Evelyn Isabel
Pereira
è un’imprenditrice di origine peruviana, Presidente di CNA World, fondatrice e CEO di Takeve e Presidente di PLASE. Dopo esperienze internazionali di impegno sociale, oggi porta avanti un ecosistema di iniziative tra logistica urbana sostenibile, food e non profit, mettendo al centro formazione, inclusione, accompagnamento all’intrapresa e valorizzazione dei talenti femminili.
Takeve è nata come startup italiana nel food delivery con un modello imprenditoriale etico, sostenibile e ad alto impatto sociale. Fondata a Roma con l’idea di creare una piattaforma di consegne gestita da donne riders. Oggi il progetto si è evoluto in una piattaforma di last mile delivery sostenibile, orientata anche al supporto di micro e piccole imprese del territorio, mantenendo la sua missione di aprire alle donne il settore della delivery e della logistica, offrendo opportunità lavorative eque e sostenibili a lavoratrici di diverse età e background.
Il mio background
Sono originaria del Perù. A 16 anni ho incominciato a lavorare con le comunità rurali, con giovani e donne, in particolare, in una logica di rigenerazione, per creare nuovo sviluppo e opportunità di impresa, migliorando i collegamenti e gli accessi al mercato. Dapprima ho operato come volontaria per poi in ruoli istituzionali.
Questo è il mio background, una visione e una passione poi diventata professione.
Poi mi hanno “rapita” per venire in Italia. Scherzo, ho costruito una bellissima famiglia in questo Paese e oggi ho due meravigliosi bambini! Nonostante la mia bisnonna italiana sia emigrata lei in Perù tantissimi anni fa e avendo anche una bisnonna giapponese, ho deciso di restare e mettere le radici di una nuova generazione in Italia.
Intrapresa e ruoli istituzionali
Quando sono arrivata tutto era nuovo per me. La conoscenza del contesto e delle sue normative è stata parte di un processo di integrazione. Oggi porto avanti una mia impresa nel settore della logistica. Opero anche nel food attraverso progettualità ad impatto sociale e sviluppo, insieme al mio catering sociale ed alla mia organizzazione non profit, percorsi di formazione e accompagnamento rivolti a donne, migranti, professionisti, giovani e nuove realtà imprenditoriali.
In parallelo, ricopro il ruolo di Presidente di CNA World Roma e Lazio. La CNA è una organizzazione di rappresentanza del tessuto imprenditoriale italiano che riunisce più di 600.000 aziende in Italia. Io mi occupo delle comunità internazionali, di integrazione socioeconomica, delle proposte di policy per migliorare il welfare sociale dei residenti nati all’estero, dello sviluppo delle imprese attraverso la formazione di nuove competenze, della valorizzazione dei canali che abbiamo all’estero per promuovere l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Avendo anche tanti contatti con ambasciate, enti bilaterali e multilaterali, sosteniamo le nostre piccole e medie imprese nello sfatare il mito che solo le medie e le grandi aziende possono esportare.
Un progetto imprenditoriale a favore delle donne
Ho deciso di avviare un’attività imprenditoriale allo scoppiare della pandemia. La mia seconda figlia era appena nata. Ho visto quello che la crisi stava causando alle imprese: in un solo anno abbiamo bruciato otto anni di progressi! L’impatto maggiore è stato sull’occupazione femminile: più di 300.000 donne hanno perso il lavoro in quel periodo.
Sulla base di un’analisi molto concreta del settore, ho pensato di collegare il food delivery, settore in crescita esponenziale, al problema della disoccupazione femminile. Mi sono chiesta: “Perché non ci sono tante donne che lavorano in questo settore?” Parliamo di un settore abbastanza precario, con pochissime tutele e con una flessibilità mascherata. Ho capito perché le donne non facevano questo tipo di lavoro: chi è attivo in questo settore vive in una condizione di grande insicurezza. Per questo ho deciso di creare un modello diverso, un modello che poteva essere adatto alle donne intenzionate ad entrare nel mondo della logistica, cogliendone i vantaggi. Avevo però anche molti dubbi: “Perché nessuno ci ha mai pensato? Forse non è un’ottima idea! Forse non ci sono neppure donne che vogliono intraprendere questo lavoro!”
Un nuovo modello di business nel campo del food delivery
Il mio modello di business prevedeva una forte componente di sostenibilità ambientale e sociale. Anzitutto era destinato alle donne, poi prevedeva l’utilizzo di biciclette elettriche e contratti regolari di assunzione. Era una proposta unica in Italia e nel mondo, perché le piattaforme di delivery solitamente lavorano con lavoratori “autonomi”, ma che alla fine sono “dipendenti” a livello di potere contrattuale, con guadagni bassissimi.
Con il mio progetto imprenditoriale – a cui ho dato il nome di TAKEVE – volevo promuovere le donne, tutte le donne, italiane e straniere che fossero, aprendo loro il mondo della delivery.
Quando ho messo l’annuncio per la ricerca di personale non ero molto fiduciosa di ricevere un riscontro. Invece, ho ricevuto più di 150 candidature. Ovviamente, non potevo permettermi di assumere tutte quante le candidate! Così abbiamo fatto una prima selezione che mi ha confermato quanto un modello basato sull’inclusione e sulla sostenibilità poteva effettivamente essere una formula interessante per le lavoratrici. Non solo: poteva portare alla creazione di un’impresa sostenibile nel tempo e anche solida a livello organizzativo e economico.
Non sono mancate le difficoltà
Naturalmente non sono mancate le difficoltà. Un primo problema è stato l’accesso ai finanziamenti. Il processo di ottenimento delle risorse economiche è stato molto, molto lento. Quando siamo partite avevamo tutta la stampa che promuoveva questo progetto innovativo: il primo food delivery al femminile al mondo, la prima azienda di donne nella logistica! Ci sono stati articoli e interviste, fino al riconoscimento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Festa della Donna, l’8 marzo. Eppure, nonostante queste menzioni, dall’altra parte c’era l’ente a cui abbiamo fatto domanda per finanziare l’aumento della flotta di mezzi. Volevamo essere più efficaci e più competitive come impresa, anche perché, agli inizi, non riuscivamo a raggiungere tutte le zone di Roma, città enorme e complessa. In seguito, abbiamo fatto un test a Milano, ed è stata un’esperienza bellissima a livello urbano, ma allora dovevamo partire da Roma.
Purtroppo, la burocrazia l’abbiamo sentita anche noi. Confermiamo anche dal punto di vista di una donna migrante, quello che le donne nate in Italia raccontano: esiste una burocrazia che blocca l’intrapresa. Anche noi siamo state stoppate. Solo dopo due anni ci hanno ammesso al finanziamento. E due anni sono tanti, troppi: perché, intanto, il mercato era cambiato e i competitor si erano fatti anche più forti di prima. Non so se questa sia l’esperienza di ogni nuova impresa, o di chi vuole promuovere l’occupazione femminile.
Il mio impegno nel No Profit: la piattaforma PLASE
In questa attesa, mi sono però divertita a sviluppare altri progetti di cui sono ugualmente appassionata. Tra questi, la Non profit PLASE, Platform for Sustainability and Equality, nata come piattaforma di progettazione e attivazione di percorsi che intrecciano sostenibilità, formazione, inclusione, partenariati e sviluppo territoriale. Al suo interno convivono iniziative rivolte a imprese, istituzioni, giovani, professionisti e comunità internazionali. Una delle linee più forti è Food4Rise, con Ninakilla, come percorso dedicato soprattutto alla valorizzazione delle competenze di donne migranti e rifugiate nel settore food, con un’evoluzione che oggi guarda anche ad altri ambiti, come il tessile. In questo ecosistema, la formazione resta la leva centrale. Il progetto Ninakilla è stato lanciato in occasione del World Food Forum 2023 ed è stato selezionato in quel contesto, che ha rappresentato un importante momento di visibilità e riconoscimento.
Non tutti migrano con un piano: non sanno dove andare a lavorare, dove studiare, dove vivere. Moltissime persone lasciano il loro Paese a causa di emergenze serie e necessarie e si trovano a dover sopravvivere con lavori onorevoli ma di bassa remunerazione, poiché facilmente non conoscono la lingua, la normativa del nuovo Paese, i diritti del lavoratore. Sono persone più esposte allo sfruttamento e alla possibilità di essere sottopagate. Una serie di circostanze che, alla fine, li imprigiona. Magari hanno delle passioni o delle potenzialità che potrebbero sviluppare, contribuendo al miglioramento di loro stessi, della situazione economica delle loro famiglie, ma anche dello sviluppo della società che li accoglie. Perché chi applica le sue passioni a livello professionale fa crescere anche il tessuto sociale e imprenditoriale in cui si inserisce. Tuttavia, se i migranti non possono permettersi di sviluppare le loro passioni, accade il contrario. Proprio per evitare questo, abbiamo creato questo programma.
Il cibo come ponte di integrazione
Molte donne che sono entrate nei nostri programmi sapevano già cucinare molto bene: spesso mancava semplicemente il canale giusto per far emergere quel talento. Attraverso Food4Rise Ninakilla e poi il catering Nina Sisters, quel potenziale ha trovato uno spazio concreto di formazione, visibilità e lavoro. Alcune di loro hanno poi partecipato a eventi per FAO, ambasciate, Eataly e altri contesti istituzionali e pubblici, e perfino privati con cene a domicilio. Abbiamo partecipato come ristorante pop-up a Eataly. Nella diversità abbiamo trovato una risorsa fondamentale di sviluppo.
Questo programma sta andando avanti. Abbiamo formato donne a Roma, Firenze, Milano. Abbiamo anche scritto un libro “Peruvian Roots” con chef donne del Perù e italiane, tra cui la chef stellata Cristina Bowerman e la chef Eleonora Riso, vincitrice di Masterchef, allo scopo di valorizzare il ruolo della donna nel mondo dell’Agrifood Systems. Il cibo diventa un ponte di rigenerazione e, in questo senso, trasforma la vita delle persone e unisce le culture. Noi crediamo molto che il cibo possa creare un impatto importante a livello di rigenerazione territoriale e sostenibilità rigenerativa. Si tratta di avviare economie circolari e rigenerare le risorse del territorio. Oggi questa visione si amplia ulteriormente anche con Food4Rights, che sto portando avanti con il mio Rotary Club e con il supporto del Distretto 2080. Il progetto riprende e rafforza il format sviluppato con PLASE, mettendo al centro 40 donne migranti, rifugiate e anche donne con vissuti di violenza provenienti da 23 paesi, in collaborazione con realtà come Telefono Rosa. Anche qui il food è ancora una leva importante di diritti, formazione, autonomia economica e reinserimento. Tra i miei progetti c’è un filo comune molto chiaro, in entrambi i casi si cerca di dare valore all’impegno, alle competenze e ai talenti femminili, trasformandoli in occasioni reali di integrazione, lavoro e crescita. Cambia il settore – logistica o food – ma resta la stessa visione: creare ponti concreti perché le donne possano emergere, professionalizzarsi e generare valore per il territorio.
Formazione, equità e sostenibilità
Ritornando a TAKEVE, ci siamo focalizzati sulla formazione grazie ai finanziamenti ricevuti, per avviare una rigenerazione dal Food Delivery al Last Mile Delivery. Abbiamo formato circa 40 donne lungo questo percorso, molte delle quali oggi operano in aziende della logistica e stiamo lavorando con nuovi gruppi sul tema dell’ultimo miglio sostenibile, anche attraverso l’idea di micro-hub di supporto ai piccoli commercianti.
Le donne che formiamo sono sia italiane che straniere. La nostra piattaforma funge da hub per le microimprese femminili. Abbiamo scelto questa via per scalare di più.
Non avendo un fondo alle spalle, non essendo l’Amazon del just-eat, non possiamo crescere velocemente. I nostri passi saranno sempre soggetti a finanziamenti. Invece, con questo modello, diamo la piattaforma, il know-how, la formazione e alla donna anche il mezzo sia a noleggio, sia di proprietà, se lo paga lo sponsor. A loro volta, queste donne possono poi creare anche una nuova flotta, con altre donne e altri due mezzi. Assomiglia al modello Uber, per capirci, dove il nostro obiettivo è di mantenere sostenibilità ed equità, evitando di costringere le persone a farsi la guerra per prendere la consegna o andare contromano per arrivare prima poiché il guadagno è in base a ciò che consegnano.
Lo sguardo è territoriale: una donna ha un suo territorio e può gestire la sua flotta, crescendo a livello di rete. Un’altra differenza rispetto alle realtà del mondo delivery: noi non lasciamo alle donne una percentuale o garantiamo una fee minima. Accade il contrario: lasceranno loro una percentuale alla piattaforma per coprire i costi vivi dei software che restano nostri.
Una interessante accelerazione, ma ancora frenata da tanti stereotipi
Dalla mia esperienza e dal mio osservatorio, vedo per la donna migrante una triplice difficoltà. Rispetto alla donna italiana, la donna migrante deve essere credibile anche nel lavoro, e, se vuole fare impresa, deve dimostrare di essere affidabile come leader. Ci sono ancora molti stereotipi che incastrano la donna straniera sempre in ruoli più operativi che manageriale. Su questo punto che piano piano ci si sta battendo, anche con la presenza di donne nei ruoli specifici e nelle imprese.
Una fonte interessante di quanto accade è IDOS. Ogni anno viene redatto un rapporto che fotografa lo sviluppo dell’imprenditoria straniera, femminile, ma non solo. Nell’ultimo rapporto emerge una dinamica interessante: mentre una parte dell’imprenditoria italiana vive una crescita più contenuta o una fase di rallentamento, l’imprenditoria straniera mostra una vitalità più marcata, contribuendo in parte a bilanciare questa tendenza.
Credo che un po’ si percepisca questo cambiamento. Forse anche perché l’emigrazione ha una sua resilienza, acquisita sia nell’affrontare il percorso di immigrazione stesso, sia nei paesi di origine, spesso attraversati da conflitti o crisi politiche, e questo porta le donne ad abituarsi a reinventarsi, nel quadro di forti instabilità. Quindi, l’imprenditrice straniera è tendenzialmente più resiliente, anche se la donna, in sé, è già resiliente.
Riconoscimento e crescita personale
Le donne migranti devono considerare anche la sfida di riconoscimento e di crescita personale. Quindi, serve ancora più grinta e sacrifici per poter portare avanti le imprese. Quello che vedo è un panorama ottimale, migliore rispetto agli ultimi anni, perché si sta prendendo con più consapevolezza e maggiore serietà l’accompagnamento alla nascita di nuove imprese straniere. Ci sono più strumenti, più sportelli. Ci sono organizzazioni come la CNA. Abbiamo tutti uno sguardo diverso per sostenere le imprese straniere a fare i passi giusti, anche perché la burocrazia è tanta anche qui. Per una persona migrante, ovviamente, è tutto ancora più difficile: capire le procedure commerciali, le questioni legali, tributarie.
Il peso dei network, della formazione, del riconoscimento dei titoli
Un altro aspetto da segnalare riguarda i network. Per chi non è nato qui, diventa a volte molto difficile l’inserimento in network tendenzialmente chiusi. Se il fare rete è fondamentale, non è facile per chi non appartiene a un certo territorio capire come si possa creare relazioni con persone che abbiano già fatto percorsi simili. In questo senso, l’associazionismo è centrale. E poi la formazione, che, a volte, tuttavia da sola non basta. Quindi servono più metodi, più strumenti, più incentivi.
Non ultimo, c’è la necessità del riconoscimento dei titoli. Per alcuni Paesi ci sono già accordi bilaterali. Quindi compete all’ente insistere nei riconoscimenti di determinati titoli, dalla patente di guida, agli attestati, i crediti formativi nei confronti di persone che magari non hanno il titolo convalidato, ma hanno un background lavorativo importante. Per le donne questo è ancora più difficile a motivo della poca fiducia di cui godono. Quindi, sì, il riconoscimento dei titoli e delle competenze è importante.
Crescono consapevolezza e sensibilità, ma c’è ancora molto da fare
Elementi di novità? Sì, sicuramente ne vedo. Siamo in una fase di crescente attenzione al tema del gender gap femminile e anche del gender pay gap. In tutto il mondo si sta cercando di arrivare a un riconoscimento maggiore della figura femminile. Ma dobbiamo un po’ accelerare. Questi gap riguardano ancora di più la donna migrante perché, se la donna italiana ha problemi, la donna straniera ha ancora più difficoltà. Ad esempio, se ha figli, raramente ha una rete familiare di sostegno, dei nonni o parenti vicini. Ma una cosa che vedo è che le donne, anche grazie alle comunità internazionali, riescono a fare rete, ad aiutarsi a vicenda nella gestione dei figli, perché per qualsiasi donna la conciliazione vita-lavoro è molto complessa. Io ho due bambini e riesco a fare tutto organizzandomi in diversi modi, incastrando tutto. Vedo donne che riescono ad aiutarsi con le cugine, ma non sono vere cugine: sono amiche che poi diventano “zie” per i loro figli e diventano parte della famiglia. Le donne, sentendosi sole o nuove in un territorio, si affiancano a persone che vivono situazioni simili e così costruiscono legami di fiducia e di aiuto reciproco. Naturalmente, non è che si “lasciano” i bambini: i bambini devono stare al sicuro. Ma quando riesci a conoscere persone con cui fare rete, qualcosa succede. Questo è ciò che vedo: più unione tra le donne. E vale sempre il detto: “Puoi andare avanti veloce, se vai da solo, ma in rete puoi andare più lontano.
Learning by doing
Secondo me l’impresa delle donne straniere si mantiene ancora dentro la visione di una iniziativa che va a rispondere all’esigenza di crearsi un lavoro e avere la garanzia della flessibilità, senza però l’idea di crescere, scalare e creare occupazione. Questo, perché è molto difficile fare impresa. Molte persone fanno davvero learning by doing: partono mentre stanno ancora costruendo visione, strumenti e sicurezza. Il punto non è che le cose non debbano essere fatte seriamente, ma che spesso, se si aspetta il momento perfetto o di sentirsi completamente pronti, quel momento non arriva mai e si rischia di restare bloccati senza lanciarsi. Questo per dire che non sempre si deve avere tutte le cose a norma per poter partire, perché altrimenti diventa un problema. Però sì, credo che ancora oggi siano la maggioranza le imprese unipersonali di donne migranti. Magari poi diventano imprese familiari, dove si fanno lavorare anche i parenti, anche perché è più difficile gestire persone del luogo a causa di alcuni stereotipi.
Anche io ho vissuto stereotipi non solo legati al mio Paese di provenienza, ma anche alla mia età. Già molto giovane, in Perù, mi è capitato di coordinare gruppi e progetti con persone più grandi di me, e inizialmente questo generava a volte una certa diffidenza, come se la giovane età coincidesse con una minore capacità o esperienza. Poi però, attraverso il lavoro concreto, quella diffidenza lasciava spazio alla fiducia.”
Vedo una linea conduttrice molto chiara tra molte donne migranti: pur non conoscendo fino in fondo il sistema, le sue regole e il modo in cui funzionano certi percorsi, trovano comunque il coraggio di lanciarsi, anche correndo dei rischi. A volte le cose non vanno come sperato e si torna temporaneamente a lavori già svolti in precedenza, nei servizi, nell’assistenza o in altri ambiti. L’ho visto anche in molte donne che hanno preso parte ai nostri percorsi di gastronomia, alcune a cui è andata bene, altre che hanno provato ad aprire un’attività e non è andata bene, hanno chiuso, si sono riorientate, hanno intrapreso altri percorsi, come quello OSS, e hanno proseguito ad andare avanti, ma sperando di farcela in futuro. È proprio questa capacità di reinventarsi che mi colpisce. Non come resa, ma come forma concreta di resilienza, di adattamento e di determinazione. Credo che questa attitudine appartenga spesso a chi emigra, perché implica in qualche modo l’essere sempre pronti a ripartire. Forse anche io sarei stata diversa se fossi rimasta solo in Perù; magari avrei fatto passi più lenti, più prudenti. Eppure, fin da giovanissima, ho sempre avuto la spinta a rischiare, a esplorare strade nuove. Per chi intraprende, questa è spesso una costante: ci si mette in gioco, si impara facendo, si cade, ci si rialza. A volte va bene, com’è successo a me, che mi sono costruita molto anche in parte autodidatta e mi sono lanciata e continuo a costruire continuamente.
Formazione linguistica e di branding personale, oltre che tecnica
Quello che sto cercando di realizzare attraverso i miei progetti, anche insieme alla CNA, è di promuovere la formazione. Credo che la formazione sia la base di tutto, ma una formazione strutturata. Ovviamente, non tutte le donne andranno subito ad aprire un’impresa, però percorsi mirati che prevedano anche una parte di branding personale, su come costruire un profilo, preparare un CV, aiuta. Oltre ad acquisire gli strumenti necessari per poter aprire un’impresa, sia nel food come in tante altre passioni.
E poi la lingua. La formazione è fondamentale anche su questo piano, perché non tutte le donne che incontro sanno parlare l’italiano. È un passaggio necessario per comunicare con altri e trovare lavoro. Quindi ben vengano sportelli dedicati in cui ti insegnano dalla burocrazia ai diritti sul lavoro, a migliorare la lingua italiana, all’accesso ai mercati. Occorre lavorare su tutto questo e fare sinergia tra enti, partners, aziende.
Il possibile ruolo dei co-working, gli incentivi alla microimpresa femminile
Ho sempre pensato che anche i punti di coworking siano fondamentali, perché magari un giovane paga una fee e fa rete, conosce e capisce un po’ come funziona il sistema. In questi coworking vedo ancora poche persone, anche straniere, perché non conoscono, o non hanno accesso. Secondo me se si creassero più progetti allineati sui coworking per le donne che magari hanno anche figli a carico, donne migranti e non solo, in cui c’è una struttura di child care a disposizione, sarebbe una cosa buona. E poi logicamente gli incentivi per le imprese, anche a livello di contributi, per chi assume donne.
Conoscere e riconoscere il valore delle imprese femminili straniere
Quando nominiamo le imprese al femminile o le imprese delle donne straniere non dovremmo dimenticare che parliamo sempre di impresa. Di impresa, e basta. Però è anche importante evidenziare le differenze. Fare ricerca su questi temi, creare osservatori – come quello che state facendo voi con questo Rapporto – permette una divulgazione di un pensiero e di una sensibilità. Permette alla comunità di essere aggiornata su come sta, sul suo andamento. E riconoscere il valore che c’è.
Condurre un’impresa al femminile non significa solo essere donna o essere circondate da donne: è avere una sensibilità particolare, anche nella gestione dei conflitti, anche nello stile di leadership. Senza contare il fatto che le imprese al femminile contribuiscono al PIL, oltre che a sostenere il sistema pensionistico e contributivo dell’intero Paese.
L’impresa femminile straniera come possibile leva di sviluppo
Noi stiamo lavorando a Roma ed in altre grandi città. Sicuramente l’imprenditorialità delle donne straniere può essere una leva per lo sviluppo dei territori meno centrali. Ad esempio, i progetti della rinascita dei borghi possono essere gestiti anche da persone con background migratorio per poi anche attivare i canali esteri, grazie i contatti internazionali. Sono iniziative valide per promuovere la rigenerazione territoriale, ma occorre ancora lavorare molto sugli stereotipi. L’ho visto anche in territori di provincia. A Rieti, ad esempio, la CNA ha aperto uno sportello CNA World perché molte persone con background migratorio volevano avviare un’impresa. In alcuni casi, subito dopo l’apertura delle attività, si sono attivati controlli e verifiche che lasciavano intuire un pregiudizio iniziale, come se non fosse scontato che fosse tutto in regola. Invece era tutto pienamente conforme, anche grazie all’accompagnamento della CNA.



















