Sabrina
Florio
Romana, laureata in Economia presso Sapienza Università di Roma, imprenditrice figlia di imprenditori, Sabrina Florio è Direttore Affari Istituzionali della farmaceutica Sosepharm e protagonista di un percorso imprenditoriale che unisce visione industriale e ricerca avanzata.
Nella guida della sua azienda, ha scelto un approccio che integra scienza, sostenibilità e accessibilità, aprendo nuove prospettive nella produzione farmaceutica.
Accanto all’impegno imprenditoriale, ricopre importanti incarichi in Confindustria e Unindustria, tra i quali la presidenza di Anima per il sociale nei valori di impresa, contribuendo alla promozione di una cultura d’impresa responsabile.
Il suo profilo esprime una forma di imprenditorialità capace di connettere innovazione tecnologica e responsabilità sociale, orientata alla generazione di valore nel lungo periodo.
So.Se.PHARM è un’azienda farmaceutica italiana che opera nella commercializzazione di farmaci generici branded, prodotti da banco, dispositivi medici e integratori, distribuiti su tutto il territorio nazionale attraverso una rete capillare che include farmacie e ospedali.
Inserita in un gruppo industriale con circa 700 dipendenti, affianca all’attività commerciale anche la produzione per altre aziende del settore, in Italia e all’estero. La presenza internazionale si sviluppa attraverso accordi di partnership e distribuzione, in una logica collaborativa che rappresenta uno dei
tratti distintivi dell’impresa. Membro di Farmindustria, So.Se.PHARM opera nel rispetto di standard etici e di trasparenza, con una particolare attenzione alla qualità dell’informazione scientifica.
La missione è chiara: rendere i farmaci più accessibili, contribuendo al tempo stesso alla sostenibilità dei sistemi sanitari. In questo senso, l’azienda interpreta il proprio ruolo come parte attiva di un equilibrio più ampio tra cura, innovazione e responsabilità.
Mi ritengo una persona fortunata
Mi considero una persona molto fortunata: sono un’imprenditrice di seconda generazione e il percorso che ho intrapreso affonda le sue radici nella storia della mia famiglia. È stato mio padre, partendo dalla Sicilia, a trasferirsi nel Lazio per entrare nel settore farmaceutico e a fondare lo stabilimento di Pomezia, in un’area che negli anni è diventata un importante polo del comparto, anche grazie alle opportunità offerte dalla Cassa per il Mezzogiorno. Oggi i nostri stabilimenti produttivi sono due.
Nei miei genitori ho sempre avuto un esempio estremamente positivo: erano una coppia molto unita e hanno lavorato sempre fianco a fianco, condividendo valori chiari, tra cui l’importanza dello studio, dell’impegno e della determinazione.
Ho ricevuto una formazione di altissimo livello: ho frequentato il liceo presso l’Istituto Massimiliano Massimo, appartenente ai Gesuiti, e successivamente mi sono laureata in Economia e Commercio alla Sapienza Università di Roma, con un indirizzo specifico nel settore farmaceutico.
Il ruolo della formazione
Sono profondamente consapevole di quanto l’istruzione e la formazione abbiano ampliato le mie possibilità. I miei genitori hanno investito molto nel percorso educativo dei loro tre figli — io sono la maggiore, seguita da due fratelli — trasmettendoci il valore dello studio e dell’impegno. Ognuno di noi ha poi seguito la propria strada, in modo naturale e coerente con le proprie inclinazioni: uno dei miei fratelli si è laureato in sociologia ed è oggi Responsabile dell’attività con l’Estero, l’altro in farmacia ed è Amministratore Delegato dell’azienda: ha saputo cogliere e sviluppare appieno le potenzialità del settore farmaceutico, puntando con decisione sulla produzione e sull’innovazione. Oggi guida con successo una realtà che conta circa 700 dipendenti. L’azienda dispone di un proprio listino farmaceutico, ma circa due terzi dell’attività sono dedicati alla produzione per conto terzi, ambito in cui manteniamo una posizione di forte leadership, grazie all’elevata qualità dei prodotti e a un costante impegno nell’innovazione. In questo settore, l’Italia occupa un ruolo di rilievo a livello globale, distinguendosi per l’eccellenza della sua capacità produttiva. Lo dimostrano sia la presenza crescente di multinazionali straniere che investono nel nostro Paese, sia i risultati molto positivi registrati sul fronte dell’export.
Il mio impegno a livello istituzionale
In questo percorso, come ho già detto prima, sono stata molto fortunata. Ho avuto l’opportunità di sviluppare le mie caratteristiche personali e i miei talenti ed in particolare il forte orientamento ai rapporti umani. Ricopro diversi ruoli, sia in azienda e poi nell’associazione Anima per il sociale nei valori d’impresa, promossa da Unindustria, che si occupa di promuovere la cultura della sostenibilità tra le imprese del territorio e di cui sono presidente da oltre 16 anni. Nell’ambito dell’Associazione ho creato una rete molto importante di imprenditori, manager e aziende attorno a questo tema, centrale e strategico per la nostra economia e per il nostro Paese. Nel contempo, ho compiuto un percorso in Confindustria, prima con il Gruppo Giovani e Piccola Industria poi in Unindustria, l’associazione territoriale di Roma e Lazio.
Oggi ricopro incarichi a livello nazionale, all’interno del Centro Studi Confindustria e del Consiglio Generale di Confindustria. Ruoli che mi offrono l’opportunità di osservare, analizzare e discutere i temi di cui stiamo parlando, con particolare attenzione ai fenomeni emergenti destinati a ridisegnare il futuro delle imprese.
Un’attenzione privilegiata alla valorizzazione delle donne
Non ho figli, ma ho sempre dedicato un’attenzione particolare alla formazione e allo sviluppo femminile, sia in quanto donna, sia perché sono convinta che il ruolo dell’imprenditore possa fare la differenza nel promuovere la crescita delle donne.
Nella nostra azienda la presenza femminile è molto significativa. Anche mia madre continua a lavorare con noi. Il settore farmaceutico, del resto, è da sempre caratterizzato da una forte componente femminile, con profili altamente qualificati: oggi molte donne sono biologhe, dirigono stabilimenti e ricoprono anche posizioni apicali. Si tratta di una realtà dinamica e in continua evoluzione.
Proprio per l’elevata presenza femminile, prestiamo grande attenzione ai temi della gestione dei tempi e della conciliazione tra vita professionale e personale. Non a caso, anche la direzione delle risorse umane è affidata a una donna. Il nostro obiettivo è contribuire a creare un ambiente di lavoro che favorisca il benessere delle persone: oggi è sempre più chiaro che investire sul benessere organizzativo significa migliorare anche la produttività aziendale.
Una grande attenzione al benessere personale
Creare un clima di lavoro sereno, supportato da un accompagnamento mirato e attento, è essenziale. In azienda poniamo grande attenzione al dialogo con collaboratori e collaboratrici, e ci interessa molto comprendere anche la loro vita personale. Questo è particolarmente importante nelle realtà più piccole, come Ferentino e Anagni – in provincia di Frosinone – sedi dei nostri stabilimenti, dove conoscere davvero le persone con cui si lavora e il contesto in cui vivono fa la differenza. Spesso, la semplice condivisione di problemi può portare a soluzioni concrete. In azienda abbiamo osservato che più le persone lavorano con passione e responsabilità, migliori sono i risultati e quindi maggiore è la produttività. Il nostro obiettivo non è creare “una grande famiglia” — termine ormai inflazionato — ma una vera comunità: un ambiente in cui l’impegno e la passione investiti vengono restituiti, spesso in misura superiore, attraverso entusiasmo e dedizione al lavoro. Credo profondamente che l’impresa debba essere vissuta in questo modo: con attenzione, serietà e senso di responsabilità. Il nostro ufficio del personale lavora proprio in questa direzione, promuovendo uno sviluppo continuo e un miglioramento costante.
Superare gli stereotipi di genere spostando il focus
Sappiamo bene che sul tema degli stereotipi di genere c’è ancora molta strada da fare nel nostro Paese. Lo dico da donna, da imprenditrice e da persona impegnata nell’associazionismo: molti stereotipi pesano ancora sulle donne, soprattutto in relazione alla leadership. Ancora oggi si pensa che per diventare manager una donna debba rinunciare alla famiglia, alla femminilità o alla vita personale. Questo modello è superato e va assolutamente abbandonato. Il vero cambiamento significa poter essere se stesse, senza dover imitare modelli maschili che non ci appartengono. Anzi, è fondamentale proporre il proprio modello come alternativa possibile e necessaria.
Per ottenere questo risultato, è essenziale partire dall’educazione e dalla formazione, con interventi mirati che superino gli stereotipi fin dalla scuola. Bisogna insegnare alle giovani donne che non esistono mestieri “da uomini” o “da donne”, promuovere modelli di leadership femminile e rafforzare le politiche di conciliazione tra vita e lavoro. Mostrare percorsi diversi e raccontare esperienze positive aiuta a superare rappresentazioni e categorie ormai obsolete e offre stimoli concreti al cambiamento.
Un modo efficace per rompere gli stereotipi è cambiare il focus: non si tratta più di distinguere tra uomo e donna, ma di valorizzare le capacità personali e il merito di ciascuno.
Nella nostra azienda la partecipazione femminile è significativa: le donne contribuiscono concretamente alla crescita e al raggiungimento degli obiettivi aziendali. I dati sul contributo delle donne nella crescita delle grandi società europee sono molto interessanti e dovrebbero spingerci a riflettere su quanto il loro ruolo sia fondamentale per il successo di qualsiasi organizzazione. Le evidenze confermano che con almeno il 25% di donne negli executive board la redditività cresce. Alcuni dati di McKinsey e Morgan Stanley dimostrano infatti che le imprese con maggiore diversità interna registrano rendimenti annuali superiori dell’1,6%, mentre chi si colloca nel quartile più alto per diversità di genere nei ruoli direttivi ha il 21% di probabilità in più di superare la redditività media di settore.
Le donne devono avere il coraggio di mettersi alla prova. Non dovrebbero mai sentirsi “meno adatte”: è fondamentale credere nelle proprie competenze, investire nella formazione e costruire reti di relazioni autentiche, perché è nella collaborazione che si costruisce il successo. Allo stesso tempo, è necessario che le donne ricevano supporto lungo questo percorso, proprio per colmare i gap ancora esistenti. Credo che valorizzare il merito e creare reali opportunità di crescita e carriera siano strumenti fondamentali per dare forza, permettendo alle donne di mettersi in gioco e osare di più.
Fare scouting
Un altro punto per me fondamentale è lo scouting. In Italia esistono competenze femminili straordinarie che non conosciamo abbastanza. Spesso incontro imprenditrici o manager di grande cultura, con una solida preparazione e una capacità di fare impresa e creare ambienti di lavoro eccellenti davvero notevole. Donne di grande valore che meritano di essere riconosciute e valorizzate.
Come sappiamo, il panorama dell’occupazione femminile presenta luci e ombre. Nonostante l’Italia sia risalita al 12° posto in Europa nel Gender Equality Index 2024, i dati della Communication on Progress 2025 — che registra 801 aderenti a UNGCN Italia, tra cui circa 14 grandi società quotate — evidenziano alcune criticità. Il divario tra i tassi di occupazione maschile e femminile in Italia evidenzia differenze profonde nelle politiche di lungo termine. Il gap è di 17,8 punti percentuali e fatica a ridursi. Se il 35% delle PMI italiane ha donne in posizioni di leadership, superando la media europea del 31%, nelle grandi aziende la quota scende al 25%. Il settore finanziario e assicurativo mostra in particolare un gap salariale del 31%, contro una media nazionale del 25%, a causa di una presenza femminile ancora troppo ridotta nei ruoli manageriali di alto livello. Al contrario, il settore pubblico registra il gap più basso, grazie anche a vincoli normativi e concorsi.
Oggi vediamo crescere la presenza femminile in ruoli di vertice, soprattutto nel settore finanziario, ma spesso si tratta di esempi internazionali, inseriti in contesti culturali diversi. Osservando queste realtà, viene spontaneo chiedersi perché in Italia non ci sia ancora la stessa attenzione e sensibilità nel riconoscere e promuovere il talento femminile.
Quando le donne riescono ad accedere a posizioni apicali, dimostrano capacità straordinarie di fare squadra e raggiungere obiettivi che fino a poco tempo fa erano considerati irraggiungibili. Per questo è essenziale far conoscere questi esempi positivi: fare scouting significa individuare e valorizzare il talento femminile, per offrire modelli concreti di leadership e successo.
Giocarsi le responsabilità di ruolo
Il cambiamento parte da ciascuno di noi, e ognuno ha una responsabilità, proporzionata al ruolo che ricopre. Negli ultimi anni, stanno emergendo progetti molto interessanti in questa direzione, che prevedono il ruolo di mentor di un’imprenditrice nei confronti di una giovane mentee. Anche io ho voluto dare il mio contributo in queste iniziative, perché credo sia nostro dovere impegnarci per migliorare le prospettive di crescita professionale delle donne.
Vedo segnali incoraggianti in una nuova generazione di imprenditrici più consapevoli, digitali e attente alla sostenibilità. Reti femminili, progetti di mentoring e collaborazioni tra imprese rappresentano strumenti concreti e incoraggianti per il futuro.
Nel mondo associativo, sia nella sezione dei Giovani Imprenditori, sia in quella della Piccola Industria di Unindustria, percepisco una crescente sensibilità sul tema delle donne. Sempre più si comprende che la loro presenza non deve essere vista come un obbligo, ma come una reale opportunità di crescita per tutti. In questi contesti emergono figure femminili di grande competenza, energia e professionalità, capaci di fare la differenza.
Ribadisco con forza che chi ricopre ruoli apicali, soprattutto nelle grandi imprese, può e deve agire con grande responsabilità, impegnandosi concretamente per promuovere il talento femminile e favorire una reale parità di opportunità.
Ragionare sulle evidenze
I dati mettono in luce evidenze interessanti. Secondo il recente Rapporto Symbola ‘Coesione e competizione’ si evidenzia che nelle realtà che adottano modelli di lavoro flessibili, lo stress e il burnout si sono ridotti rispettivamente del 39% e del 71%.
Il tasso di assenteismo è calato del 65% e le dimissioni volontarie sono diminuite del 57%. Iniziamo a ragionare a partire da queste evidenze e a lavorare sulla flessibilità oraria, che è tra i principali strumenti per trattenere i talenti, in un tempo in cui siamo tutti più consapevoli che le persone sono la priorità. E ritorno ancora a quanto dicevo prima: oggi le imprese hanno un ruolo fondamentale nella crescita culturale del Paese. Se svolgi un ruolo importante, puoi dare un segnale di cambiamento! Questo potere è nelle mani delle imprese che devono saperlo mettere a frutto.
Quali imprese stanno nascendo?
Ho analizzato i dati forniti dalla Camera di Commercio di Roma relativi al Lazio: si tratta di numeri positivi, ma molto simili a quelli di vent’anni fa. È vero, le imprese guidate da donne sono aumentate — nel 2025 rispetto al 2024 si registra un +0,22%, con un saldo positivo di 215 unità — e Roma si conferma al primo posto a livello nazionale per numero di attività “rosa”, che rappresentano tra il 21% e il 22,1% del tessuto imprenditoriale provinciale.
Tuttavia, si tratta prevalentemente di imprese legate ai servizi alla persona. A Roma, il tasso di occupazione femminile si attesta intorno al 58%, ma è fondamentale interrogarsi sulla qualità e sulla tipologia di queste attività: nella maggior parte dei casi parliamo di microimprese nel settore dei servizi, mentre restano marginali ambiti strategici come l’innovazione, l’intelligenza artificiale e le discipline STEM.
La domanda, quindi, è inevitabile: quale sarà il futuro? Serve oggi una maggiore consapevolezza e un impegno più concreto per favorire una presenza femminile più forte anche nei settori ad alto valore aggiunto.
Detto questo, il quadro del Paese è molto eterogeneo. Il Sud presenta criticità evidenti, ma ospita anche realtà imprenditoriali solide e dinamiche, con profili altamente qualificati e leadership di grande valore. Anche la formazione universitaria nel Mezzogiorno, infatti, raggiunge livelli di eccellenza.
Un nuovo protagonismo femminile
Nell’ambito delle associazioni di categoria, devo riconoscere che ci sono molte donne estremamente competenti e dinamiche. In particolare, all’interno di Confindustria a livello nazionale si percepisce un fermento positivo: stanno emergendo nuovi profili femminili e sempre più donne ricoprono ruoli di responsabilità, come la presidenza di comitati territoriali. Non ho affatto la sensazione di immobilismo, anzi, vedo un movimento interessante e in crescita, anche in ambiti tradizionalmente meno associati alla presenza femminile, come quello dell’energia.
Nel settore farmaceutico, poi, la partecipazione femminile è particolarmente significativa, non solo in termini numerici ma anche qualitativi: molte donne sono attivamente coinvolte in ruoli scientifici, dalla ricerca e sviluppo al controllo qualità.
Secondo il Report Indicatori Farmaceutici 2025 di Farmindustria: negli ultimi 6 anni l’occupazione femminile nel settore farmaceutico è cresciuta di circa +15%; le donne rappresentano circa 44–45% degli occupati nel settore farmaceutico italiano. È una quota molto più alta rispetto alla media dell’industria manifatturiera italiana (circa 29–30%); tra gli under 35, la presenza femminile sale fino a circa 47%; nel comparto Ricerca & Sviluppo, le donne sono oltre il 50% (circa 52–53%) degli addetti. Solo solo alcuni dati che osservo e racconto con piacere, anche confrontandomi con alcune amministratrici delegate del settore. Da questo punto di vista, il farmaceutico rappresenta senza dubbio un esempio molto positivo.
Le politiche di Diversity
Credo profondamente che esista uno stile femminile di fare impresa. Le donne portano in azienda competenze e sensibilità distintive, come la capacità di creare squadra, l’ascolto e una gestione attenta delle relazioni. Si tratta di caratteristiche che, a mio avviso, rappresentano un grande valore per l’impresa, soprattutto quando si integrano in modo equilibrato con quelle maschili: è proprio dalla collaborazione tra queste diverse prospettive che nascono i risultati migliori.
L’attenzione crescente ai temi della diversity è stata senza dubbio un passaggio fondamentale, perché ha contribuito a riconoscere e valorizzare le specificità femminili. Allo stesso tempo, ha aiutato molte donne a non sentirsi costrette ad adeguarsi a modelli preesistenti. Questo è un punto cruciale: in assenza di riferimenti e modelli diversi, il rischio è quello di adattarsi a schemi tradizionalmente maschili, perdendo autenticità e parte del proprio valore distintivo.
Quote rosa e certificazione di genere
Sono stata tra le sostenitrici delle quote di genere: le considero uno strumento utile, un’occasione concreta per mettere alla prova il talento femminile. Come ho già detto le donne capaci non mancano, anzi sono moltissime, ma devono essere valorizzate di più — e questo non è un compito che riguarda solo le donne, bensì tutti.
“Le opportunità sono tante, i posti sono pochi”, dico spesso. Ed è anche per questo che ancora oggi vediamo una prevalenza maschile nei Consigli di amministrazione, così come nei panel di convegni ed eventi. È fondamentale iniziare a trasmettere messaggi più forti e coerenti anche a livello di comunicazione.
Anche la certificazione di genere si è rivelata uno strumento utile: contribuisce a migliorare le imprese e a far crescere una maggiore consapevolezza nelle persone. In generale, credo che tutte le iniziative — dalle quote di genere alla certificazione — rappresentino un passo nella giusta direzione e abbiano un impatto positivo sul sistema.



















