Stefania
Brancaccio
è imprenditrice e Presidente di COELMO S.p.A., storica azienda manifatturiera campana attiva nel settore dell’energia. Esponente di una famiglia industriale, guida l’impresa con una visione orientata all’innovazione tecnologica e all’internazionalizzazione, nel pieno rispetto dei valori di sostenibilità, equità e inclusione. Cavaliere del Lavoro, è impegnata con passione nel sistema associativo industriale e nella promozione della cultura d’impresa nel Mezzogiorno, sostenendo un’idea di sviluppo relazionale che si innesta nella tradizione dell’economia civile, attenta alle persone, alle comunità e al territorio.
COELMO S.p.A., fondata nel 1946, è un’azienda italiana specializzata nella progettazione e produzione di gruppi elettrogeni e soluzioni per la generazione di energia. Con sede in Campania, opera oggi in oltre 70 Paesi, servendo settori strategici come infrastrutture, industria, telecomunicazioni e data center. L’impresa si distingue per l’integrazione verticale dei processi produttivi e per l’elevato contenuto tecnologico delle proprie soluzioni. Investe in ricerca, efficienza energetica e sostenibilità ambientale e rappresenta una delle eccellenze manifatturiere del Sud Italia a vocazione internazionale.
Mi metto accanto
Io non arrivo in azienda per mia scelta. Ho una laurea in filosofia e un marito ingegnere meccanico di seconda generazione, con una visione imprenditoriale molto chiara. Mi metto accanto a lui e accolgo anche questo: un’attività di suo padre, allora più piccola di quella che è oggi, e un suo sogno più grande. Che poi gli è riuscito, ringraziando Dio. Il mio primo pensiero fu molto semplice e, lo confesso, anche un po’ disarmato: come potevo collocarmi in un ambiente completamente tecnico e così lontano dalla mia formazione?
“Cosa la possiamo mettere a fare”?
Al mio ingresso in azienda, un collaboratore chiese a mio suocero: “Commendatore, cosa la possiamo mettere a fare?” Al che lui risposte, ridendo: “È laureata in filosofia. Che metta in ordine alfabetico le fatture!” Perché quella era la cosa più adatta a me! La verità è che ho dovuto studiare tanto. Non mi sono mai fermata. Mi sono formata in gestione aziendale e sono diventata esperta nell’acquisizione di diverse certificazioni. Non ho affidato il destino alla buona volontà, ma alla cultura.
Una certa idea di impresa
L’azienda allora era più piccola, non aveva i 300 dipendenti di oggi. Progressivamente siamo cresciuti. Per me è sempre stato importante perseguire una crescita qualitativa: l’azienda non doveva eccellere solo nella produzione materiale, ma anche produrre livelli di sicurezza, garantire tranquillità, produrre impatto. Siamo stati i primi a firmare l’adesione al Global Compact. Il primo programma l’ho firmato a Villa Madama con Kofi Annan, noi piccola azienda! Sono quasi trent’anni che pubblichiamo il nostro report. Lo sviluppo è continuo e ogni anno dimostriamo nei vari campi qual è stato il nostro miglioramento che non si riduce nelle azioni di beneficenza.
Lavoro rigido
Siamo nel 1973. Sono gli anni dell’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori, un tempo in cui il lavoro è pensato in modo rigidissimo, con orari e mansioni precise. Otto ore in presenza, più gli straordinari. Tutto lineare, tutto misurato, tutto apparentemente perfetto. Sulla carta funzionava tutto. Ma io, quasi istintivamente, cominciai a osservare le persone. Era il terreno che sentivo più vicino alla mia formazione umanistica. E lì accadde qualcosa che non ho più dimenticato. Ricordo un operaio bravissimo che, a un certo punto, iniziò ad arrivare sempre in ritardo la mattina. Non parliamo di un lavoratore distratto o svogliato, ma di uno dei migliori: puntuale nel lavoro, serio, affidabile.
Quando fu chiamato a spiegare, disse con grande semplicità che accompagnava il padre a una terapia medica. Formalmente era un problema disciplinare. Il regolamento era chiarissimo: il ritardo andava sanzionato. Dopo un certo numero di episodi era prevista perfino una decurtazione sullo stipendio.
Ma io, in quel momento, vidi qualcosa che allora nel mondo del lavoro quasi non si vedeva mai: vidi la persona. Il contratto guardava l’orario. Io vedevo la responsabilità.
Quell’uomo si alzava prima, si prendeva cura del padre, lo accompagnava, tornava indietro e poi veniva in azienda a dare il meglio. Ai miei occhi era un lavoratore ancora più prezioso. Fu lì che compresi qualcosa che negli anni Settanta non apparteneva affatto al linguaggio industriale: la parola umanità non era ancora entrata nel lavoro. Da quel momento ho iniziato a guardare all’impresa in modo diverso. Non per teoria, ma per ascolto. E ho scoperto che le persone chiedevano una cosa semplicissima e insieme rivoluzionaria: fiducia.
L’idea di conciliazione
Quella rigidità non funzionava più. Così iniziammo, tra i primi in Italia, a parlare di quella che poi sarebbe stata chiamata conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. A me, però, il termine non è mai piaciuto. Ho sempre preferito parlare di coordinamento, dentro una visione di impresa e famiglia non in conflitto ma in alleanza. Era un’intuizione che oggi ritrovo pienamente nel dibattito su lavoro e donne moderne, dove il vero nodo non è dividere i tempi, ma renderli umanamente sostenibili.
Oggi conciliare è ancora più difficile Anche per me non è stato facile. Le donne hanno sempre fatto salti mortali. Ma oggi la situazione è diventata ancora più complessa. Un tempo esisteva una rete familiare che, pur con tutti i suoi limiti, suppliva a molte carenze del welfare. Oggi quella rete si è assottigliata, quando non è del tutto scomparsa. La cura dei figli, la gestione di un genitore anziano, l’equilibrio tra responsabilità professionali e familiari sono diventati un nodo strutturale. Ed è qui che il tema di impresa e famiglia diventa decisivo e non più rinviabile. Oggi tante giovani rinunciano alla vita familiare. Oggi vedo ragazze ingegnere bravissime, determinate, preparate. Ma sempre più spesso accompagnate da un timore silenzioso: la maternità. Non perché non la desiderino, ma perché la percepiscono come un rischio reale per la propria continuità professionale. Ed è qui che emerge con forza il tema della difesa delle donne madri.
Le donne hanno paura
Le mie collaboratrici storiche hanno i ruoli che, al momento del loro ingresso in azienda, si affidavano tradizionalmente alle donne: la ragioneria, la contabilità, l’amministrazione. Questo andava benissimo anche nel settore pubblico. Erano posizioni che sembravano calzanti per il ruolo femminile. Diversamente, oggi vediamo giovani ingegnere preparatissime e determinate. Ma stanno rinunciando alla vita familiare perché non ce la fanno o non hanno accanto compagni forti. In loro io vedo la paura. Il momento della maternità viene visto come problema e interruzione. “E se l’azienda interrompe la mia carriera?”, si domandano. Forse l’azienda ti aspetta, ma, quando tornerai, vorrà che tu sia sempre la stessa di oggi? Perché questo non è semplicemente possibile! Quando nasce un figlio non nasce solo un bambino. Nasce una madre. E una madre è un’altra cosa. Molte donne temono che, al rientro, verrà chiesto loro di essere esattamente come prima. Ma questo, semplicemente, non è realistico. Noi non diamo loro abbastanza sicurezza. Non le accompagniamo. Non diamo loro sicurezza. Non le sosteniamo nelle loro preoccupazioni. Non costruiamo intorno a loro un contesto realmente affidabile. È questa paura che dice alle donne di non fare più figli o di aspettare, arrivando addirittura all’idea di congelarsi gli ovuli, cosa che le aziende promuovono e anche sostengono economicamente.
Dare possibilità
Ho provato a creare un asilo nido in azienda, ma gli standard richiesti in termini di spazi, altezze, e condizioni di sicurezza hanno reso impossibile procedere. Avevamo immaginato una specie di piccolo nido in una stanza dedicata a tutte le giovani mamme ma saremmo stati “fuori legge”. Non possiamo disumanizzare le nostre aziende. Dobbiamo dare tranquillità, dare possibilità. Servono politiche vere di difesa delle donne madri, non dichiarazioni di principio.
Una proposta
Avevo proposto un sostegno concreto alla prima gravidanza, pensando a quella mamma spaventata che si trova davanti a una scelta bellissima ma carica di incognite. Ho chiamato questa proposta: dalle Quote rosa alle Aliquote rosa. L’idea nacque da una frase semplicissima di una mia collaboratrice: «Se potessi avere la busta paga lorda, farei tantissime cose». Aveva ragione. Per questo ho proposto di riconoscere alle donne, per i primi tre anni di maternità a partire dal primo figlio, la busta paga lorda, senza il prelievo che oggi riduce drasticamente il reddito disponibile. Non un bonus una tantum. Non un’elemosina istituzionale. Ma il pieno riconoscimento economico del lavoro di quella donna in una fase decisiva della sua vita. Questa, a mio avviso, è una vera misura di difesa delle donne madri.
Perché senza serenità economica è difficile chiedere a una donna di mettere al mondo un figlio senza paura. I pannolini hanno l’IVA, il latte costa moltissimo, l’asilo nido, quando c’è, è spesso economicamente inaccessibile. Dato questo quadro, perché non intervenire proprio all’inizio, nel momento più delicato? Diamole risorse vere nei primi tre anni di maternità. Non servono bonus simbolici. Quella busta paga è il frutto del suo lavoro. Mi sono battuta molto per questa proposta, purtroppo senza esito. Ma resto convinta che sia la serenità, prima di tutto economica, a permettere a una donna di dedicare tempo a ciò che per lei è più prezioso.
Reinterpretare il lavoro
Non abbiamo una cultura industriale, una cultura del lavoro aggiornata. Abbiamo una normativa sul lavoro obsoleta. I piccoli accorgimenti fatti hanno addirittura complicato il quadro. Occorre reinterpretare il lavoro in un mondo che è cambiato con un’accelerazione folle. Noi rimaniamo ancora ai vecchi metodi. Siamo ancora al badge.
Creare ambienti in cui vivere una serenità possibile
Oggi mia figlia mi dice che ho troppi impegni sociali: “Mamma, non sei una nonna!” È vero, ho tanti impegni istituzionali, negli ambienti associativi. Come UCID stiamo proponendo un programma della pace nelle aziende. Cosa vuole dire “pace” in una organizzazione di lavoro? Vedo l’incapacità di alcuni miei capi a gestire le controversie e le tensioni all’interno dell’impresa. Gli odi, i dispetti. Dobbiamo riuscire a creare ambienti in cui vivere una serenità possibile; dove favorire che i collaboratori parlino ed esprimano loro stessi superando la vecchia logica: “Sei pagato per lavorare, non per pensare”. Nelle imprese a gestione familiare mi pare sia un po’ differente. Qui il concetto di famiglia e di fidelizzazione tende ad essere più forte. Nelle aziende che abbracciano la dottrina sociale della Chiesa, si cerca di essere testimoni del bene comune. E noi qui Napoli abbiamo avuto la prima cattedra di economia civile, quindi del bene comune, nel 1700. Abbiamo avuto Antonio Genovesi e Filangieri che parlava di felicità nel lavoro. Ma felicità vuol dire serenità di essere accettati. I ragazzi di oggi vogliono che il loro pensiero valga, che siano riconosciuti. Devono amare il lavoro che fanno, ma come è possibile se tu glielo mortifichi? Se non permetti loro di esprimersi? Queste scelte porta l’azienda anche ad essere più produttiva, ad avere un turnover molto basso, ad avere persone che crescono con te e che si sentono partecipi del progetto.
Dalla parità alla differenza
Sinceramente? Io sono contraria alla certificazione di genere. Mi domando se anche questa sia una corsa inutile: si rischia di guardare solo ai numeri, perché non si è agisce sulla mente di chi lavora.
Anche le multinazionali pretendono dalla donna incredibili prestazioni che, ripeto, la donna è capacissima di raggiungere, ma rinunciando ad una parte importante di vita. Noi dobbiamo parlare di parità, ma senza dimenticare la differenza. Nel primo manuale di sicurezza sul lavoro, 25 anni fa, non c’erano scarpe antinfortunistiche del numero di una donna. Le tute erano intere e quando le donne ingegnere andavano sui cantieri, per fare pipì si dovevano spogliare. Molto è cambiato, ma c’è ancora tanto da fare. È come se avessimo ignorato il fatto che la donna potesse fare queste cose.
Uomini e donne sono differenti, ma non se ne tiene conto. Noi siamo invisibili. Essere donne, ci costa la rinuncia. Poi c’è chi non vuole avere il figlio, ma la maggior parte delle donne rinuncia, per essere alla pari della vita moderna. Perché non combattiamo per la sottolineatura della differenza? Voglio il mio diritto di essere madre, e di andare a fare la ceretta. Voglio tutto.



















