LA COLONNA INVISIBILE
Perché le donne sono importanti
e perché contano ancora troppo poco
2025
Conciliazione e carichi di cura
Europa
In Italia circa due donne su tre nella fascia di età più giovane (16-24 anni) sono fortemente d’accordo con una condivisione equa del lavoro domestico tra partner (66,6%), un valore leggermente inferiore alla media UE (68,8%) e distante circa 10 p.p. rispetto a quanto osservato in Francia (75,6%) e Svezia (76,7%).Nel contesto italiano, si osservano livelli analoghi anche nella fascia 25-49 anni (65,2% contro 64,9% UE), mentre il consenso diminuisce progressivamente con l’età, fino a raggiungere quasi il 50% tra le donne over 65. Tale valore risulta significativamente inferiore alla media europea (59,9%) e il più basso tra i paesi considerati.
Nel confronto europeo emerge come la relazione tra età e livello di accordo non sia univoca. In alcuni paesi, come Italia, Francia e in parte Polonia, il consenso diminuisce al crescere dell’età, evidenziando una maggiore adesione delle generazioni più giovani al principio di una divisione equa del lavoro domestico. In altri contesti, tuttavia, si osserva un andamento opposto: in Germania e in Spagna, ad esempio, i livelli di accordo aumentano nelle classi di età più avanzate.
L’indicatore misura la quota di donne che dichiarano di occuparsi da sole o per la maggior parte di specifiche attività domestiche, offrendo una misura diretta della distribuzione del lavoro non retribuito all’interno delle famiglie.
In Italia, circa la metà delle donne dichiara di occuparsi prevalentemente della spesa (48%) e oltre il 60% delle faccende domestiche (61,1%), valori entrambi superiori alla media UE (44,3% e 58,4%). Al contrario, la quota scende al 30,7% per le attività amministrative e finanziarie (contro il 39,3% UE) e al 19,1% per la manutenzione della casa (22,2% UE), indicando una minore responsabilità femminile in queste ambiti.
Nel confronto europeo, l’Italia si distingue per una maggiore concentrazione del lavoro domestico “tradizionale” sulle donne, in particolare per le faccende domestiche, dove registra il valore più elevato tra i paesi considerati. Livelli elevati si osservano anche in Germania (58,7%), Francia (58,5%) e Polonia (58,2%), seppur inferiori a quelli italiani. Per quanto riguarda le attività amministrative e burocratiche, i livelli più elevati si registrano in Francia (47,1%), Germania (42,3%) e Polonia (41,8%), mentre l’Italia si colloca tra i paesi con i valori più bassi, insieme alla Spagna (31,4%). Anche per la manutenzione generale, la quota di donne coinvolte risulta contenuta in tutti i paesi, con valori più elevati in Polonia (29,2%) e più bassi in Svezia (17,8%) e Italia (19,1%).
L’indicatore misura la quota di persone che fornisce quotidianamente cura informale di lungo periodo, evidenziando il coinvolgimento diretto nella cura continuativa di familiari o altre persone non autosufficienti.
In Italia il 35,6% delle donne fornisce cura informale ogni giorno, un valore leggermente inferiore alla media UE (36,8%), mentre tra gli uomini la quota scende al 24,5% (contro il 33,2% UE), la quota più bassa tra i paesi considerati. Ne deriva un divario di genere particolarmente ampio, con una maggiore concentrazione del lavoro di cura sulle donna.
Nel confronto europeo, la prevalenza femminile nella cura informale è diffusa ma con intensità variabile. In Spagna si osservano i livelli più elevati per entrambi i generi (45,4% donne e 40% uomini), mentre valori alti si registrano anche in Romania (39,6% e 43,9%) e Francia (38,7% e 31,2%). In Germania il coinvolgimento femminile (34,1%) supera quello maschile (29,3%), ma con un divario più contenuto rispetto all’Italia.
In alcuni paesi, tuttavia, si osserva un coinvolgimento maschile superiore o molto vicino a quello femminile, come in Svezia (37,9% uomini contro 26,4% donne), Polonia (38,9% contro 37,3%) e Romania, dove gli uomini risultano più frequentemente coinvolti nella cura quotidiana.
I risultati della Survey of Gender Gaps in Unpaid Care, Individual and Social Activities condotta da European Institute for Gender Equality (EIGE) forniscono informazioni sulle principali conseguenze dell’attività di cura sulla vita lavorativa delle donne, distinguendo tra diverse modalità di adattamento o rinuncia rispetto al lavoro.
In Italia, gli effetti più frequenti riguardano il cambiamento di turni o orari (20,7%), la riduzione delle ore lavorate (17,3%), la flessibilità oraria (14,6%) e la minore disponibilità di tempo per carriera e studio (13,4%).
Nel confronto europeo, l’Italia si colloca su valori relativamente elevati per il cambiamento di turni o orari (20,7% contro 18,7% UE), in linea con i livelli più alti osservati in Svezia (22,3%) e Romania (21%). Particolarmente rilevante è il dato relativo alla necessità di cambiare lavoro, che in Italia (10,2%) supera nettamente la media europea e i valori osservati in paesi come Germania (6,1%), Spagna (5,5%) e Francia (4%).
Al contrario, l’Italia risulta tra i paesi con i valori più bassi per l’uscita dal mercato del lavoro (3,8% contro 5,1% UE), per il ricorso al lavoro occasionale (5,1% contro 7,3%) e per i periodi prolungati senza lavorare (7,8% contro 10,7%).
Per quanto riguarda le altre dimensioni, i valori italiani risultano generalmente in linea o leggermente inferiori alla media UE: la riduzione delle ore di lavoro è simile (17,3% contro 17,1%), mentre l’aumento delle ore (6,2%) è in linea con il dato europeo (6,1%). Anche il ricorso a supporto esterno (9,3%) e alla flessibilità oraria (14,6%) si colloca su livelli prossimi alla media europea.
Le Figure (5.a. e 5.b.) mostrano l’intensità (copertura economica) e la durata dei congedi, distinguendo tra congedi obbligatori (maternità e paternità) e congedi parentali, generalmente facoltativi e più direttamente legati alla condivisione della cura nel tempo.
Nel confronto europeo emerge una configurazione piuttosto omogenea per i congedi obbligatori: la maternità presenta durate relativamente elevate e coperture spesso prossime o pari al 100% dello stipendio (come in Francia, Spagna e Germania), mentre la paternità, pur con coperture elevate in molti paesi, è generalmente più breve, con alcune eccezioni come la Spagna (16 settimane). L’Italia si colloca in questo quadro con una maternità in linea con la media UE (21,7 settimane e copertura all’80% ) e una paternità molto breve (2 settimane) ma con copertura piena (100%).
Maggiore eterogeneità si osserva invece nei congedi parentali, che rappresentano lo strumento principale per la gestione della cura nel medio-lungo periodo. In questo caso, i paesi si differenziano sia per durata sia per copertura: alcuni combinano durate estese e livelli elevati di sostegno economico (come Romania, Germania e Svezia), mentre altri presentano congedi meno generosi o assenti (come Spagna e Regno Unito). L’Italia si caratterizza per una durata contenuta per le madri (26 settimane, sotto la media UE) e relativamente più elevata per i padri (13 settimane, sopra la media), ma con una copertura economica limitata (30% per entrambi), che può ridurre l’effettivo utilizzo dello strumento.
L’indicatore mostra a chi è rivolta principalmente la cura informale di lungo periodo fornita dalle donne, distinguendo i destinatari in base al rapporto familiare (genitori, figli, partner, altri parenti o non parenti).
In Italia, la quota prevalente di assistenza è rivolta a genitori, nonni e suoceri (57,8%), un valore significativamente superiore alla media UE (46,3%) e tra i più elevati nel confronto europeo, in linea con Romania (57%) e Polonia (54,5%). Risultano invece nettamente più contenute le quote relative ai figli (8,3% contro 15% UE) e ai partner (9,2% contro 12,9%), indicando una minore incidenza della cura diretta verso queste categorie.
Un elemento distintivo del caso italiano è rappresentato dalla quota relativamente elevata di assistenza rivolta ad altri parenti (17,9%), superiore alla media UE (12,6%) e a quella di tutti gli altri paesi considerati. Al contrario, la quota di cura rivolta a persone non parenti è tra le più basse (6,8% contro 13,2% UE), segnalando una minore diffusione di reti di assistenza informale extra-familiari.
Nel confronto europeo emergono modelli differenziati: nei paesi dell’Est e del Sud Europa (Romania, Polonia, Spagna e Italia) la cura è fortemente concentrata sugli ascendenti, mentre nei paesi del Nord e in parte dell’Europa occidentale (Svezia, Germania, Francia) si osserva una distribuzione più equilibrata tra diverse tipologie di beneficiari e una maggiore incidenza della cura verso non parenti.
La Figura 7 mostra la quota di rispondenti alla Survey of Gender Gaps in Unpaid Care, Individual and Social Activities condotta da European Institute for Gender Equality (EIGE) che si dichiarano fortemente d’accordo con l’affermazione secondo cui una madre lavoratrice può avere una relazione calda e sicura con i figli, fornendo un’indicazione della diffusione di stereotipi sul lavoro materno.
In Italia, il 61,5% delle donne si dichiara fortemente d’accordo, un valore superiore alla media UE (56,8%), mentre tra gli uomini la quota scende al 44,1% (contro il 42,9% UE). Il differenziale di genere è quindi particolarmente ampio (oltre 17 punti percentuali), tra i più elevati nel confronto coi paesi considerati, in linea con Polonia (61%) e inferiore solo a Svezia (65,3%).
In tutti i paesi considerati emerge come tra le donne la maggioranza sia fortemente d’accordo con l’affermazione, mentre tra gli uomini la quota resta sempre al di sotto del 50%. Questo dato suggerisce l’esistenza di una differenza sistematica nelle percezioni tra uomini e donne, con una maggiore propensione femminile a riconoscere la compatibilità tra lavoro e maternità.


