Stefania

Rinaldi

Stefania Rinaldi è imprenditrice e presidente di Rinaldi Group, azienda italiana attiva nel settore dei sistemi per il riposo. Rappresenta la seconda generazione della famiglia fondatrice, e guida l’impresa insieme ai due fratelli, contribuendo allo sviluppo delle strategie di innovazione, ricerca sui materiali e posizionamento internazionale. Nel suo lavoro, pone particolare attenzione al legame tra ricerca e innovazione, sostenibilità dei processi produttivi, benessere dei collaboratori e delle loro famglie, rapporto contributivo con il territorio di origine. E’ impegnata in ambito associativo e in diversi tavoli di settore a promozione del Made in Italy.

Rinaldi Group è una wellness tech company, Società Benefit e PMI innovativa italiana con sede in provincia di Salerno specializzata nella progettazione e produzione di sistemi per il riposo e il wellbeing. L’azienda unisce tradizione manifatturiera e ricerca tecnologica sui materiali, sviluppando brevetti propri e soluzioni ergonomiche orientate al benessere e alla qualità del sonno. Negli anni ha ampliato la propria presenza nei mercati internazionali e nei settori residenziale e hospitality, investendo in innovazione, sostenibilità e collaborazione con centri di ricerca e università.

La nostra storia

Mio padre ha avviato l’attività nel 1965 in società con altri. Nel 1984 ha deciso di aprire una ditta individuale; poi, nel 1993, siamo entrati anche noi figli nella compagine societaria trasfornata in società in nome collettivo. Nel 2001 siamo diventati SRL e nel 2022 PMI Innovativa. Un’altra data importante è il 2011, anno in cui mio padre ha donato le sue quote alla seconda generazione.

Oggi io sono il CEO dell’azienda. Mio fratello Piero si occupa di produzione e acquisti, mentre mio fratello Dino segue la parte commerciale, in Italia e all’estero. Questo è la nostra storia in breve. Abbiamo un CDA a cinque membri di cui uno esterno e un altro indipendente. Il collegio sindacale è formato da tre membri. L’azienda si rivolge alla RSM per la certificazione del bilancio.

Mia madre mi avrebbe voluta insegnante

Il mio è un percorso un po’ strano e lo voglio raccontare. Mia madre avrebbe voluto che mi dedicassi all’insegnamento. Lo riteneva un ruolo più consono alla gestione della famiglia, considerando che io ho una famiglia e due figli. Solo che io ho sempre amato il lavoro in azienda e già dalle scuole medie avevo deciso che mi sarei laureata con l’obiettivo di entrare nell’impresa. Dopo la laurea in economia e commercio, ho preso anche l’abilitazione di dottore commercialista, ma alla fine ho deciso di stare in azienda. È questo l’ambiente in cui ho sempre vissuto. È l’ambito della famiglia.

Mio padre ci ha sempre coinvolto in questo suo percorso imprenditoriale. È normale che poi ti entri dentro e diventi parte di te. È un fatto. È un legame che non si può spiegare. O c’è o non c’è.

Imprenditrici si diventa

È vero che imprenditori a volte si nasce, però penso che anche lo si diventi. Io ho creato il mio percorso. Ho sempre seguito corsi di formazione e mi sono arricchita grazie al confronto con i colleghi. Da tempo sono attiva in Confindustria con diversi ruoli istituzionali. Sono stata presidente del Comitato femminile di Confindustria Salerno e al momento ho la delega all’internazionalizzazione e al Made in Italy. Tutto questo ha significato un aggiornamento continuo a livello personale che poi trasferisco all’interno dell’azienda. La passione imprenditoriale mi ha sempre contraddistinto e mi porta ad occuparmi di varie iniziative anche all’esterno dell’azienda, come ad esempio la Salerno Design Week. Ciò mi consente di restare aggiornata e di portare innovazione nella mia azienda.

Come donna sono stata fortunata

Come donna sono stata fortunata. Da questo punto di vista, ho avuto un padre visionario. Il nostro rapporto è stato sempre eccezionale. Lui non mi ha mai fatto sentire una donna, nel senso che, nella nostra storia di famiglia, ha sempre avuto importanza il ruolo e soprattutto le competenze delle persone, non il genere. Diversamente da me, i miei fratelli non si sono voluti laureare e questo poi ha fatto sì  che guidassi io l’azienda. In realtà lo facciamo sempre insieme, in armonia. Questo è fondamentale: senza di loro io non sarei niente. Ma credo che sia vero anche il contrario.

Una storia ricca di valori da raccontare

Oggi l’azienda ha sessant’anni di storia. Esportiamo in 30 Paesi nel mondo e vantiamo una collaborazione costante con il Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università degli Studi di Salerno. In azienda l’area Research and Development è gestita da me. Siamo riusciti sviluppare e fare nostri alcuni brevetti e a trasferirli sul brand Rinaldi. Si tratta di un know-how importante che ci viene riconosciuto anche a livello internazionale grazie a questa continua attività di ricerca. Abbiamo partecipato a cinque congressi mondiali sul comfort e l’ergonomia del riposo e in questo momento abbiamo una partnership molto importante sul mercato cinese. Lì stiamo aprendo dei punti vendita proprio sul brand Rinaldi. Per i cinesi il Made in Italy è importante e noi abbiamo una storia ricca di valori e di esperienze da raccontare. Abbiamo anche varie certificazioni che confermano che i nostri prodotti sono 100% Made in Italy.

Come donne, dobbiamo sempre metterci qualcosa in più

Non è stato facile come donna accompagnare questo sviluppo. Lo sappiamo: noi donne dobbiamo sempre mettere qualcosa in più sul tavolo rispetto ai maschi, ma, personalmente, io le sfide le amo. L’innovazione e la ricerca sono il mio pane quotidiano, quindi raccolgo sempre le nuove challenges professionali che si presentano sul nostro percorso. Essere referente nazionale del gruppo Sistemi per dormire in Federlegno Arredo mi ha consentito di partecipare a diversi  tavoli di lavoro in un momento in cui il nostro settore sta affrontando questioni importanti, come la sostenibilità.

Vedo tante donne con tante competenze e passione

Oggi essere imprenditori richiede una formazione continua, altrimenti non è possibile fare impresa. Le sfide che dobbiamo affrontare sono complesse – la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale – e questo vale per entrambi, uomini e donne.  Nei miei ruoli in Confindustria incontro tante donne. Molte sono competenti e appassionate; hanno ben compreso qual è lo scenario in cui dobbiamo operare e hano fatto proprio questo orizzonte quotidiano con energia e curiosità. Altre, invece, subiscono un po’ il sistema, forse perché non hanno un carattere forte e un’autostima robusta. Perché la donna spesso deve svolgere anche il ruolo di mamma che, rispetto a quello del papà, è un po’ più centrale. Per questa ragione, molte volte la donna rinuncia al suo percorso individuale a vantaggio dell’equilibrio familiare e questo comporta che, non potendo studiare, aggiornarsi, acquisire quegli skills personali e professionali necessari per sedersi ai tavoli che contano, si sceglie di sacrificare il proprio percorso professionale a vantaggio della famiglia e accettando ruoli meno significativi. Quando poi si vuole svolgere un ruolo apicale, lì diventa ancora più difficile. Si incontra il famoso “glass ceiling” che conosciamo tutti e che purtroppo non si riesce a scardinare. Perché – lo sappiamo bene – per assumersi la responsaibilità di posizioni elevate la dedizione deve essere totale.

Scegliersi il compagno giusto

Questa cosa mal si concilia con la gestione della famiglia. Come coppia, mio marito ed io abbiamo scelto di creare una famiglia e di avere dei figli. Io ho cercato di raggiungere un equilibrio tra vita familiare e vita lavorativa, ma ho avuto anche un compagno che mi è stato sempre molto al fianco. Insieme, abbiamo costruito il nostro progetto familiare, nel rispetto reciproco dei ruoli professionali. Questo è importante! È fondamentale scegliersi il compagno giusto, che rispetta la tua professionalità e ti rispetta come donna, moglie e madre. Da questo punto di vista, sono stata fortunata perché ho un compagno che riconosce i diversi ruoli. Insieme abbiamo creato un rapporto di stima e di rispetto reciproco, e cercato un equilibrio tra le diverse dimensioni.

Molte donne hanno rinunciato

Oggi i miei figli sono grandi. Stanno studiando all’estero, rientrando in quella percentuale di giovani che ha deciso per il momento di lasciare il territorio e di fare esperienze fuori dal Paese. Sperando che poi rientrino! L’obiettivo dovrebbe essere quello: cercare ciascuno il proprio percorso, sia personale che professionale. Debbo dire, invece, che molte donne intorno a me hanno rinunciato. Non a lavorare, ma alla propria crescita professionale. Io penso che queste scelte siano molto legate all’autostima: se si ha una sufficiente autostima, se si hanno le idee chiare di dove si vuole andare, insieme ad un po’ di ambizione personale, niente è impossibile.

Autostima, ambizione e spirito di sacrificio

Nella mia azienda ho collaboratrici che hanno studiato anche la notte per prendersi due lauree!  Quando si ha la volontà e l’ambizione di migliorare, si può fare, anche a costo di sacrifici. Quando parlo di ambizione, non mi riferisco al desiderio sterile di diventare qualcuno, ma di essere soddisfatti di sé stessi; di sentirsi utili ad una causa; di partecipare allo sviluppo del territorio. Cioè, di avere a cuore la propria crescita e quella degli altri. Soprattutto, se si vuole gestire un’azienda, qualcosa la si deve comunicare, altrimenti la leadership non la si può esercitare.

Assecondare le scelte familiari e garantire la meritocrazia

Oggi in azienda siamo circa 70, di cui il 35% è formato da donne. Per fortuna tutte sono diventate madri e ad un’età “giusta”, se posso dire così. Noi siamo a Giffoni, un paese vicino a Salerno, che conta circa 12.000 abitanti. Devo dire che siamo fortunati: qui la famiglia ha ancora un valore. Anche se le difficoltà non sono poche, tutte le nostre collaboratrici hanno potuto crearsi una famiglia, avere figli e la possibilità di godere di tutti i benefici previsti a supporto di questa scelta, sia di quelli previsti a livello nazionale sia a livello aziendale. Come azienda, noi siamo sempre vicini alle famiglie: siamo noi una famiglia! Sia gli uomini che le donne chiedono permessi e ferie a supporto della famiglia e noi siamo ben contenti di accogliere queste richieste, anche a sostegno della motivazione dei collaboratori, fattore fondamentale per essere poi efficienti come impresa. In generale, cerchiamo di essere al fianco dei nostri collaboratori e di supportarli nelle loro decisioni. Ad esempio, assecondiamo le richieste da parte delle nostre collaboratrici circa i periodi di assenza dal lavoro, garantendo loro tutto il tempo che richiedono. Ci sono stati casi in cui le mamme sono state assenti dal lavoro per più di un anno.

Un secondo aspetto che voglio sottolineare è il valore della meritocrazia che guida le nostre scelte relative al personale. Diamo molto spazio alle competenze, al di là del genere: se una donna vuole crescere e riesce a crearsi un percorso interno, avrà gli stessi diritti di accesso di un uomo ad un nuovo ruolo. La prevalenza del genere femminile è negli uffici, perché riscontriamo che le donne in questi ruoli sono più precise e più organizzate, ma non mancano anche donne venditrici ed export manager.

I servizi a supporto della famiglia sono determinanti

Che l’Italia sia in ritardo sulle politiche sociali ce lo siamo detti tante volte. A livello europeo si è investito molto a partire dagli anni Sessanta, Settanta, mentre da noi no.
L’assistenza alla famiglia e i servizi a suo supporto sono determinanti per pensare al ruolo della donna nel mondo del lavoro e dell’impresa.

Salerno è un po’ un fiore agli all’occhiello, grazie alla classe politica che ha voluto e istituito scuole materne e asili nido pubblici con tanta dedizione in questa città. Comunque, da noi funziona ancora la rete famigliare: se si hanno dei genitori abbastanza giovani da svolgere questo ruolo, ci si appoggia facilmente a loro, e questo, secondo me, non è giusto. I servizi sociali sono determinanti. Io penso che ogni azienda dovrebbe avere il suo asilo nido a supporto dei propri collaboratori. Nelle aree industriali, ad esempio, dovrebbero essere previsti asili nido per permettere alle famiglie – quindi sia all’uomo che alla donna – di essere tranquilli. Il tema del Work-Life balance non riguarda solo il genere femminile, ma la famiglia nella sua totalità!

Il ruolo del contesto

Per la creazione di determinate infrastrutture è intervenuto il PNRR, ma, a mio avviso, si dovrebbero stanziare maggiori fondi a supporto delle famiglie. Ad esempio, investendo nella scuola a tempo pieno. La nostra sede è situata a Giffoni Valle Piana. Fortunatamente, la nostra scuola è una eccellenza e garantisce il tempo pieno, con diverse attività e percorsi in lingua, perché siamo cittadini europei.

Il territorio è una componente importante. Nel quadro della mia delega per il Made in Italy sono membro del comitato scientifico  – composto dalla presidente del gruppo Design tessile sistema casa e da una docente di marketing dell’Università del Sannio incaricato di organizzare la nuova edizione della Salerno Design Week, evento che si propone proprio questo obiettivo: riqualificare e rigenerare i territori ridando spazi e servizi ai cittadini. La nostra è una città che vive sul mare e siamo abituati al bello. Per questo è importante che il bello sia accompagnato da servizi che creano benessere e vivibilità dei territori e un’elevata qualità della vita. Come? Garantendo servizi efficienti: ad esempio, la piena valorizzazione dei parchi pubblici urbani.

Il ruolo sociale delle imprenditrici

Questa idea di bellezza e di qualità che si realizza nel nostro Italian life-style, per il quale come Paese siamo invidiati, noi imprenditori la proponiamo attraverso circa 900 differenziazioni di prodotto che esportiamo in tutto il mondo.  Siamo i primi a livello mondiale e di questo dobbiamo essere orgogliosi, ma anche ambiziosi, per creare sempre nuove opportunità di sviluppo nei territori, a livello sociale. Questo significa che noi, donne imprenditrici, oltre ad essere mogli e mamme, abbiamo anche un importantissimo ruolo sociale.

La spinta si è esaurita

Penso sia necessario avere la voglia di migliorare la qualità della vita comune dando un contributo, non solo pretendendo dagli altri. Anche se sappiamo che questo desiderio non è per tutti uguale. Lo vediamo già nei bambini: c’è chi ha già una spinta in avanti; altri, invece, si accontentano. Ci sono attitudini personali, ma molto è influenzato dall’ambiente familiare. Anche l’appartenenza alle diverse generazioni conta. Chi è cresciuto nel Secondo Dopoguerra, ha visto l’Italia ricostruirsi. C’era una visione. Il Paese ha avuto luminari, personalità grandi che con il loro genio hanno permesso alle generazioni seguenti di vivere un periodo molto florido.

Da tempo quella spinta si è esaurita e noi scontiamo tutto questo. I nostri figli, i miei figli, hanno vissuto un periodo dove il desiderio ha avuto un peso fino ad un certo punto, e l’idea di sacrificio si è spenta. Qusto momento storico, secondo me, non fa uscire quell’ambizione, quella voglia di migliorarsi, se non è insita nel carattere di una persona. Forse perché la nostra generazione ai figli ha voluto dare tutto. Il non avere nulla, il doversi costruire tutto ha acceso l’ambizione delle generazioni che ci hanno preceduto. In fondo, i nostri figli non hanno mai desiderato veramente nulla; vivono già nell’agio, e questo fa la differenza.

La crisi della famiglia

Oltre a questo, i percorsi dei giovani sono segnati da una crisi di valori, ed in particolare dalla crisi della famiglia. Il fatto che la donna oggi sia più presente sul mondo del lavoro e non più così presente in famiglia, è un fatto che incide sulle traiettorie di crescita del singolo individuo, anche a livello di competenze. Perché all’interno della famiglia, si ha meno tempo da dedicare ai figli, che vengono lasciati soli a sé stessi. Non possiamo nasconderci che questo avviene anche a seguito di separazioni e divorzi. A volte ascolto docenti che lamentano una poca voglia da parte degli studenti di approfondire e di crescere. A mio avviso, questo è da ricollegarsi all’assenza dei genitori e di un supporto a livello sociale e di servizi.

Certamente restano ampie lacune nei percorsi formativi, per cui molti studenti arrivano alle superiori senza competenze adeguate. Come potranno affrontare l’università?

Negli anni passati, io sono stata presente nel percorso dei miei figli e mi sono assicurata che ogni giorno studiassero per raggiungere determinati livelli. Questo è un impegno che, a mio avviso, non può essere delegato a persone esterne alla famiglia. A me pare che anche questo sia un segnale di una crisi più ampia, mentre si dà troppo spazio a cose futili, perdendo di vista ciò che conta, e si ovatta il mondo per i figli. O, almeno, si dà loro questa convinzione del mondo, sbagliando, perché il conto alla fine viene presentato, se un figlio non capisce che si cresce solo con il proprio sacrificio personale. C’è proprio una crisi valoriale e poi, a cascata, vediamo le conseguenze.

Maria Chiara Barabino

Stefania Brancaccio

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Elena Dominique Midolo

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Stefania Rinaldi

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Laura Venturini