Rapporto Italia Generativa
  • R.I.G.2024

    GIRO DI BOA

    Il segno che resta dell’imprenditività italiana
    • PREFAZIONE

      L’IMPRENDITIVITÀ COME INDICE DI GENERATIVITÀ SOCIALE
    • CONTENUTO

      I 4 CAPITOLI
      • R.I.G. 24-1: Demografia di impresa
      • R.I.G.24-2: Biodiversità di impresa
      • R.I.G. 24-3: Immaginari d’impresa
      • R.I.G. 24-4: La risposta dell’impresa italiana alle grandi transizioni
      • LE INTERVISTE
    • CONSIDERAZIONI FINALI

      NUOVA ENERGIA IMPRENDITORIALE
    • NOTE DI METODO
  • R.I.G.2023

    VIA DALLA GABBIA (SEMI)DORATA

    Riaprire il futuro delle nuove generazioni
    • PREFAZIONE

      CON GLI OCCHI DI UN GIOVANE
    • CONTENUTO

      I SEI CAPITOLI
      • 1. I GIOVANI, L’EDUCAZIONE E LA FORMAZIONE
      • 2. I GIOVANI, IL LAVORO E L’INTRAPRESA
      • 3. I GIOVANI, L’ACCESSO ALLA CASA E IL PERCORSO VERSO L’AUTONOMIA
      • 4. I GIOVANI, LA SALUTE E IL BENESSERE
      • 5. I GIOVANI, LA FIDUCIA E LA PARTECIPAZIONE
      • 6. IL CONTRIBUTO DEL PNRR. INVESTIRE IL FUTURO DEL PAESE
    • CONSIDERAZIONI FINALI
    • NOTE DI METODO
  • R.I.G.2022

    ITALIA IN SURPLACE

    Dalla dispersione intergenerazionale all’ecosistema generativo
    • PREFAZIONE

      GUARDARE IL MONDO CON OCCHI NUOVI
    • CONTENUTO

      GLI 8 CAPITOLI
      • 1. NASCERE E CRESCERE
      • 2. EDUCARE, FORMARE, ABILITARE
      • 3. AUTORIZZARE, CONSEGNARE, DOTARE
      • 4. PARTECIPARE, ESPRIMERSI E CONTRIBUIRE
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      • 6. INNOVARE
      • 7. CUSTODIRE E RIGENERARE
      • 8. RISPARMIARE E INVESTIRE
    • CONSIDERAZIONI FINALI

      APRIRE NUOVE POSSIBILITÀ, È LO SVILUPPO CHE FA LA CRESCITA
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Il Rapporto desidera contribuire all’individuazione di aree di blocco nel percorso di abilitazione / capacitazione di persone e gruppi, premessa alla generazione di multiforme valore per la società nel suo complesso, nel presente e nel futuro.

Può dirsi generativa una società capace di ricreare continuamente, adattandole al tempo e al contesto, le condizioni più favorevoli alla piena fioritura personale, sociale, economica, culturale, istituzionale.

Individuando aree di blocco e/o ritardi rispetto ad altri contesti EU, il Rapporto può diventare un utile cruscotto anche per i policy maker che intendono farsi promotori di politiche generative / della generatività.

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LA COLONNA INVISIBILE

Perché le donne sono importanti

e perché contano ancora troppo poco

 2025
2

Mercato del lavoro e retribuzioni

Europa

L’Italia si colloca all’ultimo posto tra i paesi considerati per tasso di occupazione femminile (53,3%), con un valore nettamente inferiore alla media UE (66,2%), da cui dista quasi 13 punti percentuali. Su livelli progressivamente più elevati si posizionano Romania (55,3%), Spagna (61,6%) e Francia (66,4%), mentre i valori più alti si registrano in Polonia (67,2%), Germania (74,1%) e Svezia (75,2%). Nel confronto con il tasso di occupazione maschile, l’Italia presenta il divario di genere più ampio tra i paesi considerati (17,8 p.p.), a fronte di un tasso maschile (71,1%) che risulta comunque tra i più bassi e inferiore alla media UE (75,3%). Nei restanti paesi il gap è più contenuto, con valori minimi in Svezia (2,9 p.p.) e Francia (5,2 p.p.) e livelli intermedi negli altri contesti europei.

L’indicatore rileva, per ciascun Paese, i tassi di disoccupazione della popolazione nativa e straniera, distinguendo tra provenienza europea e non europea e considerando separatamente uomini e donne. L’obiettivo è evidenziare le differenze di inserimento nel mercato del lavoro tra popolazione autoctona e immigrata, mettendo in rilievo i divari associati sia all’origine geografica sia al genere. 

Per quanto riguarda l’Italia, il tasso di disoccupazione delle donne straniere provenienti da paesi extra-europei (12,2%) risulta inferiore alla media UE (14,5%), mentre quello delle donne provenienti da paesi europei (12,1%), sostanzialmente allineato al dato delle extra UE, si colloca oltre 4 punti percentuali sopra la media UE (8%). 

A differenza degli altri paesi considerati, dove il tasso di disoccupazione delle donne europee è generalmente prossimo a quello delle donne native e nettamente inferiore rispetto alle donne extra europee, in Italia il differenziale rispetto alle autoctone è simile per entrambe le componenti straniere. Il divario tra donne non europee e native (circa 5 p.p.) risulta tuttavia più contenuto rispetto a quanto osservato in Svezia (oltre 20 p.p.) e inferiore anche agli altri paesi europei considerati. Un pattern analogo si osserva anche per la componente maschile straniera, dove i tassi di disoccupazione risultano più elevati rispetto ai nativi ma con differenziali complessivamente più contenuti rispetto a quelli rilevati tra le donne.

L’Italia, con una quota di occupazione part-time femminile pari al 28%, si colloca al di sopra della media europea (22%). Tra i paesi considerati, solo Germania (34,7%) e Regno Unito (30,8%) registrano valori più elevati. Valori più contenuti si osservano in Francia (19,1%), Spagna (18,6%) e Svezia (12,4%), mentre livelli molto bassi caratterizzano Polonia (6,7%) e Romania (1,4%). Il divario di genere nel ricorso al part-time risulta particolarmente ampio in Italia (oltre 21 p.p.), tra i più elevati nel confronto europeo e superiore alla media UE (circa 15 p.p.). Differenziali analogamente elevati si osservano in Germania e nel Regno Unito, mentre risultano più contenuti in Svezia (circa 5 p.p.) e Polonia (circa 4,5 p.p.).

L’Italia si colloca tra i paesi con la più alta incidenza di part-time involontario tra gli occupati part-time, sia per gli uomini (66,7%) sia per le donne (46,5%), con valori nettamente superiori alla media UE (22,6% e 16,8%). Livelli comparabili per la componente maschile si osservano solo in Romania (66,2%), mentre per le donne valori elevati si registrano anche in Spagna (46%) e Romania (41%). In tutti i paesi considerati la quota di part-time involontario risulta più elevata tra gli uomini che tra le donne. A livello medio UE il divario è pari a circa 6 punti percentuali, mentre in Italia lo scarto è nettamente più ampio (circa 20 p.p.), così come in Romania (oltre 25 p.p.). Negli altri paesi considerati il differenziale di genere risulta invece più contenuto e leggermente inferiore alla media UE.

In media nell’UE la quota di occupati con contratti a termine risulta leggermente più diffusa tra le donne (12,2%) rispetto agli uomini (10%). Tra i paesi considerati fanno eccezione la Romania, dove l’incidenza è molto contenuta e leggermente superiore tra gli uomini (2% contro 1%) e la Germania, dove i valori risultano sostanzialmente allineati tra i due generi (10,5% uomini e 10,6% donne) e in linea con la media europea.In Italia la quota di occupati a termine tra gli uomini (10,3%) è in linea con la media UE, mentre tra le donne risulta più elevata (13,8%), ampliando il differenziale di genere rispetto al dato medio europeo. Tra i paesi considerati, la Spagna presenta i valori più alti per l’occupazione a termine femminile (16,4%) e il divario più ampio rispetto agli uomini (circa 5 p.p.), mentre la Francia si caratterizza per una diffusione relativamente elevata dei contratti a termine in entrambe le componenti (12,5% tra gli uomini e 14% tra le donne).

Il gender pay gap non aggiustato (Figura 6.a.) misura la differenza percentuale tra la retribuzione oraria media lorda degli uomini e quella delle donne, senza tenere conto delle differenze nelle caratteristiche individuali e occupazionali (come settore, qualifica o anzianità). Proprio per questa sua natura, l’indicatore consente di restituire una misura complessiva delle disuguaglianze retributive di genere presenti nel mercato del lavoro. 

L’Italia si colloca tra i paesi con il più basso gender pay gap non aggiustato (2,2%), con un valore nettamente inferiore alla media UE (12%), mentre valori più elevati si registrano in paesi come Germania (17,6%), Francia (12,3%) e Svezia (11,2%), a conferma di una marcata eterogeneità tra contesti nazionali.

Le retribuzioni medie equivalenti al full-time (Figura 6.b.) consentono di integrare l’informazione fornita dal gender pay gap, che si basa sulle retribuzioni medie orarie e non tengono conto della maggiore diffusione del part-time tra le donne, offrendo una misura delle differenze in termini di livelli complessivi. Questo indicatore tiene conto  anche della diversa distribuzione di uomini e donne tra posizioni e componenti della retribuzione complessiva (benefit, premi di produzione, etc.), permettendo di cogliere ulteriori dimensioni delle disuguaglianze reddituali. Nel confronto europeo, le retribuzioni medie equivalenti al full-time risultano sistematicamente più elevate per gli uomini rispetto   alle donne in tutti i paesi considerati. A livello UE, la retribuzione media femminile (35.128 euro) è inferiore del 17,6% rispetto a quella maschile (42.610 euro). L’Italia si colloca su livelli inferiori alla media UE per entrambe le componenti (39.383 euro uomini e 33.353 euro donne), con una differenza pari a circa il 15,3%, leggermente più contenuta rispetto al dato europeo. 

L’indicatore Eurostat AROPE (At Risk of Poverty or Social Exclusion) misura la quota di popolazione che si trova in almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà monetaria, grave deprivazione materiale e sociale o bassa intensità lavorativa del nucleo familiare. Si tratta quindi di un indicatore composito che consente di cogliere in modo sintetico diverse dimensioni della vulnerabilità economica e sociale. L’Italia mostra la quota più elevata di persone a rischio di povertà o esclusione sociale tra i cittadini nativi, sia per le donne (22,8%) sia per gli uomini (19,3%), rispetto agli altri paesi considerati. Nel confronto europeo emerge un divario marcato tra donne straniere e donne native, con livelli di rischio sistematicamente più elevati per la componente non europea. In Italia, il 39,5% delle donne non europee e il 35,3% delle donne europee sono a rischio di povertà o esclusione sociale, a fronte del 22,8% delle donne italiane, evidenziando un differenziale di circa 17 punti percentuali tra non europee e native. Un tratto distintivo del caso italiano è rappresentato dalla sostanziale convergenza tra donne europee e non europee, entrambe significativamente più esposte rispetto alle autoctone. Negli altri paesi, invece, la distanza tra donne europee e native è generalmente più contenuta: in Francia (24,3% contro 18,1%) e Germania (27,4% contro 18,7%) il differenziale è inferiore ai 10 punti percentuali, mentre in Svezia risulta quasi nullo (14,7% contro 14,8%). 

Nel confronto con la componente maschile, i livelli di rischio risultano generalmente inferiori per gli uomini rispetto alle donne all’interno degli stessi gruppi di cittadinanza, ma con pattern in larga parte analoghi.

L’indicatore misura la quota di popolazione che dispone di un conto presso un’istituzione finanziaria o di un account di mobile money, consentendo di osservare il livello di inclusione finanziaria e i differenziali di genere. Nel confronto europeo, l’Italia si colloca su livelli inferiori rispetto ai principali paesi considerati, con una quota pari al 93% tra gli uomini e all’80% tra le donne, evidenziando un divario di genere di 13 punti percentuali, il più elevato tra i paesi osservati. In quasi tutti gli altri Paesi considerati si osservano valori prossimi alla piena inclusione finanziaria per entrambi i generi Polonia (86% per entrambi) e Romania (73% uomini e 70% donne), rappresentano le eccezioni, mostrando quote significativamente inferiori.  

L’indicatore misura le discriminazioni nell’accesso alle risorse produttive e finanziarie, sintetizzando vincoli normativi e pratiche che possono limitare l’autonomia economica delle donne. Nel confronto tra i paesi considerati, si osservano livelli generalmente contenuti di discriminazione, con valori più bassi in Svezia (2,1), Regno Unito (3,7) e Spagna (4,3), che si collocano nelle posizioni migliori. L’Italia presenta un punteggio pari a 6,9, leggermente superiore a Germania (6,6) e Spagna, ma comunque su livelli relativamente contenuti nel contesto europeo. Valori più elevati si registrano in Francia (10,7) e soprattutto in Polonia (20,9), che evidenzia il livello più alto di restrizioni tra i paesi considerati.

Nel complesso emerge una variabilità tra paesi, con l’Italia in una posizione intermedia e distante sia dai contesti con minori livelli di discriminazione sia da quelli che presentano valori più elevati.

L’indicatore Eurostat (In-Work at-risk of poverty rate) misura la quota di occupati (18+) che vivono in famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale. Per costruzione, la quota di working poor tende a risultare più elevata tra gli uomini, che sono più frequentemente i principali percettori di reddito del nucleo familiare. Tuttavia, considerando che la maggior parte delle famiglie monogenitoriali è composta da donne (circa l’80% in Italia), la disaggregazione per tipo di famiglia consente di evidenziare specifiche condizioni di svantaggio di genere.

L’Italia presenta un tasso di povertà lavorativa superiore alla media europea per le persone sole (13,6% contro 11,7% UE) e, in misura più marcata, per le famiglie monogenitoriali (26,2% contro 19%). La condizione di povertà lavorativa risulta più diffusa rispetto alla media europea anche tra i nuclei composti da almeno due adulti con figli dipendenti (12% contro 8,9%), mentre per quanto riguarda i nuclei con due o più componenti adulti senza figli il dato è prossimo alla media UE (5,3% contro 5%).

Nel confronto europeo, le famiglie monogenitoriali risultano sistematicamente più esposte al rischio di povertà lavorativa in tutti i paesi considerati. I valori più elevati si registrano in Spagna (30,5%) e Italia (26,2%), mentre livelli più contenuti si osservano in Germania (16,1%) e Romania (13%). Anche tra le persone sole i livelli risultano relativamente elevati, con valori più alti in Italia (13,6%), Germania (13,1%) e Spagna (12,9%).

Per quanto riguarda le famiglie con due o più adulti, il rischio di povertà lavorativa si riduce notevolmente in assenza di figli: i valori più bassi si osservano in Germania (3,9%), Francia (4,2%) e Svezia (4,4%).

L’indicatore misura il divario percentuale tra la pensione mediana percepita dagli uomini e quella percepita dalle donne, fornendo una sintesi delle disuguaglianze accumulate nel corso della vita lavorativa. L’Italia presenta un divario di genere nella pensione pari al 28,7%, superiore alla media UE (24,9%) e tra i più elevati nel confronto europeo. Valori analoghi si osservano in Germania (25,2%) e Francia (24,5%), mentre livelli più contenuti si registrano in Romania (21,6%), Polonia (17,6%) e soprattutto in Svezia (16,4%).

Il valore più elevato si osserva in Spagna (40,1%), che si colloca nettamente al di sopra degli altri paesi considerati.

Italia

Il tasso di mancata partecipazione al lavoro evidenzia un marcato gradiente territoriale, con valori più contenuti nelle regioni del Nord e progressivamente più elevati nel Mezzogiorno, soprattutto per la componente femminile. Nel Nord, i livelli di mancata partecipazione femminile risultano generalmente inferiori al 10%, con i valori più bassi nelle Province Autonome di Bolzano (3,8%) e Trento (6,6%), in Veneto (7,8%) e in  Lombardia (8,3%). 

Nel Mezzogiorno il fenomeno assume dimensioni significativamente più rilevanti: il tasso di mancata partecipazione femminile supera il 25% in Basilicata (27,3%) e Puglia (27,9%), fino a raggiungere valori molto elevati in Sicilia (34,9%), Campania (36,8%) e Calabria (38,3%). In queste regioni il divario di genere risulta particolarmente ampio, con differenziali che superano i 10 punti percentuali e raggiungono i livelli più elevati in Campania (circa 12 p.p.), Calabria (oltre 13 p.p.) e Molise (13 p.p.).

Il tasso di partecipazione al lavoro per cittadinanza consente di confrontare la posizione delle donne straniere rispetto alle italiane nei diversi contesti territoriali, verificando se la penalizzazione sul mercato del lavoro segua lo stesso gradiente e la stessa intensità. Nel complesso emerge un andamento territoriale comune a tutte le componenti femminili, con livelli di partecipazione più elevati nel Centro-Nord e una marcata riduzione nel Mezzogiorno. Nelle regioni del Nord e del Centro, le donne europee (non italiane) presentano spesso tassi di partecipazione superiori a quelli delle italiane, come in Veneto (74,4% contro 65,5%), Emilia-Romagna (71,1% contro 68,8%) e Piemonte (67,5% contro 67,5%, sostanzialmente allineati), mentre le donne extra-UE si collocano su livelli leggermente inferiori ma comunque comparabili (ad esempio 58% in Lombardia contro il 66,5% delle italiane). In alcune aree si osservano scarti più marcati, come nelle Marche, dove le donne europee raggiungono il 75,1% contro il 66,9% delle italiane. Nel Mezzogiorno, invece, la bassa partecipazione riguarda trasversalmente tutte le cittadinanze, con valori particolarmente contenuti e differenze meno accentuate: in Calabria i tassi sono compresi tra il 38% e il 41,7%, in Sicilia tra il 39,4% e il 41,3%, mentre in Campania si passa dal 38,8% delle italiane al 50,7% delle europee. In questi contesti, la penalizzazione appare generalizzata e meno differenziata per cittadinanza. Nel confronto di genere, gli uomini mostrano tassi di partecipazione significativamente più elevati in tutti i territori e per tutte le cittadinanze, con divari particolarmente ampi nel Mezzogiorno: in Campania la distanza tra uomini italiani (68,2%) e donne italiane (38,8%) supera i 29 punti percentuali, mentre in Calabria il gap tra uomini extra-UE (65,4%) e donne extra-UE (38%) è di oltre 27 punti percentuali. 

L’indicatore misura la differenza tra i tassi di occupazione maschile e femminile a livello provinciale, consentendo di osservare l’intensità del divario di genere e la sua distribuzione territoriale. Nel complesso emerge un marcato gradiente geografico, con divari più contenuti nelle province del Centro-Nord e valori progressivamente più elevati nel Mezzogiorno. Nelle aree settentrionali, il differenziale si mantiene generalmente tra  i 10 e i 20  punti percentuali, con  valori più bassi ad Aosta (-8,2), Belluno (-9,8) e Trieste (-9,4). . Valori più elevati si osservano già in alcune province Lombarde e nel Centro, come Brescia (-20,4) Mantova (-20,3) Sondrio (-21,2), Lodi (-22,1), Parma (-20,2) e Pistoia (-25,4) e Terni (-22,8), ma è nel Mezzogiorno che il divario di genere raggiunge le intensità maggiori. In diverse province della Campania, Puglia, Calabria e Sicilia il differenziale supera i 30 punti percentuali, con i livelli più elevati a Barletta-Andria-Trani (-41,3), Taranto (-39,2), Crotone (-36,9) e Caserta (-32,7). 

L’indicatore misura la quota di occupati part-time che dichiarano di non aver scelto questa modalità di lavoro, evidenziando situazioni di sottoutilizzo del lavoro e permettendo di osservare i divari di genere e territoriali. La sua distribuzione risente quindi sia della maggiore diffusione del part-time tra le donne, sia dei diversi livelli di occupazione tra uomini e donne, influenzando l’ampiezza dei differenziali osservati. Nel complesso emerge un marcato gradiente territoriale, con livelli più contenuti nel Centro-Nord e valori progressivamente più elevati nel Mezzogiorno, soprattutto per la componente femminile. Nelle regioni settentrionali, la quota di part-time involontario tra le donne si colloca generalmente tra il 10% e il 12%, con valori più bassi nella Provincia Autonoma di Bolzano (5,4%), mentre tra gli uomini i livelli restano molto contenuti (tra l’1,4% e il 3,1%). Nel Mezzogiorno il fenomeno assume maggiore intensità: la quota di part-time involontario tra le donne supera il 20% in Sicilia (21,2%), Sardegna (21,1%) e Basilicata (21,2%). In queste regioni si osservano livelli più alti anche tra gli uomini, sebbene nettamente inferiori rispetto alle donne (ad esempio 8,9% in Sicilia e 7,4% in Campania). Il divario di genere risulta sistematicamente elevato in tutte le regioni, ma tende ad ampliarsi nelle aree con maggiore diffusione del fenomeno: nelle regioni del Nord il differenziale si mantiene generalmente entro gli 8 – 9 punti percentuali, mentre nel Mezzogiorno supera frequentemente i 12 – 13 punti, come in Sicilia e Basilicata. 

L’indicatore misura la quota di occupati con contratti a termine che permangono in questa condizione da almeno 5 anni, evidenziando situazioni di persistenza nella precarietà lavorativa e consentendo di osservare differenze di genere e territoriali. Nel complesso emerge una distribuzione territoriale eterogenea, con valori elevati sia in alcune regioni del Mezzogiorno sia in specifici contesti del Centro-Nord. Tra le donne, i livelli più alti si registrano in Puglia (29,9%), Basilicata (28,7%), Sicilia (27,3%) e Calabria (27,2%), mentre nel Centro-Nord si osservano valori generalmente più contenuti ma con alcune eccezioni, come nella Provincia Autonoma di Bolzano (24,2%), in Umbria (20,7%) e in Friuli-Venezia Giulia (19,8%). Nel confronto di genere, a livello nazionale i valori risultano sostanzialmente allineati (19,7% uomini e 19,1% donne), ma a livello regionale emergono differenze significative e non univoche. In diverse regioni del Centro-Nord la quota femminile supera quella maschile, come in Lombardia (14,1% contro 11,6%), Piemonte (17,1% contro 13,5%) e Trentino-Alto Adige (21,3% contro 17%), evidenziando una maggiore persistenza delle donne in condizioni di lavoro a termine. Al contrario, nel Mezzogiorno i differenziali risultano più contenuti o invertiti: in Basilicata (35,5% contro 28,7%) e Molise (16,5% contro 10,5%) il valore è significativamente più elevato tra gli uomini.

L’indicatore misura la retribuzione media annua delle lavoratrici dipendenti a livello provinciale, consentendo di osservare le differenze territoriali nei livelli retributivi femminili.

Nel complesso emerge un marcato gradiente territoriale, con livelli più elevati nelle province del Nord e del Centro e valori significativamente più contenuti nel Mezzogiorno. I livelli più alti si registrano nelle principali aree urbane e nei territori economicamente più dinamici, in particolare a Milano (28.603 euro), seguita da Monza e Brianza (22.772 euro), Bologna (22.479 euro) e Parma (22.045 euro). Nel Centro i livelli risultano mediamente inferiori ma con alcune eccezioni, come Roma (21.620 euro) e Firenze (20.710 euro), mentre in molte altre province si collocano tra i 16.000 e i 19.000 euro. Nel Mezzogiorno si osservano i livelli più bassi, spesso inferiori ai 15.000 euro, con valori particolarmente contenuti in Vibo Valentia (10.463 euro), Cosenza (11.691 euro), Crotone (11.717 euro) e Barletta-Andria-Trani (12.097 euro). Anche nelle principali province del Sud, come Napoli (14.535 euro) e Bari (14.931 euro), le retribuzioni restano significativamente inferiori rispetto al Centro-Nord.

Nel complesso emerge una diffusa presenza di gap retributivi negativi in tutte le province, a indicare livelli sistematicamente più elevati delle retribuzioni maschili. I differenziali più ampi si concentrano prevalentemente nel Centro-Nord, dove in diverse province il divario supera i 10.000 euro annui, come a Lecco (-11.561 euro), Bergamo (-10.783 euro), Bolzano (-10.855 euro), Vicenza (-10.615 euro) e Milano (-10.200 euro). Nel Centro i differenziali risultano generalmente più contenuti, pur con alcune variazioni, come a Massa Carrara (-9.188 euro) e Livorno (-9.097 euro), mentre nelle principali aree urbane come Roma (-6.616 euro) il gap si riduce sensibilmente.

Nel Mezzogiorno il divario retributivo appare mediamente più contenuto, con valori spesso inferiori ai 7.000 euro e livelli particolarmente bassi in alcune province come Nuoro (-4.227 euro), Sassari (-4.717 euro) e Vibo Valentia (-4.873 euro). Anche nelle principali province meridionali, come Napoli (-6.031 euro) e Bari (-7.386 euro), i differenziali risultano inferiori rispetto al Centro-Nord.

L’indicatore misura la quota di occupati che svolgono un lavoro per il quale possiedono un livello di istruzione superiore a quello richiesto, evidenziando situazioni di mismatch tra competenze e occupazione.

Nel complesso emerge una diffusione significativa del fenomeno su tutto il territorio nazionale, con valori generalmente compresi tra il 20% e il 35% e livelli sistematicamente più elevati per la componente femminile. A livello nazionale, la quota di occupati sovraistruiti è pari al 25,4% tra gli uomini e al 29,4% tra le donne, con un differenziale di circa 4 punti percentuali. Dal punto di vista territoriale non si osserva un gradiente netto tra Nord e Sud, ma piuttosto una distribuzione eterogenea. I valori più elevati si registrano in alcune regioni del Centro e del Mezzogiorno, come Umbria (36,9% donne), Marche (33,1%), Lazio (33,1%) e Calabria (32,5%), mentre valori più contenuti si registrano nella Provincia Autonoma di Bolzano (18,4%) e, più in generale, nelle regioni del Nord-Est. Il divario di genere risulta diffuso in tutte le regioni, con una maggiore incidenza della sovra istruzione tra le donne. I differenziali più ampi si osservano in Umbria (oltre 7 p.p.), Lombardia (circa 4 p.p.), Veneto e Toscana (circa 5 p.p.), mentre risultano più contenuti o quasi nulli in alcune regioni del Mezzogiorno come Molise e Abruzzo.

L’indicatore misura la quota di addette con titolo di studio STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) sul totale delle lavoratrici nelle imprese attive, consentendo di osservare la diffusione delle competenze tecnico-scientifiche tra l’occupazione femminile a livello territoriale. Complessivamente, la presenza di donne laureate STEM risulta contenuta e relativamente omogenea sul territorio nazionale, con valori generalmente compresi tra il 3% e il 5%. I livelli più elevati si registrano in alcune province del Centro-Nord e in specifici contesti del Mezzogiorno, come Cosenza (6%), Monza e Brianza (5,7%), Lodi (5,6%), oltre a diverse province con valori pari o superiori al 5% come Milano (5,3%) e Potenza (5,2%). Valori più contenuti si osservano in diverse province distribuite su tutto il territorio nazionale, con i livelli più bassi a Prato (1,5%) e Bolzano (1,7%), mentre in molte aree i valori si collocano tra il 2,5% e il 3,5%. 

L’indicatore misura il saldo migratorio interno femminile a livello provinciale, evidenziando i territori che attraggono o perdono popolazione femminile all’interno del Paese. Nel complesso emerge un marcato gradiente territoriale, con saldi positivi concentrati prevalentemente nelle province del Centro-Nord e valori negativi diffusi nel Mezzogiorno. Tra le principali aree di attrazione si segnalano Torino (+2.528), Bologna (+1.574), Monza e Brianza (+1.481), Pavia (+1.407) e Varese (+1.379), insieme a diverse province del Nord caratterizzate da saldi positivi diffusi. Fa eccezione Milano, che registra il saldo negativo più elevato tra le province del Centro-Nord (-2.835), in controtendenza rispetto al contesto territoriale circostante.

Nel Mezzogiorno si osserva una perdita diffusa di popolazione femminile, con valori particolarmente elevati a Napoli (-5.710), Salerno (-1.208), . Foggia (-1.551), e Reggio Calabria (-1.419).. Emerge, quindi, una forte polarizzazione territoriale, con flussi interni che tendono a spostare la popolazione femminile verso le aree del Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno si caratterizza per una perdita generalizzata, evidenziando dinamiche migratorie interne fortemente differenziate sul territorio nazionale.

L’indicatore misura il saldo migratorio estero in valore assoluto per genere, consentendo di osservare la capacità dei territori di attrarre popolazione dall’estero e le differenze tra uomini e donne. Nel complesso, tutte le regioni presentano saldi positivi, con valori sistematicamente più elevati per la componente maschile rispetto a quella femminile. Il fenomeno è diffuso su tutto il territorio nazionale e si osserva sia nelle regioni del Centro-Nord sia nel Mezzogiorno. Le regioni del Centro-Nord concentrano i valori assoluti più elevati: in Lombardia il saldo è pari a 27.432 uomini e 20.687 donne, in Emilia-Romagna  14.446 e 9.606, nel Lazio 13.437 e 8.873 e in Toscana 12.587 e 7.637. Differenziali particolarmente marcati si osservano anche in Veneto (9.867 uomini contro 4.492 donne) e Piemonte (13.713 contro 9.010). Nel Mezzogiorno i valori risultano più contenuti ma confermano lo stesso pattern: in Campania il saldo maschile (10.254) è più che doppio rispetto a quello femminile (4.727), mentre in Sicilia (9.989 contro 4.383) e Calabria (6.708 contro 3.281) si osservano differenze analoghe. Anche nelle regioni più piccole, come Basilicata (1.889 uomini e 595 donne) e Sardegna (2.244 e 334), la componente maschile risulta nettamente prevalente. 

  • GLI 8 CAPITOLI:
1. Traiettorie educative e formazione
2. Mercato del lavoro e retribuzioni
3. Natalità e progettualità familiare
4. Conciliazione e carichi di cura
5. Accesso a posizioni apicali e leadership
6. Tempo per sé e partecipazione
7. Salute e benessere
8. Violenza di genere
  • LE INTERVISTE:

1. donne imprenditrici

Le donne sono già nel futuro. È il lavoro che deve ancora cambiare

Il ponte a metà: tra trasformazioni culturali e inerzia strutturale
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1 - Una generazione già oltre, un sistema ancora in transizione

Premessa

2 - Le parole delle imprenditrici

3 - Nodi strutturali e ostacoli persistenti

4 - Leve abilitanti e fattori di capacitazione

5 - Tensioni polari e trasformazioni in atto

6 - La domanda comune

7 - L’imprenditoria femminile come spazio di innovazione, traiettorie di lavoro e di senso

8 - Appunti conclusivi

 

1. PREFAZIONE

 

2. CONTENUTI

 

3. CONSIDERAZIONI FINALI

 

4. NOTE DI METODO

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