Una generazione già oltre, un sistema ancora in transizione
Nel suo studio sull’evoluzione del lavoro femminile, la storica dell’economia e premio Nobel Claudia Goldin propone una lettura di lungo periodo che aiuta a comprendere come la presenza delle donne nei sistemi produttivi non sia il risultato di un singolo cambiamento, ma di una successione di trasformazioni profonde, che si sono sviluppate nel tempo e che hanno progressivamente ridefinito il rapporto tra donne, lavoro e famiglia.
In una prima fase, la questione principale è stata l’accesso delle donne al lavoro. Per molto tempo, infatti, la loro presenza nel mercato del lavoro è stata discontinua e spesso limitata a ruoli marginali o temporanei, considerati complementari rispetto al lavoro maschile.
Successivamente, il nodo si è spostato: non si trattava più solo di lavorare, ma di poter accedere a professioni qualificate e immaginare una vera carriera. Con l’espansione dell’istruzione superiore femminile e una maggiore capacità di pianificare le scelte di vita e di maternità, le donne hanno iniziato a costruire percorsi professionali di lungo periodo, in cui il lavoro diventa parte centrale della propria identità e realizzazione personale. Queste trasformazioni hanno costretto a rimodellare non solo l’identità della donna, ma le sue priorità e i suoi tempi, tra lavoro/carriera e famiglia e figli.
Secondo Goldin, dagli anni ’80 del Novecento in poi è andata emergendo con sempre maggiore chiarezza la tensione (quando non un vero e proprio conflitto) tra carriera e famiglia. Quando le donne entrano stabilmente nelle professioni qualificate e nei percorsi di carriera, si scontrano con un’organizzazione del lavoro costruita storicamente su un modello maschile, fondato sulla disponibilità continua, sull’orario esteso, la mobilità e sulla presunzione implicita che chi lavora non abbia carichi familiari rilevanti. Il risultato è che la maternità, la cura dei figli o degli anziani diventano momenti critici delle traiettorie professionali femminili, generando interruzioni, rallentamenti o rinunce.
Il superamento di questo conflitto richiederebbe un cambio di mentalità nelle imprese e la riorganizzazione del lavoro stesso, portando una maggiore flessibilità e condivisione dei carichi di cura. La parità non potrà essere raggiunta soltanto attraverso l’accesso delle donne alle professioni o attraverso il cambiamento delle aspirazioni individuali. È fondamentale che le organizzazioni e i sistemi produttivi modifichino il modo in cui valorizzano il lavoro, ridimensionando il premio economico e reputazionale attribuito alla disponibilità totale e continua. Ciò implica ripensare la distribuzione delle responsabilità, i processi collaborativi e il rapporto tra tempo, produttività e valore.
In questa prospettiva, la questione della parità non riguarda più soltanto le donne, ma più radicalmente la trasformazione delle strutture organizzative e delle istituzioni economiche che regolano il lavoro nelle società contemporanee.
Se leggiamo il quadro italiano attraverso la lente proposta da Goldin – anche alla luce dei dati offerti dalla prima parte del Rapporto –, appare evidente come l’Italia abbia compiuto importanti passaggi: oggi le donne sono preparate, competenti, presenti nei settori innovativi. Tuttavia, il “doppio vincolo” lavoro–famiglia resta. La struttura operativa rimane costruita, nella maggior parte delle organizzazioni, su un modello di disponibilità continua.
Il nostro Paese si trova, dunque, in una terra di mezzo: permane il gap e le istituzioni organizzative non hanno trasformato abbastanza i propri processi interni per sostenere la nuova leadership femminile.
Un’immagine che potrebbe ben rappresentare questa situazione è quella di un ponte incompleto: da un lato, la crescente qualificazione delle donne e delle loro ambizioni e aspettative professionali e familiari; dall’altro, un’organizzazione del lavoro rimasta ancorata al paradigma novecentesco, troppo rigida, strutturata, controllante, avida di tempo e dedizione.
Molto è cambiato dalle generazioni precedenti, ma i divari persistenti costituiscono ancora oggi ostacoli decisivi che possono perfino favorire l’autosabotaggio della propria condizione da parte delle donne.
Se non siamo più nella fase dell’esclusione o della marginalizzazione delle donne che intraprendono, è evidente che siamo ancora lontani dalla piena consapevolezza del loro valore e delle loro potenzialità. La mancanza di coerenza sistemica si traduce però in una grande perdita in termini di energia, efficienza, integrazione, innovazione per l’intero Paese.

