LE INTERVISTE: donne imprenditrici
LE DONNE SONO GIÀ NEL FUTURO. È IL LAVORO CHE DEVE ANCORA CAMBIARE
di Patrizia Cappelletti, Riccardo Della Valle
di Patrizia Cappelletti, Riccardo Della Valle
Pur nell’eterogeneità dei profili e delle traiettorie, le donne sono portatrici di alcune domande comuni. Ciò che emerge non è una rivendicazione di trattamenti speciali. Le donne che lavorano e intraprendono, oggi, in Italia, si attendono una maggiore coerenza tra il loro livello di competenza, responsabilità raggiunte, ambizione professionale e desiderio di realizzazione a livello familiare, e il modo in cui il sistema socioeconomico e produttivo-organizzativo continua a funzionare.
Un primo elemento emergente dalle interviste è una domanda forte e trasversale di riconoscimento: le donne chiedono che il valore del loro contributo venga pienamente riconosciuto e legittimato, non solo in termini economici, ma anche simbolici e decisionali. Tuttavia, in molte organizzazioni, il riconoscimento delle donne continua a essere limitato e spesso legato alla loro presenza fisica, all’estensione dell’orario e alla disponibilità continua. Le esperienze raccolte suggeriscono, invece, la necessità di spostare l’attenzione sui risultati, sulla qualità del contributo e sulla capacità di generare multiforme valore. In altre parole, ciò che viene messo in discussione non è l’impegno richiesto dal lavoro, ma il modo in cui esso viene considerato e valutato. Se il criterio prioritario da adottare ad ogni livello e situazione è il merito, non è possibile dimenticare il gap ancora esistente tra i diversi sistemi di opportunità che ancora separano i percorsi maschili da quelli femminili. Per questo, è necessario rivedere il design dell’organizzazione del lavoro, anche sulla base delle evidenze e dei risultati già conseguiti, che dimostrano i benefici derivanti dall’apertura alle donne di spazi decisionali e di responsabilità.
Le esigenze di cura – ed in particolare la maternità – continuano a rappresentare un evento problematico nella continuità dei percorsi professionali, anziché una dimensione ordinaria da integrare. Ma emergono anche riflessioni attorno alle crescenti richieste di benessere delle persone, all’attenzione alla salute e all’equilibrio psicofisico, e, non ultimo, alla loro motivazione al lavoro. Le intervistate chiedono, a questo proposito, un lavoro più “comprensivo”, capace di riconoscere ed integrare in modo dinamico le persone nella loro interezza, e superare la logica dell’aut-aut tra vita personale e vita professionale.
Dalle interviste emerge come dato positivo una crescente centralità della persona all’interno delle organizzazioni. Si tratta di un cambiamento culturale significativo, che apre a nuove opportunità nel design del lavoro e che porta a ridefinire il senso stesso dell’impresa.
La sostenibilità del lavoro emerge come nodo strutturale e non come istanza individuale o di genere. In gioco non vi è solo la condizione femminile, ma la possibilità per tutti di armonizzare maggiormente il lavoro con le trasformazioni demografiche e sociali in atto. In questo senso, le donne rendono visibile un limite che investe l’intero sistema. Ciò che si richiede è di rendere il lavoro sostenibile, senza ridurne l’ambizione ma trasformandone le condizioni. Le donne non mettono in discussione l’impegno richiesto dai ruoli apicali o imprenditoriali; ciò che viene criticato è un modello che entra in conflitto con la vita personale e familiare, causando cortocircuiti dannosi per tutti.
Le interviste evidenziano come le disuguaglianze di genere non nascano nel mercato del lavoro, sebbene qui si concretizzino e si amplifichino, ma affondino le loro radici nei processi educativi e culturali. La segmentazione precoce degli orientamenti, la distribuzione stereotipata delle aspettative professionali e la minore legittimazione delle donne rispetto ad alcuni ambiti professionali contribuiscono a generare traiettorie differenziate già a partire dall’infanzia. Da qui l’insistenza sull’importanza di intervenire sui modelli educativi, per ampliare le possibilità di scelta e contrastare i meccanismi che riproducono le diseguaglianze. Il tema educativo introduce una prospettiva di lungo periodo: la parità non può essere raggiunta solo attraverso interventi correttivi a valle, ma richiede un lavoro culturale profondo a monte. In questo senso, la questione di genere si configura come una questione di sviluppo del capitale umano e sociale del Paese.
Nel quadro delle risorse femminili da riconoscere e valorizzare, le interviste richiamano l’attenzione su un soggetto ancora poco visibile: le imprenditrici straniere. La loro traiettoria è segnata da un capitale di resilienza maturato in contesti di instabilità e nei percorsi migratori, che si traduce in capacità di adattamento, intraprendenza e reinvenzione. Questa risorsa, tuttavia, resta spesso sottovalutata e poco riconosciuta nei circuiti economici e istituzionali. Valorizzarla significa non solo colmare un deficit di equità, ma anche attivare un potenziale generativo rilevante per il sistema produttivo.
Infine, emerge una domanda di politiche pubbliche più coerenti, strutturali e lungimiranti. Due sono i fronti citati: da un lato, si auspica un’evoluzione del sistema dei servizi di welfare; dall’altro, si guarda con attesa ad un nuovo e più convinto supporto all’intrapresa, sia con maggiori facilitazioni di accesso a reti e al credito sia attraverso una semplificazione normativa e tributaria.
Le intervistate sottolineano la necessità di superare interventi frammentari, per costruire un ecosistema favorevole allo sviluppo delle traiettorie professionali e familiari. Il ruolo del pubblico appare qui come infrastrutturale: non si tratta solo di sostenere categorie specifiche, ma di creare le condizioni abilitanti per lo sviluppo. La riduzione delle diseguaglianze e l’ampliamento delle opportunità personali non sono dunque obiettivi redistributivi in senso stretto, ma fattori strategici di crescita economica e coesione sociale.
Relativamente alle policy di welfare, nelle interviste emerge con forza l’idea che i servizi di cura – per i figli, per gli anziani, per le persone fragili – non possano essere considerati esclusivamente come politiche sociali di sostegno, ma come vere e proprie infrastrutture indispensabili allo sviluppo economico del Paese. Senza servizi adeguati, infatti, la partecipazione piena delle donne al mercato del lavoro diventa più debole, intermittente, precaria, e con essa si riduce anche il potenziale produttivo complessivo del sistema.
Non meno rilevante è la questione del sostegno all’intrapresa. Un primo appello riguarda l’accesso alle reti. Molte delle traiettorie di crescita raccontate sono state rese possibili dall’incontro con mentori, sponsor o comunità professionali capaci di aprire pari opportunità. Tuttavia, queste reti non sono sempre facilmente accessibili a chi ne è inizialmente fuori: giovani donne, imprenditrici emergenti, professioniste provenienti da contesti migratori o da aree geografiche meno connesse e marginali. Da qui la richiesta implicita di allargare quelle esistenti e la possibilità di crearne di nuove, e che l’accesso alle connessioni professionali e ai circuiti decisionali non resti confinato a chi è già inserito in tali ambienti.
Le interviste richiamano anche i temi della burocrazia e dell’accesso al credito. In particolare, nel campo dell’imprenditorialità innovativa, procedure lente e complesse possono trasformarsi in un freno significativo alla crescita. In un contesto economico caratterizzato da trasformazioni rapide, ritardi amministrativi o eccessi regolativi rischiano di penalizzare proprio quelle iniziative che introducono innovazione e nuovi modelli di business. Ugualmente, l’accesso al credito resta un nervo scoperto per i giovani e per le donne.
Queste richieste indicano alcune condizioni che permetterebbero di valorizzare pienamente il contributo delle donne al lavoro, all’impresa e alla vita economica del Paese.
In questo senso, esse rimandano a una trasformazione più ampia: non soltanto una crescente inclusione delle donne nel mondo del lavoro, ma il progressivo adattamento delle istituzioni e delle organizzazioni alle caratteristiche della società contemporanea e dei suoi bisogni.