra europee, in Italia il differenziale rispetto alle autoctone è simile per entrambe le componenti straniere. Il divario tra donne non europee e native (circa 5 p.p.) risulta tuttavia più contenuto rispetto a quanto osservato in Svezia (oltre 20 p.p.) e inferiore anche agli altri paesi europei considerati. Un pattern analogo si osserva anche per la componente maschile straniera, dove i tassi di disoccupazione risultano più elevati rispetto ai nativi ma con differenziali complessivamente più contenuti rispetto a quelli rilevati tra le donne.
L’Italia, con una quota di occupazione part-time femminile pari al 28%, si colloca al di sopra della media europea (22%). Tra i paesi considerati, solo Germania (34,7%) e Regno Unito (30,8%) registrano valori più elevati. Valori più contenuti si osservano in Francia (19,1%), Spagna (18,6%) e Svezia (12,4%), mentre livelli molto bassi caratterizzano Polonia (6,7%) e Romania (1,4%). Il divario di genere nel ricorso al part-time risulta particolarmente ampio in Italia (oltre 21 p.p.), tra i più elevati nel confronto europeo e superiore alla media UE (circa 15 p.p.). Differenziali analogamente elevati si osservano in Germania e nel Regno Unito, mentre risultano più contenuti in Svezia (circa 5 p.p.) e Polonia (circa 4,5 p.p.).
L’Italia si colloca tra i paesi con la più alta incidenza di part-time involontario tra gli occupati part-time, sia per gli uomini (66,7%) sia per le donne (46,5%), con valori nettamente superiori alla media UE (22,6% e 16,8%). Livelli comparabili per la componente maschile si osservano solo in Romania (66,2%), mentre per le donne valori elevati si registrano anche in Spagna (46%) e Romania (41%). In tutti i paesi considerati la quota di part-time involontario risulta più elevata tra gli uomini che tra le donne. A livello medio UE il divario è pari a circa 6 punti percentuali, mentre in Italia lo scarto è nettamente più ampio (circa 20 p.p.), così come in Romania (oltre 25 p.p.). Negli altri paesi considerati il differenziale di genere risulta invece più contenuto e leggermente inferiore alla media UE.
In media nell’UE la quota di occupati con contratti a termine risulta leggermente più diffusa tra le donne (12,2%) rispetto agli uomini (10%). Tra i paesi considerati fanno eccezione la Romania, dove l’incidenza è molto contenuta e leggermente superiore tra gli uomini (2% contro 1%) e la Germania, dove i valori risultano sostanzialmente allineati tra i due generi (10,5% uomini e 10,6% donne) e in linea con la media europea.In Italia la quota di occupati a termine tra gli uomini (10,3%) è in linea con la media UE, mentre tra le donne risulta più elevata (13,8%), ampliando il differenziale di genere rispetto al dato medio europeo. Tra i paesi considerati, la Spagna presenta i valori più alti per l’occupazione a termine femminile (16,4%) e il divario più ampio rispetto agli uomini (circa 5 p.p.), mentre la Francia si caratterizza per una diffusione relativamente elevata dei contratti a termine in entrambe le componenti (12,5% tra gli uomini e 14% tra le donne).
Il gender pay gap non aggiustato (Figura 6.a.) misura la differenza percentuale tra la retribuzione oraria media lorda degli uomini e quella delle donne, senza tenere conto delle differenze nelle caratteristiche individuali e occupazionali (come settore, qualifica o anzianità). Proprio per questa sua natura, l’indicatore consente di restituire una misura complessiva delle disuguaglianze retributive di genere presenti nel mercato del lavoro.
L’Italia si colloca tra i paesi con il più basso gender pay gap non aggiustato (2,2%), con un valore nettamente inferiore alla media UE (12%), mentre valori più elevati si registrano in paesi come Germania (17,6%), Francia (12,3%) e Svezia (11,2%), a conferma di una marcata eterogeneità tra contesti nazionali.
Le retribuzioni medie equivalenti al full-time (Figura 6.b.) consentono di integrare l’informazione fornita dal gender pay gap, che si basa sulle retribuzioni medie orarie e non tengono conto della maggiore diffusione del part-time tra le donne, offrendo una misura delle differenze in termini di livelli complessivi. Questo indicatore tiene conto anche della diversa distribuzione di uomini e donne tra posizioni e componenti della retribuzione complessiva (benefit, premi di produzione, etc.), permettendo di cogliere ulteriori dimensioni delle disuguaglianze reddituali. Nel confronto europeo, le retribuzioni medie equivalenti al full-time risultano sistematicamente più elevate per gli uomini rispetto alle donne in tutti i paesi considerati. A livello UE, la retribuzione media femminile (35.128 euro) è inferiore del 17,6% rispetto a quella maschile (42.610 euro). L’Italia si colloca su livelli inferiori alla media UE per entrambe le componenti (39.383 euro uomini e 33.353 euro donne), con una differenza pari a circa il 15,3%, leggermente più contenuta rispetto al dato europeo.
L’indicatore Eurostat AROPE (At Risk of Poverty or Social Exclusion) misura la quota di popolazione che si trova in almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà monetaria, grave deprivazione materiale e sociale o bassa intensità lavorativa del nucleo familiare. Si tratta quindi di un indicatore composito che consente di cogliere in modo sintetico diverse dimensioni della vulnerabilità economica e sociale. L’Italia mostra la quota più elevata di persone a rischio di povertà o esclusione sociale tra i cittadini nativi, sia per le donne (22,8%) sia per gli uomini (19,3%), rispetto agli altri paesi considerati. Nel confronto europeo emerge un divario marcato tra donne straniere e donne native, con livelli di rischio sistematicamente più elevati per la componente non europea. In Italia, il 39,5% delle donne non europee e il 35,3% delle donne europee sono a rischio di povertà o esclusione sociale, a fronte del 22,8% delle donne italiane, evidenziando un differenziale di circa 17 punti percentuali tra non europee e native. Un tratto distintivo del caso italiano è rappresentato dalla sostanziale convergenza tra donne europee e non europee, entrambe significativamente più esposte rispetto alle autoctone. Negli altri paesi, invece, la distanza tra donne europee e native è generalmente più contenuta: in Francia (24,3% contro 18,1%) e Germania (27,4% contro 18,7%) il differenziale è inferiore ai 10 punti percentuali, mentre in Svezia risulta quasi nullo (14,7% contro 14,8%).
Nel confronto con la componente maschile, i livelli di rischio risultano generalmente inferiori per gli uomini rispetto alle donne all’interno degli stessi gruppi di cittadinanza, ma con pattern in larga parte analoghi.
L’indicatore misura la quota di popolazione che dispone di un conto presso un’istituzione finanziaria o di un account di mobile money, consentendo di osservare il livello di inclusione finanziaria e i differenziali di genere. Nel confronto europeo, l’Italia si colloca su livelli inferiori rispetto ai principali paesi considerati, con una quota pari al 93% tra gli uomini e all’80% tra le donne, evidenziando un divario di genere di 13 punti percentuali, il più elevato tra i paesi osservati. In quasi tutti gli altri Paesi considerati si osservano valori prossimi alla piena inclusione finanziaria per entrambi i generi Polonia (86% per entrambi) e Romania (73% uomini e 70% donne), rappresentano le eccezioni, mostrando quote significativamente inferiori.
L’indicatore misura le discriminazioni nell’accesso alle risorse produttive e finanziarie, sintetizzando vincoli normativi e pratiche che possono limitare l’autonomia economica delle donne. Nel confronto tra i paesi considerati, si osservano livelli generalmente contenuti di discriminazione, con valori più bassi in Svezia (2,1), Regno Unito (3,7) e Spagna (4,3), che si collocano nelle posizioni migliori. L’Italia presenta un punteggio pari a 6,9, leggermente superiore a Germania (6,6) e Spagna, ma comunque su livelli relativamente contenuti nel contesto europeo. Valori più elevati si registrano in Francia (10,7) e soprattutto in Polonia (20,9), che evidenzia il livello più alto di restrizioni tra i paesi considerati.
Nel complesso emerge una variabilità tra paesi, con l’Italia in una posizione intermedia e distante sia dai contesti con minori livelli di discriminazione sia da quelli che presentano valori più elevati.
L’indicatore Eurostat (In-Work at-risk of poverty rate) misura la quota di occupati (18+) che vivono in famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale. Per costruzione, la quota di working poor tende a risultare più elevata tra gli uomini, che sono più frequentemente i principali percettori di reddito del nucleo familiare. Tuttavia, considerando che la maggior parte delle famiglie monogenitoriali è composta da donne (circa l’80% in Italia), la disaggregazione per tipo di famiglia consente di evidenziare specifiche condizioni di svantaggio di genere.
L’Italia presenta un tasso di povertà lavorativa superiore alla media europea per le persone sole (13,6% contro 11,7% UE) e, in misura più marcata, per le famiglie monogenitoriali (26,2% contro 19%). La condizione di povertà lavorativa risulta più diffusa rispetto alla media europea anche tra i nuclei composti da almeno due adulti con figli dipendenti (12% contro 8,9%), mentre per quanto riguarda i nuclei con due o più componenti adulti senza figli il dato è prossimo alla media UE (5,3% contro 5%).
Nel confronto europeo, le famiglie monogenitoriali risultano sistematicamente più esposte al rischio di povertà lavorativa in tutti i paesi considerati. I valori più elevati si registrano in Spagna (30,5%) e Italia (26,2%), mentre livelli più contenuti si osservano in Germania (16,1%) e Romania (13%). Anche tra le persone sole i livelli risultano relativamente elevati, con valori più alti in Italia (13,6%), Germania (13,1%) e Spagna (12,9%).
Per quanto riguarda le famiglie con due o più adulti, il rischio di povertà lavorativa si riduce notevolmente in assenza di figli: i valori più bassi si osservano in Germania (3,9%), Francia (4,2%) e Svezia (4,4%).
L’indicatore misura il divario percentuale tra la pensione mediana percepita dagli uomini e quella percepita dalle donne, fornendo una sintesi delle disuguaglianze accumulate nel corso della vita lavorativa. L’Italia presenta un divario di genere nella pensione pari al 28,7%, superiore alla media UE (24,9%) e tra i più elevati nel confronto europeo. Valori analoghi si osservano in Germania (25,2%) e Francia (24,5%), mentre livelli più contenuti si registrano in Romania (21,6%), Polonia (17,6%) e soprattutto in Svezia (16,4%).
Il valore più elevato si osserva in Spagna (40,1%), che si colloca nettamente al di sopra degli altri paesi considerati.
Italia
- GLI 8 CAPITOLI:
- LE INTERVISTE:
1. donne imprenditrici
Le donne sono già nel futuro. È il lavoro che deve ancora cambiare


