Elena Dominique

Midolo

Elena Dominique Midolo è imprenditrice digitale, manager italiana e co-fondatrice di ClioMakeUp, di cui è CEO.
Guida un’azienda dalla spiccata vocazione inclusiva e una visione orientata ad una crescita socialmente sostenibile, alla solidità organizzativa e all’innovazione nel settore Beauty. Ha contribuito alla trasformazione di un progetto editoriale nato su YouTube in un beauty brand, in un ecosistema digitale integrato,  in un’ impresa strutturata, integrando e-commerce, usine e B2B, che si rivolge a una community di milioni di persone. Il suo approccio coniuga rigore strategico e cultura organizzativa orientata alle persone. È impegnata nello sviluppo di un modello imprenditoriale inclusivo, attento alla piena valorizzazione delle persone e delle loro competenze in un equilibrio sano tra tempi di lavoro e di vita personale e familiare.

ClioMakeUp è editore pure-digital leader nel settore Beauty in Italia, nato nel 2008 dall’idea creativa  di Clio Zammatteo  e  di Claudio Midolo e cresciuto come piattaforma editoriale e community based online. Oggi è un’azienda integrata che sviluppa, produce e distribuisce contenuti editoriali e  prodotti cosmetici con una forte identità digitale e una community fidelizzata.
Il marchio si distingue per un linguaggio accessibile, inclusivo e orientato alla valorizzazione dell’unicità di ogni persona. Opera principalmente attraverso l’e-commerce e i canali social, costruendo un rapporto diretto con il pubblico, ed è presente anche sulla piattaforma territoriale nei negozi Douglas. Rappresenta uno dei casi più significativi d’imprenditoria digitale femminile nel panorama internazionale contemporaneo.

Equità e giustizia

Vengo da una famiglia molto normale della middle class, lontana dalla mentalità industriale e che guardava commercio e merci con una certa diffidenza.

Mio padre ha lavorato nella pubblica amministrazione, raggiungendo ruoli di dirigenza, sempre mantenendo un profilo tecnico e mai politico. Per intenderci: è arrivato dopo Chiesa al Pio Albergo Trivulzio per sistemare le cose.

Non sento di avere avuto un “maestro” o una “maestra”, ma certamente è stato importante l’equilibrio di mio padre nel ruolo che ha ricoperto. Cosa mi ha trasferito? Non ho mai lavorato con lui e tendenzialmente non portava mai il lavoro a casa, però credo che i valori che mi ha passato, non tanto a parole, ma nei fatti, siano rimasti. Mi abbiano informato. E i valori sono equità e giustizia. Sì, credo che mio padre sia un uomo giusto.

Grande disciplina e amore per la cultura

Mia madre è stata una professoressa di francese alle scuole medie. Con un grande amore per la cultura. Pur provenendo dalla Valtellina ha studiato alla Sorbona, con grande sforzo dei miei nonni, a loro volta maestri alle scuole elementari di paese. Nella mia linea matrilineare c’è indubbiamente questo grande amore per la didattica e per la cultura, insieme al culto per lo studio.

Per contro, tutto ciò che era “commerciale” veniva considerato spurio, in qualche modo “basso”.

Io arrivo da questo background, accompagnata da grande disciplina e severità: bisognava studiare in maniera seria; portare a casa risultati, ma soprattutto competenze.

Un’infinita curiosità

La gestione della mia vita personale è stata perciò molto rigida: non potevo uscire, dovevo studiare. Mio padre, siciliano, aveva una mentalità amorevolmente controllante. Questo ha generato in me un’infinita curiosità. Tutto quello che in adolescenza non ho potuto testare – ciò che non aveva un’evidente finalità didattica era considerato vano o non edificante – l’ho cercato dopo.

Perché lo racconto? Perché credo che dalla mia storia emerga un certo eclettismo.  Frequentavo il liceo classico, i miei professori non capivano perché volevo iscrivermi alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Solo in seguito ho realizzato la ragione di questa scelta: era per me l’unica occasione per uscire, viaggiare, allontanarmi, conoscere il mondo grazie alle lingue moderne.

Durante gli anni dell’università, trascorro un anno in Germania, uno in Austria, uno in Inghilterra. Faccio in modo di vincere tante borse di studio per non restare ferma. A 20 anni esco di casa, per non tornarci più.

Coerenza di intenti e risultati

Ogni percorso di responsabilità comporta difficoltà e opportunità. Le risorse più importanti per me sono sempre state le persone e il lavoro di squadra. Un’impresa è viva se le sue persone si sentono legate da valori condivisi con un leader che di tali valori è l’interprete e il garante.

Essere donna può significare, in alcuni contesti, dover dimostrare con maggiore forza la propria capacità e determinazione, ma non ho mai vissuto questo extra sforzo come un limite. Ho sempre cercato di lavorare con normalità, lasciando che fossero la coerenza di intenti ed i risultati a testimoniare in mio favore nel tempo.

Credo peraltro che la vera sfida non sia il gender, ma la qualità delle relazioni che una donna riesce a creare, la cultura aziendale che favorisce e i contesti organizzativi non discriminanti, neppure in senso opposto, che riesce ad attuare con ampio consenso.

Dopo la laurea con lode, specializzazione in anglistica e germanistica, decido di intraprendere il Dottorato di Ricerca in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Vinco la borsa di studio che mi permette di essere autonoma. Capisco che la dimensione esegetica, l’interpretazione e la ricerca del senso nel testo è ciò che più mi interessa in comunicazione, che sia mediata tradizionalmente (mezzi di comunicazione di massa) o innovativa (new media). Per questo nel periodo del Dottorato – condotto anche all’estero presso il Goldsmiths College di Londra – mi focalizzo sui cultural studies ed in particolare sui popolar music studies, concludendo il percorso con una tesi di Dottorato dal titolo: “Flow of Sounds. Musica, diaspora e riterritorializzazione culturale in Gran Bretagna: il caso del  rap islamico”, in tempi non sospetti. Nella mia tesi datata 2005 parlo già della relazione tra Jihad islamica e hip hop culture.

I new media e l’incontro con Clio

Il mio interesse si concentra sempre più sui media, partendo dai linguaggi e passando per le piattaforme in cui si articolano questi linguaggi, culture, sottoculture, culture antagoniste. Di questo mondo io mi innamoro. Il percorso sembra portarmi dritta alla carriera universitaria, quasi a compimento di una parabola scritta nella storia famigliare e che ha visto una nonna maestra, una mamma laureata, e ora Elena che abbraccia l’accademia.

Poi la svolta. Da un lato, incomincio ad avvertire da parte del mondo universitario una certa limitazione alla mia agency. Sono una persona che se pensa una cosa, poi la vuole realizzare. Ma il contesto accademico non è così lineare: i processi sono spesso farraginosi, complessi, politici e io, che a 30 anni voglio un’accelerazione, mi sento terribilmente frustrata. Contemporaneamente, indirizzata da mio fratello, arriva da me una giovane ragazza, Clio, con una richiesta: “Sto facendo questa cosa su una nuova piattaforma. So che tu studi televisione e internet all’università. Perché non mi aiuti?” Io l’ho guardata e quella stessa sera ho detto a mio fratello: “Ha la grana della star”. Non so perché ho detto questa frase. Credo di averle riconosciuto immediatamente la forza del carisma.

Clio ed io siamo andate subito d’accordo e gradualmente ho incominciato a rispondere ai suoi quesiti, calandomi nella sua vicenda molto pragmaticamente. Siamo nel 2008: Claudio ha 24 anni, lei 26 e stanno vivendo il loro sogno americano a New York. Fuori dall’Italia, Clio incomincia a pubblicare video tutorial su una piattaforma mediamente diffusa nel mondo anglosassone, ma praticamente sconosciuta in Italia: YouTube.

L’eclettismo ritorna: la mattina continuo a collaborare per l’università, ma mi impongo un hard stop alle 14.30, perché a quell’ora, in America, Claudio e Clio si svegliano e dobbiamo incominciare a lavorare insieme.

Una creatura ancora in fasce

Nel giro di un anno Clio viene incoronata da Rizzoli con una monografia di settore “Scuola di trucco della regina del web”. Nel 2009 è già ampiamente riconosciuta come un vero e proprio fenomeno editoriale e culturale.

A noi, scoppia letteralmente in mano il caso mediatico italiano del decennio. Qualcosa c’era già stata con i blog, ma nel nostro Paese nulla con questa potenza di fuoco e con questi numeri.

Mi viene consegnata una creatura ancora in fasce.

Clio non inizia a pubblicare video su YouTube perché vuole diventare famosa: piuttosto, intende condividere quello che apprende durante le lezioni alla prestigiosa Make-up Designory con una community di appassionate della bellezza ante-litteram.

Lei crede fermamente alla missione originale di Internet: mettere a sistema condiviso informazioni per qualcuno rilevanti. Nel suo caso, tecniche del make-up, beauty tips e segreti del mestiere.

In fondo questo è il good karma insito nella nostra vicenda. Non abbiamo mai pensato: “Noi adesso diventeremo imprenditori!”. Clio, fa semplicemente quello per cui diventerà famosa: accende una telecamera e – con un’idea molto semplice ma rivoluzionaria – mette a disposizione competenze che fino a quel momento erano state appannaggio di pochi addetti ai lavori. Tutto questo senza un secondo fine: non perché vuole diventare famosa, ma in pieno spirito di condivisione e confronto, allineato a quello che, a quel tempo, è il mood delle neonate community digitali.

La prima Società

Io passo da un contesto accademico ad un mondo che non riesco nemmeno a spiegare né definire: né mia madre né le banche capivano cosa stessimo facendo. Vero è che questo crea grandi tensioni in famiglia: “Ma tu, con un dottorato di ricerca, vai a fare l’assistente ad una Make Up Artist?”

Ma io mi gioco un’ intuizione – altra caratteristica che poi ho imparato a mettere a sistema – che questo è il corretto corso degli eventi.

Io affianco Clio e incomincio a fare di tutto: divento “assistente” nel vero senso della parola. Dal guardaroba per il suo primo programma televisivo, alla revisione dei contratti, dalla strategia alla prenotazione dell’autista: mi occupo di qualsiasi cosa.

L’azienda incomincia a configurarsi, anche se la struttura arriverà solo nel 2013. Apriamo la nostra prima società, che poi diventerà la capogruppo nel 2020: mio fratello Claudio si occupa principalmente della parte tecnica e tecnologica (oggi lo chiamiamo CTO); Clio si occupa naturalmente di quello che è capace ed ama fare, cioè la parte creativa; e la mia posizione si pone a protezione e tutela della sua libertà artistica. Per quanto bistrattata a certi livelli, ricordo sempre che la figura di Clio come Make-up Artist conserva pur sempre nel nome la parola “artista”. 

L’influencer marketing nel campo Beauty ce lo siamo inventati noi

Così, inconsapevole,  mi ritrovo a dover inventare e costruire non solo strutture e processi, mantenendo un tono umano, ma anche una vera e propria industry. Oggi parliamo di creator economy, ma allora, nel 2009, non esisteva niente.

Quello che io dovevo fare era utilizzare le competenze di Clio, che concretamente passavano attraverso dei video tutorial, e andare dalle aziende per cercare di spiegare loro perché, secondo noi, innestare un prodotto all’interno di un contenuto – se ci si rivolge all’utenza per cui quel contenuto è rilevante – è un’operazione win-win. Oggi questo lo chiamiamo influencer marketing ed è evidente come l’operazione sia vincente per tutti: lo è per il brand; per i creator, che oggi si chiamano anche influencer – (concetto che io personalmente non ho mai amato) e lo è per la community interessata.

Giorgina Gallo – allora AD di L’Oréal, donna davvero pioniera – si innamora di questo progetto e per prima, nel lontano 2009, ci dà fiducia. Da allora noi vantiamo L’Oréal Italia come nostro primo cliente e ci inventiamo di sana pianta quello che oggi si chiama influencer marketing.

Storicamente, l’influencer marketing nel campo Beauty in Italia, ce lo siamo inventati noi.

Una buona dose di eclettismo

Per fare tutto questo ci vuole una buona dose di eclettismo. La grande sfida che ho sostenuto è stata trasformare un’idea editoriale su una piattaforma pressoché sconosciuta in un modello di business che poi – bootstrapping da manuale – ci ha concesso di raccogliere il capitale necessario per creare il nostro Beauty Brand. Perché noi veniamo da famiglie che non hanno grandi disponibilità economiche, e noi non abbiamo avuto nessun aiutino, nessun investitore a supporto. Abbiamo messo noi tutto il capitale per fondare il nostro indie brand che, dati Circana di inizi gennaio 2026, si dice rappresenti il 2% del market share del make-up in Italia.

Per una realtà nata nel 2016 come brand cosmetico, parliamo di un risultato veramente importante. La nostra grande challenge è stata trasformare un’avventura in una venture, dando struttura, ma rispettando il tono personale, empatico e prossimo delle origini.

Il contesto culturale italiano può fortemente condizionare l’ambizione delle donne

Come donna imprenditrice a capo di un’azienda, oggi posso confermare che il contesto culturale in Italia può fortemente condizionare l’ambizione delle donne, soprattutto se creative e in campi non tradizionali.

Qui parlo anche a nome di Clio, perché l’esperienza è mia, ma mi sento di estendere questa riflessione anche a lei: ad un certo punto abbiamo avuto bisogno delle banche che, ovviamente, inizialmente non ci hanno dato nessun aiuto perché, come ho detto prima, non capivano neanche di cosa stessimo parlando. Non capivano quale potesse essere il business attorno a del contenuto online che parlava di make-up. Per questa ragione parlo di “bootstrapping da manuale”. Interessante notare che ClioMakeUp nasce proprio nell’anno della  crisi nera del 2008, quando si vedevano bankers uscire da Lehman Brothers con gli scatoloni in mano.

Tornando in Italia, ai giorni nostri, direi che il contesto culturale italiano vede le donne spesso auto-sabotarsi, non alimentare neppure l’ambizione! Per quanto mi riguarda, l’aver vissuto in ambienti internazionali mi ha esposto a modelli alternativi, facendomi capire che il valore di una persona non deve nemmeno essere misurato in genere, ma in capacità, competenze e, soprattutto, merito.

La prospettiva internazionale

Non è un caso se il primo caso registrato di mega-influencer o di star-influencer del Beauty in Italia  sia quello di una persona – Clio –  che ha seguito la classica parabola della emigrazione dall’Italia all’America.

Clio diventa famosa perché parla da New York. Questo è il paradigma iscritto nelle narrative a cui noi siamo abituati: pensiamo al classico romanzo di formazione, in letteratura, in cinematografia, dove si racconta il sogno americano, l’emancipazione tramite l’abbandono della propria terra e il riscatto di una vita nuova all’estero. Questa dimensione internazionale ha contribuito a sviluppare un immaginario adeguato tale da rendere paradigmatica la vicenda personale di Clio. Il mio consiglio ad una giovane è questo: esci dal tuo confine, dalla provincia, vedi l’Italia, se non riesci a vedere l’Europa! E se puoi, vai a lavorare all’estero perché ti abilita ad un pensiero alternativo.

Gestire il lavoro e la famiglia senza rinunciare a nulla

Io sono cresciuta con l’amore per la famiglia. Ho sempre desiderato incontrare un giorno una persona con la quale avere dei figli. Se tu mi chiedessi qual è per me il mio più grande successo, ti risponderei: avere rispettato la promessa che a suo tempo mi sono fatta. Che la mia bravura sarebbe stata provata solo nel momento in cui io sarei stata in grado di gestire, senza rinunciare a nulla, sia la mia vocazione materna sia quella professionale.

Il mio intimo convincimento era questo: se sei davvero molto brava come pensi di essere, le due cose devono correre parallele. L’una deve procedere senza compromettere l’altra. Questo per me è stato fondamentale. I miei collaboratori lo sanno: ancora oggi se alle 16.30 devo andare a scuola a ritirare la pagella di mio figlio, non esistono meeting, interlocutori importanti.  Questo non perché “devo”, ma perché “voglio” essere parte integrante e sempre presente nella vita dei miei figli.  Sicuramente lavorare in un’impresa costruita a nostra immagine e somiglianza aiuta. Ma qui dentro quello che funziona per me, funziona anche per gli altri.

Lavoriamo con molte consulenti e professionisti che hanno scelto modalità flessibili, spesso per conciliare impegni familiari o personali — una scelta che rispettiamo e valorizziamo indipendentemente dal genere. Io dico sempre loro: a me non interessa se voi il file me lo mandate alle 3 di notte, basta che me lo inviate! Se la mattina o il pomeriggio volete stare con i vostri figli, fate bene.

Concedere spazi di vita generativi

Il modello che io applico è questo, ed io ho la fortuna di avere degli interlocutori – mio fratello e Clio – che capiscono benissimo, perché a loro volta hanno le stesse necessità di vita.

Nel momento in cui tu “blindi” una persona e le sottrai un elemento che per me e credo per molti è vitale, quello generativo, non solo avrai a fianco professionisti o collaboratori meno performanti, ma anche esseri umani meno felici. E  saranno più motivati se potranno fare di più per le persone a cui vogliono bene, e che, si badi, non necessariamente devono essere i figli, può essere l’anziana madre, il fratello disabile, il marito che ha bisogno di un supporto perché è in un momento di depressione o anche semplicemente perché tengono molto alla vita di coppia.

Se tu concedi questo spazio di vita, generativo, perché genera cura, amore, relazioni, avrai al tuo fianco esseri umani più felici e professionisti che si affezionano a te e al tuo progetto; che danno fiducia all’azienda, e che di conseguenza lavorano meglio.

La libertà dei liberi

Ultimamente leggo molto spesso comunicati stampa in cui si snocciolano i risultati economico-finanziari delle aziende e mi chiedo: “Ma a che costo?” Tu mi stai presentando i dati di bilancio, ma io vorrei vedere il bilancio di cura della tua azienda! Quante depressioni hai? Quanti burn out? Per me e per la mia azienda conta anche il “bilancio di cura”, io lo chiamo così.

Qui affrontiamo un concetto molto insidioso, perché questa possibilità dipende sempre dall’interlocutore. Cioè: ci deve essere equilibrio e reciprocità nella relazione. Io sono sempre stata guidata da uno spirito e da una disciplina ferrei. Determinate idee e determinati impianti funzionano solo nel momento in cui entrambe le parti sono sulla stessa lunghezza d’onda, perché approcci come il nostro non hanno vita lunga, non sopravvivono, se dall’altra parte non risuonano: occorre considerare che non tutte le persone condividono questo stesso patto valoriale. Questo modello, secondo me, può potenzialmente fallire, se dall’altra parte ci sono figure che non rispettano il senso di questo spazio di libertà condiviso.

Alla base c’è un principio di libertà e di fiducia reciproca: “Sei libero, e io mi fido di te”. È la libertà dei liberi. La grande sfida in questo momento, per me in azienda, è riuscire a sostenere questo modello nonostante i rilievi  che altri, fuori dall’azienda, abituati a modelli più tradizionali, ci muovono. Così spesso ti senti dire dai consulenti esterni: “Dai troppa fiducia! Di cosa ti lamenti? Sei tu che non controlli…”

Collaborare per assonanza

Da anni stiamo cercando di costruire qualcosa che non esisteva in ClioMakeUp: la cultura aziendale. Ad un certo punto ci siamo fermati e ci siamo detti: “Ora che abbiamo costruito una struttura e abbiamo ben chiara la bussola valoriale che ci guida, non possiamo pretendere che, per via osmotica, questi valori si traferiscano ai nostri collaboratori. Sediamoci e scriviamo.”

Così abbiamo codificato i nostri valori che sono 6: armonia, rispetto, onestà, gentilezza, umiltà e ambizione, sono valori ben ponderati ed elencati in ordine di peso.

Altra grande sfida è riuscire a fondare  sinergie – il che vale anche per partner e stakeholder – su valori: non tanto per convenienza, ma per assonanza. Noi stiamo cercando di arrivare lì attraverso un lungo e complesso lavoro di scouting del personale, per esempo. È nel match valoriale la chiave, non c’è nulla da fare! Quell’allineamento che ti permette di avere fiducia e di esercitare quella libertà reciproca. Quanti ne troviamo? Su 10, solo 1 o 2. È oggettivamente difficile. Devi saper leggere le persone; capire veramente quale è la motivazione profonda che le porta a proporsi alla nostra organizzazione . Ovviamente, ma anche pericolosamente, spesso è il denaro. Io ti do il mio tempo, tu mi paghi! Ma noi cerchiamo di avere una currency diversa,  la fiducia. Ce la stiamo facendo, anche se con grande difficoltà.

Quello che noto è che un modello di leadership orientato alla cura e alla collaborazione fatica a convivere con stili gerarchici e iperindividualisti, soprattutto quando questi ultimi occupano posizioni apicali.

Come dicevo, io non ho mai sacrificato il mio tempo familiare per il lavoro. Me lo sono dato come un non-negotiable. Se non sei capace, lascia perdere. Conosco molti dirigenti. Molto spesso lavorano fino a tardi, non si danno tregua, sempre a 1000. Ti dico che se io avessi lavorato ogni giorno, dal 2008, fino a tardi, spesso durante il week end, probabilmente – e banalizzo –  oggi fatturerei molto di più. Ne sono sicura. Ma un modello basato sull’overwork e sull’assenza di confini produce certi risultati economici nel breve termine, ma a costi umani e organizzativi che raramente vengono contabilizzati. Che poi, a ben vedere, se ha determinati modi: aggressivi, individualisti, iperperformanti, sterili, non può essere neppure definito leader, secondo me.

Il senso della Certificazione di Genere per noi

Nel 2025 abbiamo conseguito la UNIPdR:2022 DE&I 125. Per noi è uno statement, un impegno, dove “equità” significa stesse chances per tutti e “inclusion” è quella inclusività che noi abbiamo vissuto nelle prime fasi della nostra esperienza con Clio che accende la telecamera e, nel mostrare anche i suoi difetti, si fa portavoce di tutte quelle persone che fino a quel momento erano state escluse dalla narrativa dominante sull’idea di bellezza. Tanto è vero che lei diventa una delle prime rappresentanti della body positivity. Ora, mi rendo conto che nel mondo ci sono problemi ben più gravi, ma Clio ha dato voce ad un’esigenza principalmente femminile, che va ben oltre tematiche meramente estetiche, ma tocca corde identitarie e di rappresentazione del sé. La certificazione non è una medaglia, ma un impegno. Quello che a me entusiasma  di questa iniziativa, è che oggi ClioMakeUp, piccolo gioiellino della beauty industry italiana, afferma che la certificazione DE&I è rilevante. E se lo facciamo noi che veniamo percepiti come piccoli, ma all’avanguardia, lo farà anche qualcun altro.

Tra l’altro, abbiamo ottenuto un voto molto alto, e dunque quest’anno sarà impegnativo mantenere il livello. I valori di Diversity, Equity and Inclusion ci hanno sempre guidati nella nostra storia e cerchiamo di tradurli concretamente ogni giorno. Come?

Nel nostro piccolo abbiamo introdotto un piano di welfare insieme alla nostra

responsabile delle risorse umane. Per inciso ci abbiamo messo un anno e mezzo a trovarla, perché io non volevo un classico profilo HR, ma una persona che per formazione sapesse ascoltare. Adottiamo policy strutturate per promuovere la piena valorizzazione dei dipendenti, collaboratori e collaboratrici. Per esempio, monitoriamo l’equità retributiva, adottiamo misure di flessibilità e strumenti di welfare a supporto della genitorialità, come smart working, part time, flexible benefit, polizze sanitarie integrative. La certificazione per la parità di genere ci ha  sicuramente portato a rafforzare il nostro impegno, introducendo KPI e obiettivi misurabili.  I dati vengono raccolti con sistematicità. Quindi, noi abbiamo, da un lato, un approccio empatico, dall’altro, un approccio quali-quantitativo di raccolta del dato. In ClioMakeUp le prime linee sono occupate da figure femminili che contribuiscono attivamente ai processi decisionali e alla costruzione della cultura organizzativa. L’ottenimento della Certificazione ha consolidato questo percorso perché ci ha concesso di generare policy strutturate e misurabili da quelle che prima erano idee: prima erano cose belle, oggi le abbiamo messe a sistema.

Inoltre, facciamo periodicamente l’analisi del clima aziendale, che è uno strumento chiave di ascolto e miglioramento. Infine, la formazione sulla parità che facciamo ha sicuramente reso tutti più consapevoli sui temi di inclusione e pari opportunità.

Insegnare a diventare founder

Da quando è nato il digitale incominciamo a vedere sempre più spesso founder donna. Secondo me bisognerebbe invitare i policy maker a guardare con più rispetto e lungimiranza a determinate professioni che rispondono meglio a modelli di vita e di lavoro flessibili, ancora oggi distribuiti in modo diseguale tra i generi. Penso alle ragazze che trasformano un account TikTok in un business, oppure donne che reinventano la loro carriera dopo una maternità che il sistema spesso trasforma in discontinuità professionale, e che scelgono di costruire un percorso autonomo.

Pochissimi incentivi per le PMI che assumono o abilitano al lavoro determinate categorie. Esistono condizioni che riguardano milioni di lavoratrici — come la menopausa — che restano invisibili nelle politiche del lavoro, pur avendo un impatto diretto sulla produttività e sul benessere. Ho letto un dato sulla menopausa: in Italia ci sono 17 milioni di donne in questa condizione. Ma non se ne sente mai parlare. Molte di loro sono donne lavoratrici. Un lavoro sistemico sulla condizione femminile è necessario. Poi ci sono leve già ben note: l’accesso facilitato al credito, la flessibilità fiscale nei primi anni di attività, gli incentivi per chi, come noi, cerca di investire in formazione e benessere del team, una fiscalità più equa per noi piccoli, semplificazioni burocratiche.

Infine, il tema della cultura. In Italia siamo ancora lontani, in università e nelle scuole dovrebbero formare tutte le persone — e in particolare le ragazze, ancora oggi sottorappresentate — alla cultura imprenditoriale, non solo al lavoro dipendente.

Mia figlia frequenta il liceo classico e ha detto che vuole fare politica. Tutti ridono, io no. Sto cercando di abilitarla. Perché se il suo sogno è davvero quello di raggiungere una posizione di rappresentanza – e non di potere, dove il potere, semmai non è sostantivo, ma un verbo – allora io come genitore faccio di tutto perché mia figlia possa realizzarlo.

Maria Chiara Barabino

Stefania Brancaccio

Francesca Failoni

Sabrina Florio

Elena Goitini

Aurora Maggio

Elena Dominique Midolo

Lella Miccolis

Ketty Panni

Valentina Pellegrini

Evelyn Isabel Pereira

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Stefania Rinaldi

Alessandra Tore

Laura Venturini