Lella
Miccolis
Lella Miccolis è imprenditrice e fondatrice di Progeva S.r.l., azienda pugliese attiva nel riciclo della frazione organica dei rifiuti. Guida l’impresa con una visione fortemente orientata alla sostenibilità ambientale e all’economia circolare ed ha sviluppato un modello industriale che integra innovazione tecnologica, radicamento territoriale e responsabilità sociale. Riconosciuta come una delle figure femminili di riferimento nel settore ambientale e della green economy in Italia, è da tempo attiva anche nel mondo associativo e istituzionale. La sua leadership coniuga competenza tecnica, impegno civile e capacità di generare impatto positivo sui territori.
Progeva è un’azienda italiana specializzata nella produzione di fertilizzanti organici di qualità certificata e biometano sostenibile. Avvalendosi di un sistema impiantistico tecnologicamente avanzato, l’impresa trasforma i rifiuti organici in fertilità per il suolo ed energia rinnovabile per il Paese, contribuendo alla sostenibilità in campo agricolo, alla decarbonizzazione e alla transizione ecologica, ovvero alla sicurezza energetica nazionale.
L’azienda si distingue per investimenti continui in innovazione e sviluppo, controllo ambientale e sicurezza dei processi. Attività operative, prodotti e modus operandi aziendale godono di certificazioni che attestano qualità, sicurezza, mitigazione degli impatti climalteranti e sostenibilità a tutto tondo.
Progeva è la prima di una costellazione di imprese virtuose, circolari e sinergiche successivamente fondate. Realtà che operano nei settori dell’agricoltura rigenerativa e dell’alimentazione di qualità, con un impatto positivo certificato. Realtà nate dalla volontà di diversificare e ampliare un’innata vocazione imprenditoriale evolutasi nel tempo in una concreta visione capace di coniugare sviluppo industriale, tutela ambientale e valore sociale.
Un gene imprenditoriale in famiglia
Non sono figlia di imprenditori, eppure c’è un gene imprenditoriale nella mia famiglia. Entrambi i miei nonni lo erano. Sebbene con uno stile completamente diverso, hanno condiviso un certo grado di successo nelle loro intraprese, soprattutto considerando l’epoca in cui hanno vissuto.
Poi c’è stato un salto generazionale. Ma è vero che tutto nasce dalla famiglia.
Mio padre faceva l’appuntato in polizia. Mia madre aveva un piccolo laboratorio di sartoria e insegnava taglio e cucito in una scuola di formazione professionale della Regione Puglia nel comune dove abitava fino a quando ha incrociato sulla sua strada mio padre, originario del suo stesso paese in provincia di Bari, che già viveva e lavorava a Bologna.
All’epoca era difficile che le donne dal Sud andassero a trovare i propri compagni al Nord.
Per questo, i miei genitori hanno deciso di accorciare i tempi e si sono sposati dopo due anni e mezzo di fidanzamento. In realtà, si sono visti molto poco, ma erano tanto innamorati e lo sono stati fino all’ultimo giorno della loro vita. Mio padre disse a mia madre: “La mia vita è a Bologna, se vuoi raggiungimi.” Non fu un’imposizione, ma una semplice richiesta. Così, con grande dispiacere, lei lasciò il suo piccolo laboratorio di sartoria e l’insegnamento di taglio e cucito, ma sempre senza mai farne una colpa a mio padre, perché alla fine avevano scelto di stare insieme e di costruire una famiglia. E così hanno fatto.
Se fossi nata uomo
Mia madre ha avuto tre figli, in una città grande e senza la famiglia che le potesse dare una mano. Per questo motivo non ha più ricominciato a lavorare, se non per fare qualche piccolo rammendo in casa. Lei ha sempre detto: “Se fossi nata uomo, non avrei dovuto rinunciare al lavoro.” Ma, lo giuro, lei non ha mai incolpato mio padre, perché faceva parte di quella cultura che non considerava questo passo indietro un sacrificio per la donna. Toccava alla donna e lei lo accettava.
Ci sono parole che ti rimangono impresse. Io ho due fratelli maschi più grandi di me e mio padre diceva una frase molto emblematica quando descriveva la nostra famiglia: “Ho tre figli, di cui la terza è il più maschio di tutti.” All’epoca questa frase non la digerivo tanto. La consideravo un’offesa. Invece, crescendo e maturando ho capito tante cose. Mio padre, in realtà, pronunciava quelle parole con grande convinzione. Qual era l’errore? Associava la mia personalità, la mia voglia di fare e dare alla società, di costruire, ad una prerogativa maschile. Solo quello. Lui non voleva insultarmi, anzi, era estremamente orgoglioso di me.
Il mio percorso
Mi sono laureata in Biologia, ma non ho mai fatto la biologa nel vero senso della parola. Ho però seguito il tirocinio obbligatorio post lauream e ho deciso di sostenere l’esame di Stato pensando che un giorno mi sarebbe potuto servire “apporre la firma”. Così ho fatto e poi sono andata ad iscrivermi all’Ordine dei Biologi.
Mentre ero in attesa del modulo per l’iscrizione, ho visto appesa una locandina che promuoveva un corso di formazione sulla gestione integrata dei rifiuti. L’allora ministro Edo Ronchi aveva promosso una legge che prendeva il suo nome e che sostanzialmente affermava che i rifiuti non erano più un problema, bensì una risorsa e che andavano riciclati. Il corso, a pagamento, era organizzato dall’Ordine dei Biologi insieme all’ABAP,l’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi che esiste tutt’oggi.
La mia era una famiglia borghese che non mi ha fatto mai mancare niente. In me, però, c’è sempre stato il desiderio di non pesare sui miei. Volevo essere autonoma. Così chiesi di fare una telefonata e chiamai papà: “Ho visto questa opportunità. Però c’è un costo”. E lui mi disse: “Iscriviti.” Così mi iscrissi contemporaneamente all’Ordine dei Biologi e a questo corso, che costituì una vera svolta nella mia vita, anche se, per molti versi, restavo pur sempre una studentessa.
Questa cosa la faccio veramente
Il corso era strutturato in moduli formativi. Tra i docenti c’era uno dei massimi esperti italiani in materia di rifiuti organici, che, in qualità di consulente del ministero, stava contribuendo a tracciare le linee guida del trattamento degli stessi. Un settore in cui l’Italia aveva allora e ha ancora oggi un primato mondiale.
Oltre a essere un esperto, era anche un grande oratore. Io sono rimasta letteralmente incantata ad ascoltarlo, senza mai perdere la concentrazione. C’era un ragazzo seduto dietro di me. Ricordo che mi sono girata e gli ho detto: “Io questa cosa la faccio veramente nella vita.”
Così, terminato il corso, mi sono avvicinata al docente per domandargli dove si facevano le cose che aveva saputo spiegare così egregiamente. Lui mi rispose: “Hai una settimana da dedicarmi? Viene in Lombardia e i miei colleghi ed io ti portiamo a capire tutta la filiera, dall’inizio alla fine. In questo modo potrai valutare se è una cosa che fa per te”. Ho chiesto ospitalità a una zia e sono partita. Quella si è rivelata la settimana più determinante della mia vita. Lui e i suoi collaboratori – oggi sono ancora cari amici, consiglieri, mentori – hanno mantenuto la parola.
Sono rientrata in Puglia ancora più convinta di voler realizzare anche qui quello che avevo visto ma non c’erano imprenditori che mi potessero dare una mano. Cosa ho fatto? Innanzitutto, ho capito che bisognava costruire un business plan, così ho frequentato un corso per imparare a svilupparlo e ho acquisito altre competenze che potevano servire per gestire un’azienda. Ma restava il problema del finanziamento.
Promotrice di un’idea
Un giorno, mentre ero alla Fiera del Levante mi sono imbattuta in un ufficietto ed ho visto una locandina che propagandava la recente apertura di uno sportello a sostegno dell’imprenditoria giovanile, a Bari. Venivano offerti soldi e accompagnamento all’intrapresa. Mi sono presentata per raccontare cosa volevo fare. Ho esibito il business plan e fatto su e giù tra Bari e Roma varie volte: alla fine è stato concesso un finanziamento agevolato di 5 miliardi di lire a sostegno del progetto ed è stato anche molto apprezzato il fatto che era una donna a promuovere l’idea. Solo con le banche e le loro richieste di garanzia non saremmo mai riusciti a partire.
Abbiamo così avviato il nostro impianto di riciclo rifiuti organici finalizzato alla produzione di compost. Da noi non c’era uno storico a cui guardare. C’erano solo alcune esperienze ancora molto limitate e non sempre positive. Bisognava fare le cose per bene, nel rispetto della normativa ambientale, nel quadro di criteri di sostenibilità e nella logica dell’economia circolare. L’ idea di “rigenerazione” era in me ben prima che la stampa ne parlasse e che la normativa la regolamentasse.
Una rosa con le spine
Io dico sempre che la mia è una storia “rosa”, per me il colore della bellezza, del successo, dell’armonia. Però quella dell’impresa è ovviamente una rosa con le spine. Raccontata in un’intervista sembra un percorso veloce, facile, senza ostacoli, e invece no. I tempi sono stati lunghi. È stato difficile trovare un sito dove realizzare l’impianto, perché bisognava convincere le comunità ospitanti della virtuosità dell’idea imprenditoriale. Non è stato semplice trovare la parte politica che non ostacolasse il progetto, o che ne facesse un proprio baluardo e non è stato assolutamente naturale ricevere le autorizzazioni. Il giorno dell’inaugurazione abbiamo festeggiato, ricevuto applausi e incoraggiamenti. Poi, il giorno dopo, è iniziata la vera e propria gestione. C’era da mettersi le mani nei capelli! Ci sono stati i primi momenti in cui l’essere donna poteva rappresentare un limite. Immaginate una giovane, senza una famiglia di imprenditori alle spalle. Mia madre e mio padre avrebbero potuto garantirmi un primo sostegno quando abbiamo costituito la società, ma poiché non sapevo come sarebbe andata, non ho voluto rischiare. Così ho chiesto supporto a due amici imprenditori. Mi sono detta: “Chi più di un imprenditore può capire gli inizi?” Le somme anticipate, sono state restituite rapidamente. Devo dire che loro non hanno mai chiesto interessi, né alcuna forma di garanzia. Uno dei due mi disse: “Lella, un imprenditore non può non avere un cellulare. Devi essere sempre reperibile perché non avrai orari di lavoro. Ho da poco cambiato il mio”, e me lo regalò insieme alla sua Sim. Alla fine, quello che ricevi devi restituire. E io penso in questi anni di aver ridato tutto e anche di più ma non a loro. Non si deve restituire a chi ha già donato, ma solo seguirne l’esempio perché chi t’ha dato, ha già. Bisogna dare ad altri.
Se cedi la prima volta, dovrai farlo sempre
La gestione in un settore maschile, all’epoca, era complessa e delicata. Non c’erano giovani, non c’erano donne senza la famiglia alle spalle. Spesso si trattava di figlie di qualcuno e molte volte di prestanome. Non di rado mi sono trovata di fronte a pressioni inappropriate o a comportamenti che hanno messo alla prova la mia autonomia e le mie capacità.
Come ho affrontato queste situazioni? Facendo appello ad uno dei tanti preziosi insegnamenti che mio padre mi ha lasciato. “A casa mia comando io”, diceva. Questa frase, la cui applicazione non è certamente immediata per l’universo femminile e non lo è ancor di più in determinati contesti, mi ha fatto da guida tutte le volte in cui hanno bussato alla porta circostanze o individui che volevano oltrepassare la soglia della mia libertà di imprenditrice, di persona e di donna naturalmente. Di fronte ai problemi puoi abbandonarti al destino oppure resistere e reagire. Io ho scelto di farlo perché questa è la cifra della mia personalità che spero possa essere d’esempio soprattutto per le donne, perché il loro percorso di affermazione è più lungo.
Il giudizio su una donna è più severo
Devono avere pazienza, le donne. Dote che nelle giovani non vedo più. Non vedo la voglia di aspettare un risultato. Prima di vincere la guerra, tocca vincere tante quotidiane battaglie tenendo a mente che il giudizio su una donna, in particolare se riveste un ruolo apicale in ambito professionale o istituzionale, tende spesso a essere più severo rispetto a quello riservato ad un uomo. Ogni esitazione, ogni incertezza pesa il doppio, ma quel peso, che umanamente rende fragili non deve mai schiacciare. Io l’ho portato sulle spalle in diverse occasioni, trasformandolo in nuova forza e determinazione.
Ogni giorno c’è un compromesso
Io sono mamma di un’unica figlia che ovviamente è quanto di più bello io abbia fatto nella vita. Quando è nata avevo 36 anni, le mie aziende erano già avviate e ricoprivo incarichi nelle istituzioni. Ho vissuto ogni giorno chiedendomi se sarebbe stato il caso di ridimensionarmi rispetto al percorso fatto e scegliere di creare una famiglia numerosa. Non me la sono sentita, francamente.
Una cura divisa per due
Mio marito è stato in grado di capire, ma fino a un certo punto… Mi ha detto: “A me piacerebbe avere un altro figlio, o almeno provarci, però, siccome il maggior peso sarebbe su di te, è giusto che la scelta la faccia tu.” Ha assecondato, senza rendersene pienamente conto, la cultura di cui siamo tutti figli. Una cultura che tende ad attribuire il peso maggiore della dimensione familiare alle donne, pur essendo entrambi imprenditori. Io non gliene ho mai fatto una colpa: certi stereotipi sono così radicati che scardinarli richiede tempo, pazienza e un lento lavoro di cambiamento. E poi, in fondo, forse anch’io avrei potuto fare uno sforzo in più e avere un altro figlio. Ma non me la sono sentita.
Le donne non devono rinunciare ai propri sogni
Mia figlia ha atteso di compiere vent’anni per dirmi che era orgogliosa e soddisfatta di me. I figli sono giudici severissimi: ti fanno la tara. Lei mi ha sempre detto che non voleva essere figlia unica. Ho pianto per i sensi di colpa, ma mai davanti a lei. Quel peso lo tenevo per me e il giorno dopo rifacevo la stessa vita di prima perché ero convinta che si sarebbe ricreduta. Quest’anno, il giorno prima del suo compleanno, le ho mandato una frase trovata per caso, che mi ha molto colpito: “Le donne non devono rinunciare ai propri sogni per i figli”. Sono pienamente d’accordo con questo pensiero. Il miglior modo per rendere libero un figlio è tenerlo alla giusta distanza, osservandolo, insegnandoli ad avere un pensiero autonomo e un’azione libera, affrancandolo. Mia figlia ha risposto al mio messaggio dicendomi: “Io sono contenta di tutto quello che sei.” L’augurio alla fine l’ha fatto lei a me, accompagnato dal regalo più bello che un genitore possa ricevere: l’aver compreso nella fame di scoperta, di vita e di sapere propria dei suoi vent’anni, che cos’è realmente la libertà: è sacrificio.
Non le uscite, non i viaggi, non gli armadi pieni di vestiti che non indosseremo mai. È piuttosto la capacità di trovare il proprio posto nel mondo con impegno, determinazione e coraggio stando sempre dalla parte del bene, anche quando non è facile, anche quando “non conviene.”
Alle giovani donne io voglio mandare questo messaggio: non abbiate fretta, l’avvenire si costruisce mattone su mattone, con pazienza e perseveranza. I frutti? No, quelli non si vedono subito ma vi assicuro che valgono ogni sforzo.
Le persone che mi circondano hanno vite più facili
A volte ho desiderio di cose banali, ho desiderio di andare al mercato, di guardare una serie televisiva tutta d’un fiato, di prendere un caffè senza doverlo fissare in agenda. Tante persone che mi circondano e che non sono imprenditrici o imprenditori conducono vite più facili, belle e ugualmente soddisfacenti. Ammetto che a volte le invidio: in realtà, quello che invidio è il tempo della sana noia che a me non appartiene. Ma so anche di avere altre gratificazioni: le aziende nate e cresciute, costruite “sacrificando mille caffè”, sono solide e sane e questo non ha prezzo. Ci sono tanti collaboratori che hanno messo su famiglia e partner con cui abbiamo fondato nuove società. Aprirsi, collaborare, condividere, progettare insieme ad altri è fondamentale per crescere come imprese, come comunità, come persone.
Un imprenditore deve avere una vita sociale intensa.
Alle giovani donne suggerirei un periodo all’estero, non tanto per imparare la lingua, quanto perché in altri Paesi la conciliazione tra lavoro, vita privata e impresa è ben sviluppata, anche se non dappertutto allo stesso modo. Una delle difficoltà ancora più evidenti in Italia, soprattutto al Sud, riguarda i tempi del lavoro: se una donna desidera intraprendere ruoli manageriali o imprenditoriali, oppure impegnarsi in politica, conciliare gli impegni professionali con quelli familiari, soprattutto in presenza di figli piccoli, può risultare complicato. Gli orari di lavoro tendono a protrarsi fino a tarda sera, mentre all’estero è frequente che le giornate lavorative terminino tra le 16 e le 17 con una pausa pranzo magari più breve. C’è un grande rispetto per il tempo della giornata da dedicare alla dimensione personale. È importante che un buon imprenditore coltivi anche una vita sociale intensa e frizzante cosicché sfera privata e professionale possano nutrirsi e arricchirsi reciprocamente.
Lavorare sul welfare
Bisogna lavorare sul welfare. Servono asili nido pubblici che spesso mancano. Grazie al PNRR ne sono nati diversi e questo rappresenta un passo positivo, ma non è ancora abbastanza. Inoltre è importante disporre di un sistema di assistenza all’infanzia serio e qualificato. I genitori devono poter essere certi che i loro figli siano seguiti con attenzione e sicurezza, così da potersi concentrare serenamente sulle proprie attività.
Non si può fare una cosa alla volta
Si deve inoltre intervenire sui tempi di lavoro. Non devono essere rigidamente 7, 8 ore. Servono orari gestiti diversamente, tempi prestabiliti perché ci si possa organizzare. Il quadro anagrafico dell’Italia è spaventoso. Va detto che avere figli richiede anche un po’ di spensieratezza e coraggio: “Non so cosa accadrà domani, ma voglio questo figlio, nascerà e farò di tutto per occuparmene.” Invece oggi è tutto un “non”: non mi sposo, non convivo, non faccio figli…. Faccio una cosa alla volta. Una cosa alla volta? Ma no! Con la giusta dose di pianificazione e organizzazione si possono realizzare molte cose contemporaneamente: un’azienda, più aziende, progetti con soci e dipendenti, nuove idee, vita sociale, famiglia, viaggi… si può far tutto, davvero!
Una politica di genere non è mai solo femminile
Come azienda Progeva siamo già in possesso della Certificazione di Parità di Genere UNI/PdR 125:2022 avendo lavorato e investito convintamente in questa direzione. Naturalmente se aumentasse ancor più il numero di presenze femminili in azienda ne saremmo ben felici così come saremmo felici di accompagnarne il percorso di crescita professionale. Ci sono tre mamme che mi hanno chiesto il part-time sottintendendo che altrimenti avrebbero dovuto rinunciare al lavoro. Ecco, se le donne ricevessero maggiore supporto e condivisione del carico familiare, queste scelte non sarebbero obbligate. Forse si tratterebbe semplicemente di riorganizzare il lavoro e ripensare i tempi. Se le mie collaboratrici, ad esempio, una volta cresciuti i figli, mi chiedessero di tornare a un impegno full time sarebbe una scelta positiva, sia per noi che per loro. Non esistono decisioni definitive in senso assoluto: secondo me, l’intelligenza e la maturità delle persone permettono di rivedere le proprie scelte in qualsiasi momento della vita, perché contesti e presupposti possono cambiare.
Anche alcuni uomini in azienda hanno chiesto maggiore flessibilità negli orari di lavoro per conciliare gli impegni familiari. Ho ritenuto importante accogliere queste richieste, perché una vera politica di genere non riguarda soltanto le donne, ma l’equilibrio e il rispetto delle esigenze di tutti. Religione, etnia, disabilità: sono tutte dimensioni della persona che meritano attenzione e politiche adeguate. Il principio, in fondo, è sempre lo stesso: non ignorare, non marginalizzare, ma affrontare le differenze insieme e farne una ricchezza. Sempre insieme.



















