1. Introduzione.
Disuguaglianze di genere e traiettorie lavorative: una lettura generativa
La presente analisi si inserisce nell’ambito di un percorso di ricerca sviluppato all’interno del dottorato e realizzato in collaborazione con il team di ricerca per il Rapporto Italia Generativa, che indaga i meccanismi di produzione, trasformazione e riproduzione delle disuguaglianze sociali nel contesto italiano contemporaneo. La prima fase della ricerca, di natura quantitativa, ha coinvolto circa 5.000 famiglie distribuite su 250 comuni italiani. Il campione, costruito in collaborazione con ISTAT, è rappresentativo della popolazione italiana ed è stato selezionato attraverso un disegno di campionamento a più stadi, garantendo un’elevata qualità e robustezza dei dati raccolti. Questa fase ha consentito di individuare pattern ricorrenti nelle traiettorie lavorative e nelle disuguaglianze di genere lungo il corso di vita.
A partire da tali risultati, la presente analisi qualitativa si propone di approfondire i processi attraverso cui queste disuguaglianze si producono concretamente nelle esperienze individuali, con particolare attenzione alle traiettorie lavorative femminili. In linea con l’approccio del Rapporto Italia Generativa l’attenzione è posta sulle condizioni che favoriscono o ostacolano la capacità degli individui di attivare e sviluppare il proprio potenziale, evidenziando come le traiettorie femminili risultino spesso vincolate da configurazioni territoriali, organizzative e familiari che ne limitano la continuità e le possibilità di sviluppo.
I risultati vengono presentati non come semplice descrizione tematica, ma attraverso l’individuazione di nodi problematici che permettono di leggere i meccanismi attraverso cui le disuguaglianze di genere si producono nei diversi contesti territoriali.
2. Contesto e metodologia della ricerca.
Leggere le traiettorie: approccio, dati e strategia di analisi
A partire da tali risultati, è stata sviluppata una seconda fase qualitativa, realizzata nell’ambito della presente tesi di dottorato in collaborazione con il team di ricerca del Rapporto Italia Generativa, con l’obiettivo di esplorare i meccanismi sottostanti alle dinamiche emerse dall’analisi quantitativa. In questo senso, l’approccio qualitativo rappresenta un affondo interpretativo volto a comprendere come le disuguaglianze osservate si producano concretamente nelle esperienze individuali. In particolare, questa fase si concentra sull’analisi di come alcune dimensioni chiave influenzino i percorsi lavorativi femminili:
- l’area di residenza (Nord vs Sud)
- l’unione (convivenza o matrimonio)
- la nascita dei figli
- la carriera e le scelte lavorative del partner
- il titolo di studio
L’obiettivo è comprendere non solo se tali fattori incidano sulle traiettorie lavorative, ma soprattutto come essi interagiscano tra loro, mettendo in luce i processi sociali attraverso cui le disuguaglianze di genere vengono prodotte, negoziate e riprodotte nel tempo. Le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro rappresentano un fenomeno strutturale e persistente nelle società contemporanee. Numerosi studi hanno evidenziato come le traiettorie lavorative femminili siano caratterizzate da maggiore discontinuità, precarietà e vulnerabilità rispetto a quelle maschili.
In questa prospettiva, il concetto di traiettoria assume un ruolo centrale, poiché consente di analizzare il lavoro non come evento statico, ma come processo dinamico influenzato da eventi biografici e contesti sociali.
Secondo Bourdieu, le scelte individuali sono profondamente influenzate dall’habitus, ovvero da schemi interiorizzati che riflettono le strutture sociali. In ambito lavorativo, questo si traduce in una distribuzione di aspettative e opportunità differenziata per genere. La ricerca adotta un approccio qualitativo basato su interviste semi-strutturate a circa 40 donne residenti in Lombardia (Milano e Monza e Brianza) e Sicilia. Il campione è stato costruito in modo intenzionale (purposive sampling), includendo donne con differenti livelli di istruzione, condizioni familiari e percorsi lavorativi, al fine di cogliere la varietà delle esperienze e delle traiettorie. L’impostazione metodologica si ispira alla Grounded Theory (Glaser & Strauss, 1967; Charmaz, 2006), con l’obiettivo di sviluppare categorie interpretative radicate nei dati empirici. In questa prospettiva, l’analisi non è guidata da ipotesi predefinite, ma si costruisce in modo progressivo attraverso un continuo dialogo tra dati e concetti teorici.
Le interviste hanno permesso di ricostruire le traiettorie biografiche delle partecipanti, con particolare attenzione agli eventi chiave del corso di vita, quali l’unione (convivenza o matrimonio) e la nascita dei figli, nonché al ruolo del partner nelle decisioni lavorative. Questo approccio narrativo ha consentito di cogliere i processi di negoziazione e adattamento che caratterizzano le scelte professionali.
L’analisi è stata condotta tramite codifica tematica con il supporto del software NVIVO, seguendo un processo articolato in:
- codifica aperta, finalizzata al’individuazione di categorie emergenti
- codifica assiale, volta a esplorare le relazioni tra le categorie
- codifica selettiva, orientata alla costruzione di un modello interpretativo integrato.
Il processo analitico è basato sul principio del constant comparison, che ha permesso di confrontare sistematicamente i casi tra loro e raffinare progressivamente le categorie analitiche. Questo ha consentito di individuare pattern ricorrenti e di sviluppare un’interpretazione sociologica delle relazioni tra variabili, in particolare tra titolo di studio, dinamiche di coppia, maternità e contesto territoriale.
3. Dove si blocca la generatività:
meccanismi di disuguaglianza nelle traiettorie femminili in Sicilia e Lombardia
Il capitolo si struttura attorno ai principali snodi problematici emersi dall’analisi, con l’obiettivo di mettere in luce i meccanismi attraverso cui la generatività delle traiettorie femminili si attiva, si trasforma o si blocca nel corso della vita. L’analisi evidenzia alcuni passaggi chiave ricorrenti: l’accesso al mercato del lavoro, il ruolo del capitale culturale, la formazione della coppia e la maternità. Questi snodi non agiscono in modo isolato, ma si intrecciano tra loro, producendo effetti cumulativi che incidono sulla continuità e sulla qualità delle traiettorie lavorative.
Un risultato particolarmente rilevante riguarda il momento di avvio della divergenza di genere: contrariamente a una lettura diffusa che individua nella maternità il principale punto di rottura, le evidenze mostrano come il cambiamento delle traiettorie femminili si attivi già nella fase della convivenza o del matrimonio. È in questo passaggio che emergono i primi processi di riallocazione del tempo, delle responsabilità e delle priorità, che orientano in modo asimmetrico le scelte lavorative.
I risultati sono presentati attraverso il confronto tra Sicilia e Lombardia, due contesti territoriali che permettono di osservare configurazioni differenti della disuguaglianza. Nei contesti a bassa disponibilità di opportunità, come in molte aree siciliane, i vincoli si manifestano soprattutto in termini di accesso ed esclusione. Nei contesti ad alta densità di opportunità, come in Lombardia, la disuguaglianza emerge invece lungo il percorso, attraverso processi di selezione, adattamento e progressiva ridefinizione delle traiettorie. In questa prospettiva, l’attenzione non è posta soltanto sulle opportunità disponibili, ma sulle condizioni che rendono possibile – o impediscono – la continuità della generatività lungo il corso di vita.
3.1 Accesso al lavoro e struttura del mercato.
Tra scarsità e competizione: il lavoro come spazio diseguale
SICILIA
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Nel contesto siciliano, il cambiamento appare spesso come una superficie che non intacca le strutture profonde. Le traiettorie lavorative femminili si sviluppano infatti all’interno di un mercato del lavoro che, pur mostrando elementi di trasformazione, continua a essere regolato da vincoli territoriali, relazionali e simbolici che ne limitano l’apertura. Le interviste restituiscono un quadro coerente: più che di assenza di cambiamento, si tratta di una trasformazione che non modifica in modo sostanziale le condizioni di accesso e le possibilità di sviluppo. Le interviste condotte in Sicilia coprono diverse aree territoriali, permettendo di distinguere tra contesti interni, costieri e urbani. In particolare, una parte rilevante del campione si concentra nelle province interne, quali Enna e Caltanissetta, caratterizzate da una minore densità abitativa, da processi di spopolamento e da una più limitata offerta di opportunità lavorative. Accanto a questi contesti, sono presenti anche interviste relative a aree costiere, come Agrigento e Trapani, che presentano una maggiore apertura economica, seppur spesso legata a settori specifici e stagionali, e a contesti urbani più strutturati, come Palermo, Catania e Messina, nei quali le opportunità risultano relativamente più diversificate evidenziando come i vincoli alla generatività delle traiettorie femminili si intensifichino nei contesti interni e periferici, dove le opportunità risultano più limitate e maggiormente mediate da reti locali.
Questa articolazione territoriale consente di cogliere come le condizioni di accesso al lavoro e le traiettorie femminili si configurino in modo differente non solo tra regioni, ma anche all’interno della stessa regione, evidenziando il ruolo cruciale del contesto locale nel favorire o limitare la capacità delle donne di attivare e sviluppare il proprio potenziale nel corso della vita.
Nei contesti interni, in particolare nelle aree della provincia di Enna e Caltanissetta, emerge con forza una condizione di limitazione strutturale delle opportunità:
“Con la laurea c’è tanta gente a casa, figurati senza laurea.”
“È un piccolo paesino… non offre molto, quindi ti devi spostare.”
In questi territori, il mercato del lavoro appare ristretto, poco dinamico e fortemente dipendente da relazioni locali, rendendo difficile la costruzione di percorsi lavorativi continui. In molti casi, il lavoro nasce da conoscenze dirette:
“Ci conosciamo tutti… aveva bisogno e mi ha chiesto.
Nei contesti costieri e urbani – come Palermo, Catania o Agrigento – emergono condizioni relativamente più favorevoli, con una maggiore varietà di opportunità e percorsi.
“Con le mie qualità al nord avrei lavorato meglio… sarei cresciuta più velocemente.”
Tuttavia, anche in questi contesti, le opportunità non sono pienamente accessibili e risultano spesso selettive e diseguali. In alcuni casi, la presenza di reti locali continua a giocare un ruolo importante:
“Il passaparola mi ha aiutato tanto.”
Le interviste restituiscono un quadro estremamente coerente: il territorio siciliano – in particolare nei piccoli centri – non è semplicemente un vincolo esterno, ma una struttura attiva che organizza l’accesso alle opportunità, le traiettorie e persino le aspettative individuali:
“Qui siamo un paesino di 3000 persone, ci conosciamo tutti. Era il negozio dove andavo sempre e la signora aveva bisogno e mi ha chiesto. Non è che mandi curriculum… funziona così.”
“Era un’agenzia vicino a casa mia, ho provato perché avevano bisogno… conoscenza e amicizie.”
“Sono arrivata perché era diciamo di uno zio di famiglia che aveva bisogno… e quindi ho lavorato lì.”
Questi tre estratti, letti insieme, mostrano un pattern chiarissimo: il lavoro non si cerca, non si compete e non si costruisce strategicamente. Si ottiene tramite prossimità sociale. Il mercato del lavoro locale è de-istituzionalizzato. Non esistono procedure standard, criteri meritocratici o apertura. Esiste invece una logica comunitaria chiusa. Il territorio come vincolo alla mobilità:
“Io lavoro qui… ho questa piccola fortuna… però se devo aspirare a qualcosa di diverso devo andare fuori, per forza.”
“Sicuramente… vivere qui ha influenzato le opportunità lavorative… in maniera negativa.”
“Siamo un po’ limitati… anche se nel sociale qualcosa c’è, però comunque siamo limitati.”
Qui emerge una tensione fortissima: restar e limitarsi
o partire e crescere. Ma partire non è neutro e implica costi, implica rottura con reti familiari, implica rischio. Il territorio produce mobilità obbligata ma difficile. Spopolamento e contrazione delle opportunità:
“Il mio paese faceva 12 mila abitanti negli anni 80-90, ora siamo in 4 mila… alcuni hanno lasciato la residenza.”
Il territorio non è solo limitante ma è in declino strutturale e produce un restringimento progressivo del campo delle possibilità. Il territorio come limite simbolico:
“Con la laurea c’è tanta gente a casa, figurati senza laurea.”
Non solo mancanza di lavoro ma perdita di fiducia nel sistema. Il territorio produce disillusione, abbassamento delle aspettative e adattamento cognitivo. Il limite territoriale è anche
limite dell’immaginazione.
Il territorio emerge come:
- vincolo materiale (poche opportunità)
- sistema relazionale chiuso (reti informali)
- orizzonte simbolico ristretto (basse aspettative)
LOMBARDIA
“Milano è una città che lavora, che produce, che consuma, che si consuma.”
Carlo Emilio Gadda
Nel contesto lombardo, il cambiamento non si presenta come superficie, ma come condizione permanente. Il mercato del lavoro si configura come uno spazio attraversato da un’intensità continua, in cui la produzione di opportunità si accompagna a una crescente pressione competitiva. Le traiettorie lavorative femminili si sviluppano quindi all’interno di un ambiente dinamico ma selettivo, in cui non è tanto l’accesso a rappresentare il principale ostacolo, quanto la capacità di sostenere nel tempo ritmi, richieste e livelli di prestazione elevati. Le interviste condotte in Lombardia coprono principalmente le aree di Milano e della provincia di Monza e Brianza, includendo sia contesti urbani ad alta densità e forte dinamicità economica, sia aree periurbane caratterizzate da una maggiore prossimità ai grandi centri. Questa articolazione territoriale consente di cogliere come le traiettorie femminili si sviluppino all’interno di un mercato del lavoro più ampio e strutturato, ma al tempo stesso selettivo e caratterizzato da nuove forme di disuguaglianza.
Lombardia come spazio di opportunità, ma anche di selezione intensa. Le interviste realizzate in Lombardia restituiscono un quadro molto diverso da quello emerso in Sicilia. Qui il territorio non viene generalmente descritto come uno spazio di scarsità estrema o di chiusura relazionale del mercato del lavoro, bensì come un contesto attraversato da una forte densità di opportunità. Tuttavia, questa maggiore disponibilità di lavoro non coincide automaticamente con una maggiore accessibilità, né tantomeno con un’esperienza lineare o egualitaria delle traiettorie femminili. Al contrario, nelle narrazioni raccolte emerge con forza una tensione costante tra maggiore apertura del mercato e maggiore selettività competitiva.
Questo aspetto è particolarmente chiaro in una delle interviste, che confronta in modo esplicito la realtà di Novara e quella milanese. L’intervistata racconta:
“Trasferendomi a Milano ho avuto molte più possibilità di colloqui e molti più annunci, ma alla fine meno proposte concrete. Forse perché l’area è più grande e ci sono più candidati. In realtà a Novara ho avuto meno difficoltà nel trovare lavoro.”
Questo mostra che la Lombardia, e in particolare Milano, non è percepita semplicemente come “terra delle opportunità”, ma come un mercato nel quale l’abbondanza degli annunci convive con una saturazione competitiva elevata. In altre parole, il territorio offre più possibilità in astratto, ma le traduce in opportunità effettive solo per chi riesce a sostenere ritmi, standard e logiche di selezione più intensi. La disponibilità di annunci non si traduce quindi automaticamente in continuità occupazionale o in stabilità.
Un’altra intervistata, in forma più sintetica ma molto netta, restituisce la stessa ambivalenza quando definisce Milano “la città delle opportunità”, aggiungendo però che “c’è molta competizione”. Questa formula è importante perché rompe un possibile stereotipo semplicistico sul Nord come spazio meritocratico e lineare. Ciò che emerge non è una realtà in cui il territorio smette di pesare, ma un contesto in cui il peso del territorio cambia forma: non più carenza e rarefazione, come in Sicilia, ma ipercompetizione, necessità di continuo adattamento, intensificazione della selezione.
In alcune interviste, inoltre, il territorio lombardo è percepito come favorevole soprattutto per l’infrastrutturazione e la mobilità, più che per il singolo quartiere o comune di residenza. Un’altra l’intervistata, ad esempio, riflette sul fatto che Milano e la sua rete di servizi le abbiano consentito di muoversi e lavorare con relativa facilità:
“Milano era già tutta diversa, c’erano più opportunità di lavoro… il fatto che Affori è sempre stata servita dai mezzi mi spostavo tranquillamente”.
Questo ci dice che in Lombardia il territorio non è solo luogo, ma anche accessibilità, connessione, possibilità di tenere insieme spostamenti, tempi di lavoro e vita quotidiana. Rispetto alla Sicilia, qui il problema non è tanto l’assenza del mercato, quanto la sua intensità.
Tuttavia, proprio questa intensità apre un altro nodo fondamentale: l’opportunità territoriale lombarda è fortemente condizionata dalla disponibilità temporale e logistica. Il mercato premia chi può muoversi, chi può essere reperibile, chi può sostenere tempi lunghi e continui. E questo elemento, come vedremo, diventa cruciale nel momento in cui entrano in gioco convivenza, matrimonio e maternità. Il territorio lombardo offre dunque opportunità, ma lo fa in modo selettivo: premia la continuità, la mobilità, la piena disponibilità, ossia caratteristiche che risultano più facilmente compatibili con la traiettoria maschile lineare che con quella femminile esposta agli eventi familiari.
In questo senso, la Lombardia non elimina le disuguaglianze di genere. Piuttosto, le sposta dal livello dell’accesso grezzo al livello della tenuta, della continuità e della sostenibilità. Le donne entrano nel mercato del lavoro, ma vi restano dentro a condizioni spesso più fragili, e soprattutto vi restano dovendo continuamente rinegoziare la propria presenza. Il territorio lombardo appare quindi come uno spazio ad alta densità di opportunità, ma anche ad alta richiesta di prestazione continua. E proprio qui si annida una delle radici delle divergenze di genere.
Il confronto tra Sicilia e Lombardia evidenzia differenze significative anche nella struttura del mercato del lavoro: mentre nel contesto siciliano, soprattutto nelle aree interne, prevalgono condizioni di scarsità, informalità e forte dipendenza dalle reti locali, in Lombardia si osserva un mercato più ampio, dinamico e strutturato. Tuttavia, tale differenza non si traduce automaticamente in una maggiore equità, poiché anche nei contesti più sviluppati emergono forme di selezione e disuguaglianza che incidono sulle traiettorie femminili.
3.2 Capitale culturale e istruzione.
Istruzione fragile: investimento incerto e mancata conversione
SICILIA
La formazione della coppia come primo turning point (prima dei figli). Un risultato particolarmente rilevante che emerge dalle interviste è che la discontinuità delle traiettorie femminili non si attiva con la maternità, ma già nella fase della formazione della coppia. Una intervistata descrive in modo apparentemente semplice:
“Mi sono sposata e sono venuta a stare qua… prima un po’ lavoravo… però poi chiaramente cambiano le cose.”
Un’altra racconta una sequenza ancora più netta:
“Faccio la segretaria… poi altri lavoretti… poi mi sono sposata e non ho più lavorato, sono diventata mamma, solo quello lì.”
Queste narrazioni sono cruciali perché mostrano che la formazione della coppia non è solo un evento biografico ma un dispositivo di riorganizzazione delle traiettorie. La frase: “poi chiaramente cambiano le cose” è particolarmente significativa: “chiaramente” → naturalizzazione e “cambiano le cose” → eufemismo per adattamento/rinuncia. Qui non viene percepita una rottura, ma una normalità. Chi si adatta? Le interviste mostrano chiaramente che la formazione della coppia implica una redistribuzione implicita dei ruoli.
“Mi sono sposata e sono venuta a stare qua… da 14 anni viviamo qua.”
Questa frase dimostra chiaramente lo spostamento è femminile. Non viene tematizzato come scelta negoziata, ma come passaggio naturale. Questo implica che l’uomo resta nel proprio contesto e la donna si adatta.
La traiettoria maschile come norma invisibile
Un dato estremamente rilevante è che le intervistate parlano moltissimo delle proprie trasformazioni, ma quasi mai di quelle del partner. Questo silenzio non è casuale. Indica che la traiettoria maschile è stabile e non viene messa in discussione, è data per scontata. Quando leggiamo le interviste emerge un pattern chiarissimo:
Uomo:
- continua a lavorare
- mantiene stabilità
- non modifica traiettoria
Donna:
- si sposta
- riduce
- interrompe
La coppia come dispositivo di selezione delle traiettorie. Le interviste mostrano che la coppia non è neutra, funziona come meccanismo di selezione implicito dove una traiettoria continua l’altra si adatta.
LOMBARDIA
Uno dei risultati che emergono dalle interviste lombarde è che la coppia non è uno sfondo della traiettoria, ma una forza attiva che la riorganizza. Qui la prospettiva del life course e delle linked lives è particolarmente utile: le decisioni di una persona non sono mai del tutto individuali, ma vengono prese dentro relazioni strette, in cui tempi, spazi, redditi, mobilità e progetti si coordinano. Tuttavia, le interviste mostrano anche che questo coordinamento non è neutro: tende a produrre effetti più costosi sulle donne che sugli uomini.
Una delle intervistate di Milano lo racconta in modo molto chiaro. Dopo una laurea magistrale, un’esperienza internazionale e due lavori ben avviati a Novara, lascia un impiego stabile quando si trasferisce con il marito. Dice:
“Poi io e mio marito ci siamo trasferiti a Milano e ho lasciato quel lavoro.”
Aggiunge che il matrimonio in sé non ha avuto “molto” impatto, ma precisa anche: “L’unico limite era che cercavo lavoro nella stessa zona per evitare lunghi spostamenti.” Questa apparente minimizzazione è interessante: il matrimonio non viene percepito come vincolo diretto, ma opera come restrizione geografica e logistica. In altre parole, l’unione modifica il raggio d’azione lavorativo della donna senza essere nominata come ostacolo. È una forma di adattamento dolce, silenzioso, ma reale.
Lo stesso vale per i processi di selezione discriminante. La stessa intervistata racconta che, mentre cercava lavoro dopo la laurea, avendo già fissato la data del matrimonio, alcune aziende la scartarono esplicitamente. Una HR le disse:
“Perché ti sposi? Dovresti pensare alla carriera”.
Un’altra azienda la escluse perché “ero appena sposata e probabilmente avrei avuto figli”.
L’intervistata conclude:
“Penso che sia discriminazione, perché un uomo che dice che si sposa non viene giudicato allo stesso modo.”
Questo mostra che il matrimonio non produce solo adattamenti interni alla coppia, ma attiva anche una lettura organizzativa del corpo e del tempo femminile come corpo “a rischio maternità”. Dunque l’unione è già, per il mercato del lavoro, un indicatore di possibile minore investimento futuro da parte della donna.
Come visto, un’altra intervistata di Milano non descrive la convivenza come evento che blocca gli studi, ma come evento che la spinge verso la stabilità. Dice:
“La convivenza è stata quella molla che mi ha fatto rimanere in un’azienda più stabile.”
Qui la coppia agisce come meccanismo di disciplinamento della traiettoria: induce a preferire il lavoro dipendente, regolato, prevedibile, rispetto a percorsi più mobili ma meno compatibili con la vita familiare. È importante sottolineare che questo non va letto come semplice “scelta razionale neutra”: è una razionalità già genderizzata, perché la donna anticipa su di sé il futuro carico di gestione.
Invece l’intervistata della Monza e Brianza, da parte sua, radicalizza questo punto quando collega in modo esplicito matrimonio, casa, energia e sospensione della laurea. Il suo racconto è quasi una teoria pratica della divergenza di genere: la coppia introduce un surplus di lavoro domestico e mentale che ricade soprattutto su di lei, rendendo molto più difficile proseguire gli studi o sostenere progetti professionali lunghi. Un’altra lo conferma da un’altra posizione, sottolineando come la convivenza abbia significato “anche la responsabilità della casa” e quindi il venir meno delle condizioni materiali per continuare a studiare.
Se mettiamo insieme questi casi, vediamo che la coppia non produce sempre lo stesso effetto, ma quasi sempre produce una riorganizzazione asimmetrica delle possibilità femminili. Per alcune donne restringe lo spazio della ricerca di lavoro; per altre spinge verso la stabilizzazione; per altre ancora interrompe o sospende la formazione. Ma il punto comune è che la traiettoria femminile si fa più densa di negoziazioni e più vulnerabile agli incastri della vita privata, mentre quella maschile resta più spesso lineare, continua e orientata alla progressione.
Traiettorie femminili e maschili: una divergenza costruita lungo il corso di vita.
Le interviste lombarde permettono di rendere molto chiara anche la divergenza tra traiettorie femminili e maschili. Questa divergenza non viene sempre raccontata in modo esplicito, ma emerge attraverso contrasti, silenzi, comparazioni implicite e descrizioni delle biografie di coppia.
Nel racconto di visto sopra su Milano, ad esempio, il marito appare come portatore di una traiettoria molto più lineare:
“Lavora da quasi vent’anni nella stessa azienda come rappresentante. È sempre stato un lavoro stabile.”
In poche parole si condensa un’intera asimmetria: mentre lei attraversa università lasciata, lavori ripiego, tentativi di autoimprenditorialità, maternità, rientro difficile e mobbing, il partner incarna la continuità occupazionale. La differenza non è solo quantitativa, ma qualitativa: lui procede dentro un’unica linea stabile; lei attraversa più cesure, aggiustamenti e riadattamenti.
Un’altra intervistata osserva questa asimmetria in modo lucidissimo quando afferma:
“Un uomo può cambiare lavoro tranquillamente quando nasce un figlio”, mentre per le donne il peso è molto diverso. E aggiunge, parlando del partner: “Lui ha un bel percorso lavorativo.” Questa frase rende visibile il carattere relazionale della disuguaglianza: il percorso maschile è percepito come “bello”, cioè lineare, crescente, coerente, proprio sullo sfondo di una traiettoria femminile più spezzata e più carica di adattamenti. Qui la paternità non appare come evento che interrompe o rallenta; al massimo convive con la progressione. È la maternità, invece, a intensificare il lavoro di cura, il desiderio di part-time, la complessità organizzativa quotidiana.
Un’altra intervistata su Milano restituisce una divisione non perfettamente paritaria, pur in un contesto di coppia relativamente collaborativo:
“Secondo me lui fa il 40% e io il 60%.”
La formula è apparentemente moderata, ma è proprio questa moderazione a essere interessante. Non siamo di fronte a un modello tradizionale puro; e tuttavia, anche nelle coppie più cooperative, il carico resta maggiore sulle donne. Questo conferma che la disuguaglianza contemporanea spesso non passa più per una completa esclusione delle donne dal lavoro, ma per una distribuzione leggermente ma sistematicamente sbilanciata del lavoro domestico e di cura, sufficiente però a generare, nel lungo periodo, traiettorie differenti.
L’asimmetria emerge anche in un altro caso nella provincia di Monza, pur in un caso relativamente positivo. L’intervistata racconta di aver continuato a lavorare anche dopo i figli grazie alla flessibilità del suo ruolo di giudice onorario e al supporto dei genitori, ma quando l’intervistatrice chiede se il partner abbia preso congedo di paternità, la risposta è netta: “No.” E sul supporto del marito dice:
“Insomma, diciamo di sì, in parte sì.”
Anche qui, pur in assenza di una narrazione di penalizzazione forte, il quadro mostra che la conciliazione passa soprattutto attraverso welfare familiare informale e aggiustamenti femminili, non attraverso una simmetria piena tra i partner.
Le traiettorie maschili e femminili non divergono solo “dopo i figli”, ma divergono perché la traiettoria maschile continua a essere costruita come traiettoria principale, mentre quella femminile viene pensata come traiettoria da rendere compatibile con una pluralità di compiti. L’uomo continua, la donna coordina. L’uomo procede, la donna tiene insieme. È questo il cuore della divergenza.
La Lombardia non annulla la disuguaglianza, la sposta. Se leggiamo insieme territorio, istruzione e dinamiche di coppia, il materiale lombardo ci restituisce un quadro molto chiaro. A differenza della Sicilia, la Lombardia non appare come uno spazio di opportunità bloccate all’origine; qui le donne studiano, si spostano, lavorano, fanno carriera, entrano nel mercato del lavoro con capitale culturale e aspettative. Ma proprio per questo il nodo della disuguaglianza si colloca altrove: non tanto nel puro accesso, quanto nella continuità della traiettoria.
La Lombardia, insomma, non è il luogo in cui le donne non possono entrare; è più spesso il luogo in cui entrano, ma devono continuamente decidere cosa sacrificare per restare. Gli esempi mostrano che convivenza e matrimonio possono interrompere o congelare il percorso universitario ben prima della maternità. Uno dei casi ci mostra che la convivenza riorienta il lavoro verso la stabilità e la compatibilità. Un altro invece mostra che il matrimonio può produrre discriminazione anticipata già in fase di selezione. E i confronti impliciti con i partner mostrano che le traiettorie maschili continuano a essere più lineari, stabili e meno esposte agli eventi familiari.
Quello che emerge, quindi, è una forma di disuguaglianza meno “grezza” ma non meno forte: una disuguaglianza che passa attraverso la sottrazione di continuità, la redistribuzione asimmetrica del tempo, la responsabilizzazione femminile nella costruzione quotidiana della coppia e la trasformazione del capitale culturale in risorsa fragile, continuamente negoziata. In questo senso, la Lombardia non è il contrario della Sicilia; è un contesto in cui la disuguaglianza si manifesta meno come esclusione iniziale e più come usura biografica differenziale.
Le interviste realizzate in Lombardia restituiscono un quadro caratterizzato da una forte disponibilità di opportunità lavorative, soprattutto nei contesti urbani e metropolitani. Tuttavia, questa maggiore apertura del mercato del lavoro non si traduce automaticamente in accesso semplice o lineare, ma si accompagna a una significativa intensificazione della competizione.
Una intervistata descrive chiaramente questa ambivalenza:
“Trasferendomi a Milano ho avuto molte più possibilità di colloqui e molti più annunci, ma alla fine meno proposte concrete… forse perché ci sono più candidati.”
Un’altra sottolinea:
“Milano è la città delle opportunità… ma c’è molta competizione.”
Il territorio lombardo non limita l’accesso ma seleziona in modo più intenso, si configura come mercato aperto ma altamente competitivo. La disuguaglianza non nasce dall’assenza di lavoro ma dalla capacità di sostenere la competizione nel tempo.
Le interviste mostrano un alto investimento nell’istruzione, ma anche una forte vulnerabilità dei percorsi formativi femminili:
“Ci siamo sposati… ho detto mi laureo dopo… ma tra casa, marito e tutto il resto non sono più riuscita a riprendere.”
Il matrimonio introduce nuovi compiti, riduce tempo ed energia e produce interruzione del percorso formativo.
Convivenza e abbandono degli studi:
“Se fossi rimasta a casa con i miei genitori probabilmente l’università non l’avrei lasciata… convivendo avevo anche la responsabilità della casa… arrivavo la sera stanca e mi addormentavo sui libri.” La convivenza aumenta il carico quotidiano e rende insostenibile lo studio. Non è una scelta è una insostenibilità strutturale.
Percorso interrotto ma non legato alla coppia:
“Ho fatto due anni di università e poi ho mollato perché non mi piaceva più.”
Questo caso variabilità: non tutte le interruzioni sono familiari
ma quando la coppia interviene tende a rafforzare l’abbandono o impedirne la ripresa.
3.4 Traiettorie di genere e divergenza. La divergenza prende forma: continuità maschile e adattamento femminile
SICILIA
Le interviste mostrano in modo estremamente chiaro che la maternità rappresenta uno spartiacque nelle traiettorie lavorative femminili. Tuttavia, ciò che emerge non è un semplice evento, ma un processo articolato che produce trasformazioni profonde e spesso irreversibili. Una intervistata descrive con grande chiarezza questa dinamica:
“La primissima volta è stato nel 2011 in un’agenzia di viaggi… ho lavorato lì per un annetto… poi dopo ho avuto una bambina e quindi mi sono fermata per qualche tempo… poi si è accavallato tutto, matrimonio, figli… e quindi sono stata ferma praticamente.”
Un’altra racconta una traiettoria ancora più netta:
“Faccio la segretaria, poi è durato 5-6 anni… poi altri lavoretti… poi mi sono sposata e non ho più lavorato, sono diventata mamma, solo quello lì.”
Questi estratti mostrano chiaramente che la maternità interrompe la continuità lavorativa e si intreccia con altri eventi (matrimonio, figli) producendo successivamente una uscita prolungata o definitiva dal mercato del lavoro. Ma soprattutto non è vissuta come rottura traumatica ma come passaggio coerente e socialmente atteso. La motherhood penalty qui non è solo una penalizzazione economica,
ma un processo di ridefinizione della traiettoria di vita. Le interviste mostrano che la penalizzazione non è immediata e isolata, ma si sviluppa nel tempo come un processo cumulativo. Un esempio chiaro emerge nella sequenza narrativa:
“Ho lavorato… poi mi sono fermata… poi dopo un bel po’ ho trovato questo lavoro che faccio adesso… ma prima c’è stato matrimonio, figli… sono stata ferma parecchio.”
L’effetto è accumulazione di svantaggi nel tempo, la motherhood penalty non è una “pausa”
ma una trasformazione della traiettoria. Molte intervistate mostrano che l’uscita dal lavoro non è temporanea, ma diventa spesso permanente o difficile da invertire.
“Poi mi sono sposata e non ho più lavorato… sono diventata mamma… solo quello lì.”
“Dopo ho avuto la bambina… e quindi mi sono fermata… e poi non ho più fatto nulla per un bel periodo.”
Qui emerge una dinamica di “uscire è facile
rientrare è difficile”. Perché perdita di competenze, perdita di reti e la riduzione delle opportunità producono effetti di lungo periodo difficilmente reversibili. Poi quando le donne rientrano nel mercato del lavoro, lo fanno spesso in forme ridimensionate:
“Questo lavoro lo svolgo da sei anni… è qui nel mio paese… mi permette comunque di stare qui, vicino casa.”
Qui il lavoro non è scelto per crescita ma per compatibilità. Si osserva passaggio da lavoro come realizzazione a lavoro come funzione della famiglia. La motherhood penalty non solo riduce la partecipazione, ma trasforma il significato stesso del lavoro. A differenza della motherhood penalty, che si manifesta soprattutto come interruzione o uscita dal mercato del lavoro, c’è anche maternity wall che riguarda le difficoltà che emergono dopo la nascita dei figli, quando le donne restano (o tentano di restare) nel mercato del lavoro ma incontrano limiti strutturali alla crescita, alla continuità e all’ambizione professionale. Le interviste mostrano chiaramente che, anche quando non avviene un’uscita definitiva, la maternità produce una ridefinizione delle possibilità lavorative, generando una sorta di “soffitto invisibile” che riduce le prospettive. Un caso particolarmente rilevante è quello delle traiettorie ad alta qualificazione, dove la maternità non interrompe necessariamente il percorso, ma ne modifica profondamente il ritmo e le possibilità.
“Io sono un medico… ho finito la specializzazione… adesso sto aspettando il concorso… perché comunque i tempi sono quelli… e poi con la famiglia diventa tutto più complicato.”
Questo estratto mostra che la carriera non si interrompe ma entra in una fase di sospensione. La maternity wall nelle carriere alte non espelle, ma rallenta e ridimensiona. Nel caso di professioni ad alta intensità temporale e competitiva — come la chirurgia — la maternità produce una tensione ancora più evidente. Diventare chirurgo implica turni lunghi, disponibilità totale e continuità formativa. La maternità entra in conflitto diretto con questi requisiti. Di conseguenza alcune donne rinunciano a specializzazioni più impegnative, altre rallentano il percorso e altre ancora ridimensionano le ambizioni. La maternity wall non vieta l’accesso,
ma ridefinisce ciò che è realisticamente perseguibile. Lavoro sì, ma “compatibile”: la canalizzazione post-maternità.
Un altro pattern molto evidente è che, dopo la nascita dei figli, le donne tendono a orientarsi verso lavori compatibili con la gestione familiare.
“Questo lavoro lo svolgo da sei anni… è qui nel mio paese… mi permette comunque di stare qui, vicino casa.”
Il lavoro non è scelto per crescita ma per sostenibilità familiare. Questo implica rinuncia a mobilità, rinuncia a opportunità migliori e adattamento al contesto locale. Aspirazioni ridotte e adattamento “realistico”. Un altro aspetto cruciale è il ridimensionamento delle aspirazioni:
“Io lavoro qui… ho questa piccola fortuna… però se devo aspirare a qualcosa di diverso devo andare
C’è una tensione forte tra il desiderio di crescita e la consapevolezza del limite. La maternità produce la ridefinizione del possibile. Non è solo vincolo esterno,
ma adattamento interno delle aspirazioni. Il contesto siciliano limita la generatività delle traiettorie femminili attraverso vincoli strutturali che agiscono già nella fase di accesso e si rafforzano lungo il corso di vita, producendo esclusione e dipendenza.
LOMBARDIA
Le interviste mostrano chiaramente che la formazione della coppia rappresenta un momento di riorganizzazione delle traiettorie.
Riduzione dello spazio lavorativo:
“Cercavo lavoro nella stessa zona per evitare spostamenti troppo lunghi.”
La coppia limita mobilità e restringe opportunità
Stabilizzazione forzata:
“La convivenza mi ha spinto a rimanere in un lavoro più stabile.”
La donna riduce rischio e privilegia sicurezza, la coppia produce
razionalità adattiva femminile.
Riorganizzazione del tempo:
“Prendersi cura della casa e della vita coniugale richiede tempo ed energie.”
Aumento del lavoro invisibile e la riduzione del tempo per sé.
Divergenza tra traiettorie femminili e maschili
Le interviste mostrano una divergenza chiara:
Uomo:
- traiettoria lineare
- lavoro continuo
- crescita stabile
Donna:
- traiettoria interrotta
- adattiva
- negoziata
Una delle intervistate afferma:
“Lui lavora da vent’anni nella stessa azienda… io invece ho fatto percorsi diversi.”
3.5 Maternità come turning point delle traiettorie femminili.
La maternità come snodo: tra uscita, rallentamento e penalizzazione.
SICILIA
La maternità rappresenta uno dei momenti più critici nel corso di vita delle donne, in cui le traiettorie lavorative subiscono una ridefinizione profonda. Dalle interviste emerge con chiarezza come questo evento non agisca in modo neutro, ma produca effetti differenziati che incidono sulla continuità lavorativa, sulle opportunità e sulla possibilità di sviluppare il proprio potenziale. In linea con l’approccio della generatività, la maternità può essere letta come un momento ambivalente: da un lato generativo sul piano personale e familiare, dall’altro potenzialmente limitante sul piano lavorativo, soprattutto in contesti caratterizzati da scarse risorse di welfare e da una distribuzione asimmetrica del lavoro di cura.
Motherhood penalty: rallentamento e interruzione
Le interviste mostrano come la maternità comporti una riorganizzazione immediata delle traiettorie lavorative femminili, spesso in termini di riduzione, adattamento o interruzione.
In alcuni casi, la penalizzazione assume la forma di una scelta di riduzione del lavoro:
“La nascita di un figlio mi ha fatto preferire un lavoro più part time… tornare prima a casa e dedicarmi a lui.”
Qui la traiettoria non si interrompe, ma cambia direzione: il lavoro viene adattato alla cura.
In altri casi, invece, la maternità segna una vera e propria uscita dal mercato del lavoro:
“Mi sono sposata e non ho più lavorato, sono diventata mamma.”
Oppure:
“Ho avuto una bambina… mi sono fermata… e poi sono rimasta ferma.”
La maternità diventa qui un punto di non ritorno.
Quello che emerge non è una scelta isolata, ma un processo che le donne adattano progressivamente le loro traiettorie. La maternità accelera un riequilibrio già implicito nella coppia e il lavoro viene rinegoziato in funzione della cura, la maternità sposta risorse e tempo, riducendo la possibilità di attivazione nel lavoro. Un elemento ricorrente nelle interviste è la dimensione totalizzante della maternità:
“La piccolina è un uragano… non ti lascia nemmeno parlare.”
“Le giornate di 24 ore non bastano… casa, lavoro, bimbi, scuola, compiti.”
La maternità non è solo un evento, ma una condizione che ridefinisce completamente l’organizzazione quotidiana. Qui emerge chiaramente che il lavoro di cura è continuo e non comprimibile. Viene assorbito quasi interamente dalle donne ed entra in competizione diretta con il lavoro. La generatività femminile viene quindi riconcentrata sulla sfera familiare, spesso a discapito di quella professionale. Accanto alla penalizzazione legata alle scelte e ai carichi, emerge una dimensione più strutturale: la presenza di una barriera invisibile nel lavoro che limita le opportunità delle madri. Un primo elemento è la mancanza di supporti adeguati:
“Per il reddito non avevo nessun beneficio… la famiglia mi è stata accanto.”
Il welfare è debole e viene sostituito da reti familiari. In altri casi, la maternità viene gestita come un problema individuale:
“Non puoi assentarti sei mesi… continuerò a lavorare organizzando la bambina.”
La responsabilità della conciliazione ricade interamente sulla donna. Un caso particolarmente emblematico è quello di una donna che aspirava a una carriera altamente qualificata in ambito medico. Dalle interviste emerge come, dopo la maternità, il percorso professionale si sia fatto improvvisamente più difficile con minori opportunità, maggiore difficoltà nel sostenere ritmi intensi ed aspettative implicite di minore disponibilità. In questo caso, la maternità non interrompe formalmente la carriera, ma produce una ridefinizione delle possibilità reali.
Si chiama maternity wall, non è esplicita, ma si costruisce attraverso le aspettative organizzative, minore investimento sulle madri ed esclusione dalle opportunità più impegnative. Le donne vengono progressivamente marginalizzate, anche senza esclusione formale. Il risultato complessivo è una divergenza netta tra uomini e donne:
“Sono le donne che si prestano a stare accanto al figlio.”
La maternità diventa un meccanismo centrale di produzione della disuguaglianza. Non è l’evento in sé, ma la sua gestione sociale, la distribuzione dei ruoli e l’assenza di supporti. La maternità rappresenta un momento cruciale in cui si ridefiniscono le possibilità di attivazione delle donne. Se da un lato essa esprime una dimensione pienamente generativa sul piano personale, dall’altro evidenzia i limiti dei contesti sociali e organizzativi nel sostenere tale generatività anche sul piano lavorativo. Nei contesti analizzati, la capacità delle donne di mantenere traiettorie lavorative continue dipende non solo dalle scelte individuali, ma dalla presenza (o assenza) di condizioni che rendano compatibili lavoro e cura. In assenza di tali condizioni, la maternità tende a trasformarsi da risorsa a vincolo, contribuendo alla riproduzione delle disuguaglianze di genere lungo il corso di vita.
LOMBARDIA
Stabilità maschile vuol dire discontinuità femminile. Percezione esplicita:
“Un uomo può cambiare lavoro anche dopo un figlio… per una donna è diverso.”
La disuguaglianza è relazionale e cumulativa. La maternità emerge come il momento di maggiore trasformazione. Uscita dal lavoro:
“Sono stata a casa tre anni perché non avevo aiuti.”
Rientro difficile:
“Quando sono rientrata ho trovato un ambiente ostile… mi facevano pesare tutto.”
Maternità interrompe, indebolisce ed espone.
Motherhood penalty: processo cumulativo
Le interviste mostrano tre forme:
- uscita
- rallentamento
- adattamento
“Ho scelto un lavoro più stabile… anche per la famiglia.”
La maternità ridefinisce le scelte e riduce ambizione: maternity wall e disuguaglianza organizzativa
Un caso particolarmente significativo mostra chiaramente questa dinamica.
“Quando sono rientrata mi hanno detto che ero diventata l’ultima ruota del carro.”
La lavoratrice si sente in colpa e chiede un incontro al responsabile. Ma non viene accolta e non viene valorizzata. Il responsabile saluta tutti tranne lei, evita interazioni e la tratta come invisibile. La maternity wall agisce attraverso non-riconoscimento.
Mobbing e conflitto
In un altro caso, la penalizzazione assume forma esplicita:
“Mi facevano pesare tutto… l’ambiente era ostile.”
La lavoratrice è stata demansionata e ha dovuto fare una causa e l’ha vinta.
La disuguaglianza non è percezione, è riconosciuta anche legalmente. La maternity wall può degenerare in violenza organizzativa esplicita.
Le interviste mostrano lavori compatibili → meno valorizzati e lavori competitivi → meno accessibili. Le donne vengono canalizzate verso percorsi meno premianti.
“Non avevo aiuti.”
Maternità produce isolamento pratico, isolamento emotivo ed isolamento professionale. La disuguaglianza è anche relazionale. Nel contesto lombardo le opportunità esistono
MA la disuguaglianza emerge lungo il percorso attraverso coppia, maternità e le organizzazioni. Nel contesto lombardo, la disuguaglianza di genere non deriva dall’assenza di opportunità, ma dai processi di adattamento, selezione e penalizzazione che si attivano lungo il corso di vita, in particolare nella transizione alla coppia e alla maternità, e che trovano nelle organizzazioni una loro piena espressione attraverso la maternity wall.
La figura 1 evidenzia in modo chiaro come le traiettorie lavorative maschili e femminili si sviluppino inizialmente in maniera relativamente simile, per poi divergere in modo significativo a partire da un momento specifico: la formazione della coppia. Fino a questa fase, uomini e donne condividono percorsi comparabili, caratterizzati da istruzione, ingresso nel mercato del lavoro e prime forme di stabilizzazione. Tuttavia, è proprio con l’avvio della convivenza o del matrimonio che si attiva un primo processo di differenziazione, spesso poco visibile ma già profondamente incisivo. Per gli uomini, la formazione della coppia non rappresenta una rottura, ma si inserisce all’interno di una traiettoria di continuità e accumulo, che prosegue senza interruzioni significative. Per le donne, invece, questo momento segna l’inizio di un processo di adattamento, che si traduce in una riorganizzazione progressiva delle scelte lavorative. Riduzione delle opportunità considerate, maggiore attenzione alla compatibilità con la vita familiare e i primi segnali di rallentamento. In questo senso, il peggioramento della traiettoria femminile non inizia con la maternità, ma prende forma già nella fase della coppia, quando si ridefiniscono implicitamente ruoli, tempi e priorità. La maternità interviene successivamente come elemento di intensificazione di un processo già avviato, accentuando dinamiche di rallentamento, interruzione o uscita dal mercato del lavoro.
Figura 1. Traiettorie lavorative genderizzate nel corso di vita
4. Diverse traiettorie, stesso esito: una lettura comparativa
La comparazione tra Sicilia e Lombardia evidenzia come la disuguaglianza di genere non dipenda esclusivamente dalla quantità di opportunità disponibili, ma dalle modalità attraverso cui queste vengono distribuite e vissute lungo il corso di vita. In Sicilia, il territorio si configura come un vincolo strutturale: la scarsità di opportunità lavorative, la chiusura dei mercati locali e la centralità delle reti informali limitano fortemente l’accesso al lavoro. In questo contesto, le traiettorie femminili risultano spesso segnate da esclusione precoce o partecipazione intermittente, mentre la maternità tende a consolidare l’uscita dal mercato del lavoro. La disuguaglianza emerge quindi in forma diretta, come difficoltà di accesso e permanenza.
In Lombardia, al contrario, il mercato del lavoro appare ampio, dinamico e formalizzato. Tuttavia, questa maggiore disponibilità di opportunità si accompagna a un’elevata competizione e a richieste di continuità, mobilità e disponibilità temporale. In questo contesto, le donne accedono più facilmente al lavoro, ma incontrano ostacoli lungo il percorso: la formazione della coppia introduce vincoli alla mobilità e riorganizza il tempo quotidiano, mentre la maternità rappresenta un punto di svolta che produce rallentamento, adattamento e ridefinizione delle traiettorie. In particolare, emerge con forza la presenza della maternity wall, ovvero una barriera invisibile interna alle organizzazioni che limita l’accesso delle madri alle opportunità di crescita, attraverso processi di svalutazione, mancato investimento e, in alcuni casi, isolamento o marginalizzazione. A differenza del contesto siciliano, dove la penalizzazione si manifesta più spesso come uscita dal lavoro, in Lombardia essa si configura come una limitazione interna alle carriere. Nel complesso, i due contesti producono esiti simili – traiettorie femminili più fragili, discontinue e adattive rispetto a quelle maschili – ma attraverso meccanismi differenti: esclusione nei contesti a bassa opportunità e adattamento nei contesti ad alta opportunità. In sintesi, la disuguaglianza di genere non scompare con l’aumento delle opportunità, ma si trasforma, passando da forme di esclusione a forme più sottili di limitazione e selezione.
Figura 2. Configurazioni territoriali della disuguaglianza di genere: esclusione e adattamento
5. Quando le imprese bloccano la generatività:
organizzazioni deboli e disuguaglianza di genere
Le traiettorie analizzate mostrano con chiarezza che la generatività non si gioca solo nelle scelte individuali o nei contesti familiari, ma prende forma dentro le organizzazioni. Le imprese rappresentano uno snodo cruciale: possono sostenere la continuità delle traiettorie oppure contribuire al loro blocco. Le evidenze raccolte restituiscono una fotografia concreta della vita lavorativa all’interno delle imprese in cui sono inserite le intervistate. Ne emerge un quadro segnato da debolezza organizzativa, gestione informale e difficoltà ad accompagnare le fasi più critiche del corso di vita.
Un primo elemento ricorrente riguarda l’assenza di strutture organizzative in grado di sostenere le lavoratrici. Le imprese, soprattutto di piccola dimensione, non dispongono di strumenti formalizzati e delegano implicitamente alle singole persone la gestione delle difficoltà. Le traiettorie si costruiscono quindi per adattamento individuale:
“Dopo ho avuto una bambina e quindi mi sono fermata per qualche tempo”
“Ho scelto un lavoro che mi permettesse di stare vicino casa”
In questi casi, la continuità lavorativa non è garantita dall’organizzazione, ma dipende dalla capacità delle donne di ridefinire le proprie scelte in funzione dei vincoli.
La maternità rappresenta uno dei momenti in cui emerge con maggiore evidenza la debolezza delle imprese. Le organizzazioni non sembrano attrezzate per gestire questo passaggio come parte ordinaria delle traiettorie lavorative. Le interviste mostrano come la soluzione più frequente sia l’interruzione o la sospensione dell’attività:
“Dopo il matrimonio e i figli sono stata ferma praticamente”
In assenza di strumenti di conciliazione effettivi, il costo della gestione familiare viene trasferito quasi interamente sulle lavoratrici, contribuendo a produrre discontinuità e arretramenti. La fotografia delle imprese in cui lavorano le intervistate restituisce anche una diffusa fragilità delle condizioni occupazionali. Il lavoro è spesso instabile, intermittente o informale, soprattutto nei contesti locali.
“Lavoravo ma non ero neanche dichiarata”
“Rinnovano ogni tanto il contratto”
Queste condizioni limitano la possibilità di costruire traiettorie solide e rendono più difficile sostenere scelte di lungo periodo, incidendo indirettamente anche sulle decisioni familiari.Le interviste mostrano come le imprese non siano solo spazi di vincolo, ma contesti ambivalenti. In alcuni casi offrono opportunità, in altri richiedono un elevato adattamento. Ad esempio, contesti più strutturati possono favorire percorsi di crescita:
“Ho lavorato in un’azienda molto strutturata… forte da un punto di vista manageriale”
Al contrario, realtà più piccole e meno organizzate possono risultare difficili da sostenere nel tempo:
“Non mi trovavo nelle dinamiche… le cose non venivano fatte in maniera strutturata”
La qualità organizzativa dell’impresa emerge quindi come fattore decisivo nel sostenere o ostacolare la generatività. Nel complesso, le evidenze mostrano un sistema produttivo che fatica ad accompagnare le traiettorie femminili. Le imprese italiane — in larga parte piccole e medie — appaiono poco attrezzate nel trasformare indicazioni di policy e risultati della ricerca in pratiche concrete. Ne emerge una distanza significativa tra ciò che viene discusso a livello istituzionale e ciò che accade quotidianamente nei luoghi di lavoro. La generatività, in questo contesto, non viene sostenuta ma continuamente negoziata, adattata o ridimensionata.
6. Conclusione
La presente analisi ha mostrato come la disuguaglianza di genere nelle traiettorie lavorative non possa essere ricondotta a un unico fattore, ma debba essere letta come il risultato di processi complessi e situati, che si sviluppano lungo il corso di vita e all’interno di specifici contesti territoriali. Il confronto tra Sicilia e Lombardia evidenzia chiaramente come i meccanismi che producono disuguaglianza differiscano profondamente: nel primo caso, essa si manifesta prevalentemente come esclusione dal mercato del lavoro, legata alla scarsità di opportunità e alla chiusura dei contesti locali; nel secondo, emerge invece come processo più sottile e progressivo, che si costruisce attraverso adattamenti, rallentamenti e ridefinizioni delle traiettorie all’interno di un mercato formalmente aperto ma altamente selettivo.
In entrambi i contesti, tuttavia, alcuni snodi biografici risultano centrali. In particolare, la formazione della coppia e la maternità rappresentano momenti decisivi nella divergenza delle traiettorie di genere. Le interviste mostrano come tali eventi non agiscano in modo neutro, ma producano una redistribuzione asimmetrica del tempo, delle responsabilità e delle opportunità, incidendo in misura significativamente maggiore sulle donne rispetto agli uomini.
Nel contesto lombardo, queste dinamiche si traducono spesso nella permanenza nel mercato del lavoro a condizioni più fragili, segnate da processi di adattamento e dalla presenza della maternity wall, che limita l’accesso alle opportunità di crescita attraverso forme di svalutazione e marginalizzazione organizzativa. Nel contesto siciliano, invece, la stessa dinamica si manifesta più frequentemente come uscita dal lavoro o partecipazione intermittente, evidenziando il ruolo cruciale delle strutture territoriali e delle reti sociali.
Un risultato particolarmente significativo dell’analisi è che la divergenza tra traiettorie maschili e femminili non ha origine con la maternità, come spesso suggerito, ma si attiva già nella fase di formazione della coppia. È in questo passaggio che si osservano i primi segnali di adattamento delle traiettorie femminili, mentre quelle maschili proseguono in modo lineare. La maternità non rappresenta quindi l’origine della disuguaglianza, bensì un momento di rafforzamento di un processo già avviato. Nel complesso, i risultati suggeriscono che la disuguaglianza di genere non scompare con l’aumento delle opportunità, ma si trasforma, assumendo configurazioni diverse a seconda del contesto. Se nei contesti a bassa opportunità essa si esprime come esclusione, nei contesti ad alta opportunità si manifesta attraverso processi più sottili di selezione, adattamento e limitazione delle traiettorie.
Questa ricerca contribuisce quindi a mettere in luce la natura relazionale, processuale e territoriale della disuguaglianza di genere, mostrando come essa si costruisca nel tempo attraverso l’interazione tra strutture sociali, contesti istituzionali e scelte biografiche, e sottolineando la necessità di politiche e interventi che tengano conto di tale complessità.




