Leve abilitanti e fattori di capacitazione
Quali sono i fattori abilitanti che sostengono e rafforzano i percorsi delle imprenditrici? Mettendo in luce il ruolo fondamentale svolto dalle risorse relazionali, familiari e formative, si conferma l’importanza degli ecosistemi fiduciari, della costruzione di alleanze multiattoriali e dell’apprendimento continuo.
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Capitali di famiglia
Un primo elemento abilitante riguarda le radici, per significare quanto le origini o l’appartenenza familiare o geografica contribuiscano a plasmare l’identità e a consegnare un patrimonio soprattutto simbolico, senza per questo sentirsene prigionieri. La famiglia appare raramente come capitale economico decisivo, salvo nei casi di impresa familiare. Per contro, è riconosciuto come un fondamentale capitale valoriale e culturale, in grado di fare la differenza – nel bene come nel male – nelle traiettorie delle intervistate, ed ispirarne le scelte.
Le donne intervistate provengono in larga parte da famiglie che hanno trasmesso loro senso del dovere, centralità dello studio, responsabilità verso la collettività, etica del lavoro e del sacrificio. Eredità significative ed esemplari, che concorrono a formare personalità solide, capaci di perseguire le loro traiettorie con determinazione, tenuta e metodo.
Un’ampia letteratura ha dimostrato come il capitale culturale incida profondamente sulle traiettorie di mobilità. Anche nelle storie qui raccolte, l’insieme delle risorse immateriali acquisite unito alle abilità possedute dalle persone intervistate si conferma in qualche modo fondativo e precede quello economico.
Particolare rilievo hanno, nei racconti, le figure maschili – padri, nonni, ma anche mentori e sponsor – con le quali le intervistate hanno avuto un rapporto peculiare. Profili che hanno saputo intravedere le potenzialità delle donne e le hanno sostenute e promosse.
Talvolta la relazione è connotata da contraddizioni paradigmatiche del passaggio culturale in corso, come se nel padre convivessero rappresentazioni di genere vecchie e nuove e più alte aspirazioni senza, tuttavia, le categorie per esplicitarle.
Anche le figure materne sono spesso citate, in descrizioni che raccontano storie di ricomposizione tra attitudini e desideri, da un lato, e richieste sociali e culturali dall’altro. Le donne diventano un simbolo ambivalente, da un lato, esempi di cura e di totale dedizione familiare; dall’altro, simboli di rinunce professionali accolte dalle donne in una società ancora rigidamente impostata sulla divisione netta dei ruoli.
Questa memoria generazionale materna sembra produrre consapevolezza dell’esistenza, nei percorsi delle donne, di un conflitto inevitabile da attraversare, quello tra lavoro (ancora prima della carriera) e cura. In questo senso, le donne imprenditrici o manager sono diverse dalla donna lavoratrice solo per una maggiore disponibilità di risorse e soluzioni. Quello delle donne intervistate è il racconto incarnato di un cambio di paradigma: è lo smarcarsi da un modello tradizionale, per aderire invece a un nuovo modello di donna e a un più ampio sistema di opportunità.
Le interviste confermano un passaggio generazionale storico: diverse donne coinvolte nella ricerca sono figlie di madri che non hanno mai lavorato; loro, invece, hanno studiato e costruito carriere imprenditoriali. Il loro orizzonte è più ampio e aperto. Sono consapevoli di essere in un tempo molto diverso da quello delle loro madri e nonne; di essere molto più libere di immaginare altre vie, e meno pressate da sistemi di aspettative familiari e sociali.
Questa transizione ha generato una nuova figura femminile, certamente più consapevole di sé e più ambiziosa rispetto alla propria madre. È un’evoluzione chiara e senza ritorno, che si riconosce in modo ancor più deciso nelle nuove generazioni di donne.
A fronte di questa situazione, che vede un evidente divario tra aspettative culturali e dato di realtà, le intervistate si orientano in modo diverso. C’è chi guarda allo scenario internazionale – che da decenni gode di infrastrutture sociali più coerenti con le aspettative delle donne di oggi – in quanto ritenuto più efficace nel ricomporre il trade-off lavoro-famiglia, in attesa di evoluzioni nostrane più paritarie. C’è chi, valutando come poco feconda la tensione tra femminile e maschile, vede nella categoria della “differenza” tra uomini e donne il punto attorno al quale disegnare una nuova società, una nuova economia, un nuovo welfare. O, ancora, chi si china sulla concretezza del qui ed ora organizzativo, immaginando per sé nuovi modelli ad elevata flessibilità per corrispondere al variare delle fasi della vita e ai diversi bisogni di armonizzazione e coordinamento, oltre l’idea della mera “conciliazione”.
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Il ruolo della fiducia
Un particolare ruolo è riconosciuto alla fiducia, che emerge come vero e proprio dispositivo generativo, capace di incidere sulle traiettorie individuali e sul funzionamento delle organizzazioni. Le storie raccolte mostrano come i percorsi di crescita siano stati sostenuti e abbiano conosciuto passaggi evolutivi grazie a figure – familiari, manageriali, professionali – che hanno riconosciuto nelle intervistate attitudini e talenti, mostrato vie e possibilità e aperto spazi concreti di azione. In questo senso, la fiducia agisce innanzitutto come leva di riconoscimento e attivazione: rafforza l’autoefficacia, contrasta forme di insicurezza (più diffuse tra le donne) e contribuisce a rendere più vicine e praticabili opzioni altrimenti percepite come rischiose o non legittime.
Non meno significativa è però anche la presenza di forme di solidarietà femminile, che vedono donne – già posizionate nei sistemi professionali o in ambiti strategici come il credito – offrirsi come mentori o farsi da promotrici della crescita di altre donne, contribuendo a compensare asimmetrie di potere e di accesso ancora esistenti.
Infine, la fiducia emerge come principio organizzativo: in questo caso è alternativo ai modelli fondati sul controllo e sulla presenza. Alcune esperienze raccontano contesti in cui la fiducia si traduce in autonomia, flessibilità, orientamento ai risultati, rendendo possibile una maggiore integrazione tra vita e lavoro. In questo senso, la fiducia si pone come un’infrastruttura immateriale che consente alle organizzazioni di evolvere verso forme più sostenibili e inclusive.
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Mentoring, coaching e sponsor
Accanto alla fiducia, le interviste confermano il ruolo strategico di mentoring, coaching e sponsorship come dispositivi distinti, ma complementari, di sviluppo delle traiettorie professionali femminili. Non operano soltanto sul piano delle competenze: questi strumenti ma incidono più profondamente sugli immaginari per l’azione, sull’orizzonte delle possibilità percepite, sulla costruzione dell’identità professionale e sul sostegno alla scelta.
Nel mentoring come trasmissione di esperienza e come offerta di modelli di ruolo, attraverso la relazione con una figura più esperta, le intervistate raccontano di aver potuto “vedere” possibilità prima non pensate, ricevendo al contempo una forma di autorizzazione simbolica ad aspirare a posizioni e responsabilità più elevate. In questo senso, il mentoring agisce come leva di espansione del desiderio professionale e di consolidamento della fiducia in sé, soprattutto nelle fasi iniziali o di transizione dei percorsi.
Il coaching si configura come uno spazio riflessivo e interrogante, orientato a far emergere risorse latenti e a rielaborare criticamente le esperienze. Accompagnando la persona nella costruzione autonoma delle proprie scelte, offre chiavi di lettura nuove e strumenti per affrontare contesti complessi. Le interviste mostrano come questa pratica sia particolarmente rilevante nei momenti di passaggio, contribuendo a rafforzare consapevolezza, agency e capacità decisionale.
La sponsorship, infine, rappresenta un elemento cruciale sul piano organizzativo e istituzionale. Essa implica un’azione attiva di promozione da parte di figure posizionate nei luoghi di potere, che utilizzano il proprio capitale relazionale e reputazionale per sostenere l’accesso delle donne a opportunità concrete. Le interviste evidenziano come la presenza di “sponsor illuminati” possa fare la differenza nel trasformare un potenziale in una reale traiettoria di avanzamento.
Nel loro insieme, mentoring, coaching e sponsorship delineano un ecosistema di supporto che appare ancora diseguale ma in progressiva espansione, anche grazie a iniziative strutturate che vedono imprenditrici affermate accompagnare giovani donne nei loro percorsi. Tali pratiche non solo contribuiscono a colmare gap di opportunità, ma introducono modalità più generative di sviluppo organizzativo, fondate sulla valorizzazione delle persone e sulla costruzione intenzionale delle carriere.
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Investimento nella formazione e apprendimento continuo
Un ulteriore elemento che attraversa con continuità le traiettorie delle imprenditrici è rappresentato dall’investimento nella formazione. Non si tratta solo di acquisire competenze tecniche, ma di procedere nella costruzione di sé; aprirsi a sempre nuove possibilità; rafforzare la propria autonomia. Le intervistate raccontano come, in molti casi, la formazione costituisca una importante leva di mobilità sociale. Provenendo da contesti non imprenditoriali, l’accesso allo studio e alla cultura rappresenta il primo fattore di discontinuità rispetto alle condizioni di partenza. In questo senso, la famiglia gioca spesso un ruolo decisivo nel trasmettere il valore dell’educazione e dell’struzione come investimento strategico, capace di ampliare gli orizzonti e legittimare aspirazioni altrimenti difficilmente percorribili.
Accanto alla formazione iniziale, viene richiamato l’apprendimento continuo come condizione strutturale dell’agire imprenditoriale. Le testimonianze restituiscono percorsi caratterizzati da una costante tensione all’aggiornamento, al confronto e alla contaminazione: corsi, esperienze internazionali, partecipazione a reti associative, momenti di riflessione e autoformazione diventano strumenti essenziali per affrontare contesti in rapido mutamento. La capacità di apprendere si configura così come una competenza chiave, strettamente connessa alla resilienza e alla capacità di innovazione.
In diversi casi, la formazione assume anche una dimensione pragmatica, funzionale alla costruzione concreta dell’impresa: dall’acquisizione di competenze gestionali e finanziarie alla capacità di elaborare un business plan, fino all’apprendimento di nuovi ambiti emergenti come l’intelligenza artificiale. L’imprenditorialità si conferma un processo da costruirsi nel tempo attraverso un continuo intreccio tra esperienza e apprendimento. Pertanto “imprenditori si diventa”, tanto quanto si nasce.
Infine, per alcune traiettorie – in particolare quelle migranti – la formazione si estende alla comprensione del contesto istituzionale, linguistico e culturale del Paese di arrivo, diventando parte integrante del percorso imprenditoriale e strumento di riconoscimento sociale. Nel complesso, le interviste restituiscono un’immagine della formazione come infrastruttura invisibile ma decisiva: non solo leva di crescita individuale, ma condizione per rendere possibile l’accesso, la permanenza e lo sviluppo nei contesti imprenditoriali.
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Partner paritari e alleanze familiari
Contributo decisivo tanto nella realizzazione professionale delle donne quanto nella costruzione di un progetto familiare è quello dei partner. Le testimonianze mostrano come la possibilità di sostenere contemporaneamente una traiettoria di carriera e una vita familiare non dipenda soltanto da fattori individuali, organizzativi e perfino economici, ma anche dalla convergenza di intenti, dalla solidità della relazione di coppia e dalla distribuzione concreta delle responsabilità.
In particolare, ciò che appare determinante è la costruzione di una alleanza paritaria, fondata su riconoscimento reciproco, condivisione delle scelte e corresponsabilità nella gestione della vita quotidiana. Le intervistate sottolineano come il sostegno del partner non sia solo pratico, ma anche simbolico: significa legittimare il lavoro femminile come componente essenziale dell’identità e non come elemento secondario o sacrificabile. In questo senso, il partner diventa un attore chiave nel contrastare (o nel riprodurre) modelli culturali più tradizionali che vedono la donna incaricata prioritariamente della cura.
Dalle interviste emerge che la presenza di un compagno “alleato” consente di ridurre non solo il carico organizzativo, ma anche quello psicologico associato al doppio ruolo, liberando energie per l’impegno professionale e attenuando il senso di colpa spesso associato alla non totale disponibilità familiare. Al contrario, in mancanza di questo sostegno, il rischio è che il conflitto tra lavoro e famiglia si intensifichi, rendendo più probabili scelte di ridimensionamento o rinuncia.
Nel loro insieme, le intervistate suggeriscono che la questione della parità non può essere affrontata esclusivamente sul piano delle politiche del lavoro o delle organizzazioni, ma richiede una trasformazione più profonda delle relazioni di genere nella sfera privata. La costruzione di coppie più paritarie appare infatti come una delle condizioni fondamentali per rendere sostenibili, nel lungo periodo, le traiettorie professionali femminili e per abilitare una più ampia partecipazione delle donne alla vita economica e sociale.
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Capitale relazionale e valore dei network imprenditoriali
Tra le risorse strategica nei percorsi di intrapresa e di crescita professionale vengono citati anche i network imprenditoriali. Il successo non appare mai come esito di un percorso individuale. Piuttosto, è il risultato di una trama relazionale che sostiene, orienta e rende possibile l’azione. In questa prospettiva, le relazioni non sono semplicemente un contesto, ma un vero e proprio fattore produttivo.
Un primo livello di questo capitale relazionale è rappresentato dalla relazione tra co-fondatori e team, in cui la complementarità delle competenze e degli stili emerge come leva decisiva. Le interviste mostrano come il “fare squadra” consenta di affrontare l’incertezza, distribuire i rischi e costruire visioni più articolate, trasformando la diversità in valore. Allo stesso tempo, il legame con collaboratori e collaboratrici si configura spesso come una comunità di pratica e di senso, in cui la crescita individuale è strettamente intrecciata a quella collettiva. In questi contesti, il capitale relazionale alimenta appartenenza, motivazione e capacità di innovazione.
Un secondo livello riguarda le reti tra imprenditori e i network professionali. Le intervistate sottolineano come il confronto con altri imprenditori rappresenti una risorsa fondamentale per accedere a conoscenze, opportunità e supporto nei momenti critici. Le associazioni di categoria, i network femminili e le iniziative territoriali emergono – come già anticipato – come spazi di apprendimento reciproco, ma anche come luoghi di costruzione di visione strategica e di apertura verso nuovi orizzonti. In diversi casi, queste reti svolgono anche una funzione di accompagnamento e mentoring per le nuove generazioni, contribuendo a rendere gli ecosistemi imprenditoriali più inclusivi e dinamici.
Particolarmente rilevante è inoltre il ruolo delle reti informali di supporto, che si attivano nei momenti di maggiore vulnerabilità, sia sul piano professionale sia su quello familiare. Le testimonianze raccontano di relazioni basate sulla reciprocità e sulla fiducia – tra amici imprenditori, tra genitori, tra pari – che suppliscono alle carenze del welfare e consentono di sostenere concretamente i percorsi di vita e di lavoro. In questi casi, il capitale relazionale si configura come un’infrastruttura sociale invisibile ma essenziale, capace di garantire resilienza e continuità.
Le interviste suggeriscono però che l’accesso a queste reti non è distribuito in modo uniforme. Il capitale relazionale rappresenta una risorsa critica per l’accesso alle opportunità e per la mobilità professionale, ma la sua disponibilità è spesso diseguale, contribuendo a riprodurre o amplificare le diseguaglianze esistenti. Per questo, la costruzione intenzionale di network inclusivi e aperti appare una condizione chiave per sostenere il dinamismo imprenditoriale femminile.
Nel loro insieme, le interviste raccolte confermano che le reti non siano semplicemente uno strumento di supporto, ma una vera e propria architettura dello sviluppo: è all’interno delle relazioni che si generano opportunità, si condividono rischi e si costruiscono traiettorie sostenibili di impresa e di lavoro.
Nel complesso, le interviste mostrano come, di fronte a vincoli strutturali persistenti, le donne non si limitino a subirli, ma attivino strategie per aggirarli e sostenerne l’impatto nel proprio percorso. Tali strategie si fondano su un uso intenzionale e consapevole delle risorse disponibili: il capitale valoriale trasmesso dalla famiglia d’origine, la costruzione di relazioni fondate sulla fiducia, il ricorso a mentoring, coaching e sponsorship, l’investimento continuo nella formazione, la presenza di partner paritari e l’attivazione di reti professionali e imprenditoriali. Queste pratiche non si esauriscono in risposte individuali, ma producono effetti più ampi, contribuendo a rafforzare ecosistemi relazionali, a generare opportunità e a sostenere altre donne nei momenti di avvio e sviluppo. In questo senso, l’agency femminile si configura come una capacità di attivazione e connessione di risorse, che consente di ampliare gli spazi di possibilità all’interno di contesti ancora segnati da vincoli.

